Cosa accade quando un museo smette di spiegare il presente e inizia ad attraversarlo? Quando diventa organismo vivo, attraversato da domande urgenti, corpi in movimento e immaginari in trasformazione? Al MADRE di Napoli, Eva Fabbris, direttrice del museo dal 2023, sceglie una direzione che interroga le strutture stesse dell’istituzione museale: non più luogo di conservazione, ma campo di forze, di relazione, di rischio. Al centro del suo approccio ci sono gli artisti, le urgenze del presente e una volontà precisa di sovvertire gerarchie e geografie prestabilite, portando avanti una visione del museo come spazio poroso, politico e profondamente umano.
In questa conversazione, la mostra Euforia dedicata a Tomaso Binga (aperta al pubblico ancora fino al 6 ottobre), diventa il punto di partenza per riflettere su pratiche intergenerazionali, nuove modalità di coinvolgimento del pubblico e sul museo come spazio critico e relazionale. Fabbris intreccia pensiero curatoriale e visione politica, portando alla luce le contraddizioni e le potenzialità di un’istituzione culturale che sceglie di restare vulnerabile, aperta, esposta.

Euforia, la mostra dedicata a Tomaso Binga al MADRE si distingue per un allestimento sperimentale, non storiografico, concepito insieme al collettivo multidisciplinare Rio Grande. Una collaborazione inedita tra un’artista nata nel 1931 e una realtà giovane, che ha dato vita a un percorso espositivo sorprendentemente attuale e vitale. In che modo questo dialogo intergenerazionale riflette la tua visione del museo contemporaneo? E che ruolo ha avuto questa sinergia nel restituire al pubblico un’opera così viva e rilevante pur avendo oltre cinquant’anni?
La scelta di dedicare un percorso di ricerca della durata biennale, culminato nella pubblicazione di una monografia di impianto scientifico e di design sperimentale, nonché nella mostra che tu citi, nasce dalla convinzione della assoluta attualità dei temi quanto del linguaggio su cui Tomaso Binga impernia la sua pratica. Per temi attuali intendo soprattutto il rapporto tra femminile e maschile e la volontà di non oggettivizzare il corpo femminile, attraverso una consapevolezza che passa per una nuova alfabetizzazione della parola della donna; per linguaggio attuale intendo una poesia tanto memore del futurismo quanto vivace e una modalità dell’uso del corpo diretta quanto pensosamente profonda.
Esporre le sue opere in classiche bacheche avrebbe significato siglarne un’importanza storica, ma al contempo tacitare almeno un po’ la loro vitalità e contemporaneità. L’energia espressa da questa artista, il suo humour, la sua costante apertura verso l’altro e l’altra, sono centrali nel suo fare e sono istanze che la mostra nelle nostre intenzioni doveva rendere esperibili e centrali per il visitatore, affinché la pratica di Binga non venisse soltanto osservata ma vissuta, giocata.


photo Amedeo Benestante

photo Amedeo Benestante
Spettatori che conosco mi hanno raccontato dell’entusiasmo e del divertimento che questa mostra suscita negli adolescenti; qualche giorno fa ho ricevuto un video da una mia amica che è mamma di una teenager, in cui sua figlia cantava e ballava in mostra seguendo il ritmo di una poesia di Binga il cui sonoro è diffuso in una stanza. Questa è per noi una soddisfazione enorme e una conferma della bontà dell’intuizione di voler dotare il percorso espositivo di un display sperimentale, autoriale, ludico quanto, a mio avviso, estremamente raffinato.
Il collettivo Rio Grande ha lavorato con tatto e sensibilità, entrando in profondità nel lavoro di Bianca fino a interpretarlo attraverso un medium (il design architettonico) che storicamente lei non ha mai praticato. Ovviamente lei ha visionato e approvato tutte le decisioni, ma non ha voluto vedere la mostra se non finita. C’era dunque un po’ di tensione al suo arrivo al museo in tutti noi, la sera prima dell’apertura al pubblico (“alla fine, le piacerà?”); ma dopo aver attraversato qualche sala, felice, ci ha detto: «Questa mostra non l’ho fatta io, ma sono io». Il più grande complimento di sempre!


photo Amedeo Benestante

photo Amedeo Benestante
In un tempo in cui le istituzioni culturali sono chiamate a interrogarsi sulle urgenze del presente, quali sono per te le responsabilità, anche politiche, di un museo e quali figure hanno orientato il tuo sguardo in questo percorso?
Credo che sia necessario che un museo d’arte contemporanea guardi in primis alle artiste e agli artisti come coloro che interpretano le tensioni del presente attraverso le loro istanze e le loro sensibilità. Non a caso ti ho parlato della mostra di Binga proprio in questo senso. Per fare un altro esempio, ne L’ombra dell’albero, una manifestazione curata da Martha Kirszenbaum tra il 2023 e il 2024, che rifaremo nella stagione entrante, abbiamo scelto il medium della video-arte come strumento per leggere le urgenze poetiche e politiche di un’area come il MENA (Middle East-North Africa). Questo perché il video è un medium che, nella sua natura immateriale, esprime una generazione e un’identità diasporica, che vive costantemente in una modalità di sradicamento ed esilio. La responsabilità politica di un museo per me è quella di offrire strumenti conoscitivi e esperienziali sulle urgenze del presente in maniera non letterale, considerandosi un’integrazione ai mondi dell’informazione e dell’attivismo, che tiene al centro del suo fare la poesia, intesa come uno strumento che permette un’identificazione più profonda, se possibile assoluta, con l’altra e l’altro.



Napoli è una città dalla forte identità culturale, dove la tradizione convive con una crescente spinta verso il contemporaneo. Come il MADRE si inserisce in un contesto così complesso e stratificato? Come si può far dialogare il patrimonio simbolico e culturale della città con una visione internazionale e rivolta al futuro?
Napoli è un porto, è una città che è stata conquistata politicamente innumerevoli volte, sempre mantenendo un’identità fortissima e riconquistando culturalmente di volta in volta ciascun dominatore: per me la sua caratteristica più contemporanea è dunque l’apertura. Il nuovo non la spaventa, e quindi lo spazio per l’arte contemporanea nella “città porosa” c’è, in maniera molto naturale. Questo però è anche eredità di una stagione di grande arte pubblica vissuta negli anni Novanta e primi Duemila (con i progetti di Piazza del Plebiscito e delle stazioni della metropolitana), di una presenza di gallerie e collezionisti che hanno lavorato a costruire un terreno colto e favorevole, consapevole della propria specificità.
Abbiamo dedicato una mostra ad un movimento architettonico poco abitualmente associato alla narrazione tradizionale con cui la città viene promossa e si promuove, lavorando a partire dai disegni utopici di Aldo Loris Rossi, autore di capolavori di un indedito brutalismo mediterraneo come la Casa del Portuale, associandone i disegni a opere di artisti giovani internazionali. Nel formato espositivo ricorrente Gli anni, raccontiamo episodi più o meno noti della storia dell’arte a (non ‘di’) Napoli, in cui i protagonisti sono tanto Carlo Alfano e Mimmo Jodice, quanto Nan Goldin, Allan Kaprow, Luciano Fabro… Insomma cerchiamo di sfaccettare la lettura che si dà di Napoli e della sua storia, basandoci sulla sua capacità innata e atavica di accogliere oltre che di produrre.

Negli ultimi mesi hai dato grande impulso a iniziative che mirano a costruire nuove relazioni con il pubblico: dai Laboratori d’artista ai programmi educativi, fino alla call “Ogni cosa è tutte le cose”, pensata per valorizzare i talenti emergenti del Sud. Che tipo di rapporto immagini tra museo e comunità? E in che modo queste attività possono generare una nuova sensibilità collettiva?
Mi è capitato spesso di definire il museo come “la casa delle artiste e degli artisti”, non perché non lo sia anche dei visitatori, ma perché mi interessa che siano loro al centro della programmazione, e, come dicevo, che sia dalle loro sensibilità che sorgono i temi centrali delle nostre attività (e non viceversa che si vada a cercare l’artista che “illustra” il tema di interesse del momento). Quindi, insieme alla Presidente Tecce che ha all’attivo, tra le altre cose, un’attività decennale di studio e valorizzazione dell’arte della e nella città di Napoli, siamo state estremamente grate che gli Amici del Madre abbiano voluto sostenere insieme al museo un progetto che apre le porte a contenuti di nuova generazione provenienti dalle regioni meridionali d’Italia. Di per sè già nasce dunque come un progetto comunitario. Insieme ai laboratori d’artista e alle altre iniziative che hai citato, il premio Meridiana ha soprattutto per noi il valore di offrire il museo come un contesto in cui alla fruizione e alla formazione si aggiunge la possibilità di essere elementi attivi, di portare i propri contenuti all’interno di formati che il museo, interpretando una funzione di guida, ha concepito e selezionato per i propri pubblici.

In un sistema dell’arte ancora troppo sbilanciato verso i grandi centri del Nord, che ruolo può giocare il MADRE nel ridisegnare le geografie culturali e nel far emergere voci e narrazioni spesso marginalizzate?
Credo che l’unico modo di uscire da questo sbilanciamento sia concepire una programmazione che, pur attenta all’identità del luogo, non si tari sul presupposto di parlare da una posizione de-centralizzata. Peraltro, Napoli, come è noto, vive un momento fin troppo vivace di scoperta da parte del turismo, e questo ci porta ad essere una tappa frequente per un’ampia e colta fetta di pubblico internazionale. Poi ovviamente è molto importante coltivare le collaborazioni: abbiamo portato la mostra di Kazuko Miyamoto, un contenuto scientificamente e operativamente concepito al Madre, al Belvedere 21 di Vienna; lavoriamo e lavoreremo con curatrici e curatori, oltre che artisti, internazionali. E poi credo che le geografie geo-politiche siano più importanti di quelle del sistema culturale e Napoli, che è una delle grandi capitali del Mediterraneo, è interessante di per sé; sta a noi alimentare e sintonizzarci costantemente sui motivi di questo interesse.

Guardando al futuro, quali traiettorie immagini per il MADRE? C’è un progetto o un’idea che vorresti veder realizzata nei prossimi anni? Hai accennato al desiderio di istituire una residenza per artisti.
Sì, confermo che l’idea della residenza è un progetto a medio termine che mi piacerebbe molto realizzare. Come ho detto, amo di Napoli la capacità di essere aperta e accogliente, ma è chiaro che è anche una città complessa, che va esplorata e chiede tempo per essere compresa e interpretata. Quindi sarei contentissima che il museo fosse in grado di ospitare per periodi di tempo svincolati da logiche e limiti operativi ed economici, artiste e artisti, ricercatrici e ricercatori, figure che possano operare con la città tenendo il Madre e le sue comunità come interlocutori primari.

Eva Fabbris
Storica e critica dell’arte, classe 1979, Eva Fabbris è attualmente direttrice del Museo MADRE di Napoli. Dottore di ricerca in Studi Umanistici, ha lavorato nei dipartimenti curatoriali di Fondazione Prada, Milano (2016-23); Galleria Civica di Trento (2009); Museion, Bolzano (2008-09). Come curatrice indipendente, ha curato mostre in istituzioni italiane ed europee, tra cui il Madre – presso il quale nel 2021 ha co-curato con Andrea Viliani “Diego Marcon. The Parents’ Room”; Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano; i Chiostri di Sant’Eustorgio, Milano; Triennale di Milano; Fondazione Morra, Napoli; Nouveau Musée National de Monaco; Galerie de l’erg, Bruxelles. Insegna alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, Milano e come guest-lecturer ha tenuto conferenze e conversazioni in diverse istituzioni tra cui Centre Georges Pompidou, Parigi; Daimler Foundation, Berlino; HEAD, Haute école d’art et de design, Ginevra; KHiO, Oslo National Academy of the Arts; GAM, Galleria d’Arte Moderna, Torino, e numerose università italiane. Ha collaborato con varie riviste d’arte contemporanea tra cui Mousse Magazine, Cura e Flash Art. È editor di numerose monografie di artisti tra cui, con Lilou Vidal e Stefania Zuliani, Tomaso Binga, Euforia (Lenz 2024), volume che accompagna l’omonima mostra a cura di Eva Fabbris con Daria Kahn attualmente in corso al Madre.


