Lulù Nuti, un rapporto viscerale che si plasma nel ferro

Tra materia, memoria e resistenza l'artista racconta una pratica artistica che si propaga attraverso una narrazione silenziosa

Nel lavoro di Lulù Nuti, il ferro non è solo una materia da plasmare, ma un corpo vivo, connesso al cuore della terra e intriso di memorie antiche e profonde. Forgiato e martellato, conserva in sé tracce sonore, vibrazioni antiche che risuonano oltre il gesto. Il ferro diventa medium di una narrazione silenziosa, capace di restituire ciò che è oltre il linguaggio: la resistenza, la memoria e la tensione latente della materia. È proprio questo materiale al centro della sua ricerca artistica attuale. Con una personale da ADA gallery dal titolo STABAT, ha dato forma a uno spazio di condivisione dell’assenza, una mancanza che si manifesta come una presenza intensa e quasi ingombrante, dove il ferro diventa corpo vivo, portatore di memoria e tensione. Questo rapporto viscerale con la materia prosegue nel progetto I Fruitori, realizzato sull’Isola Tiberina dal 27 al 30 marzo 2025: un’esperienza immersiva che rende visibile il processo stesso di costruzione e trasformazione dell’opera. Il percorso culmina nella personale Tre corpi, fino al 29 luglio alla Fondazione D’ARC, dove l’artista presenta nuove installazioni nate da una riflessione sul paesaggio urbano e naturale di Roma.

L’artista, classe 1988, inizia il suo percorso all’Accademia di Belle Arti di Parigi e scopre ben presto la sua vera vocazione per la scultura, quasi per caso durante una giornata a porte aperte. «È stato in quell’occasione che ho compreso la sua forza – racconta – come mi diceva una mia professoressa: la scultura impone un incontro diretto. Questo tipo di confronto mi ha sempre affascinato, e da allora non ho più abbandonato la scultura».

Spinta dal desiderio di andare oltre l’ambito accademico, Nuti decide di proseguire il suo percorso in una forgeria in Normandia, dove osserva e impara direttamente dagli artigiani del metallo. «Ho imparato moltissimo ed è stato in quel contesto che Pierre Dupont, fabbro, mi ha detto due frasi che ancora riecheggiano nella mia mente e che mi hanno portato, nuovamente, a lavorare il metallo negli ultimi anni: la prima è che il ferro è l’unico materiale che si lavora con se stesso e la seconda è che lavorarlo significa lavorare con il centro della terra». Queste parole diventano un punto di riferimento profondo per la sua ricerca attuale. Il legame con il “centro della terra”, con la sua potenza trasformativa e la sua energia primordiale, guida l’artista verso un’esplorazione estrema del materiale, capace di evocare memorie storiche, geologiche, ancestrali. «Il ferro è simbolo di progresso, ma anche di resistenza» afferma l’artista, ed è proprio in questa duplice valenza che si gioca il nucleo della sua indagine. La scultura è un linguaggio che nasce dallo scontro fisico e simbolico con una materia, che oppone resistenza e che porta con sé una memoria collettiva, storica e politica. 

L’artista si è avvicinata al ferro dopo una lunga fase artistica legata al cemento che la stessa definisce «un altro mio grande amore». Racconta: «Poi, con il progetto We Love Art sono finita nel cantiere del Terzo Valico. Mi hanno fatto salire su una TBM (una macchina da scavo): eravamo sotto terra e la TBM era in azione. Il rumore dei denti d’acciaio contro la montagna era assordante, lo percepivo come un’anti-nascita. Lì sono riemerse le due frasi di Pierre Dupont».

Per Nuti, il ferro non è semplicemente un materiale da modellare, ma un interlocutore vivo, una presenza da interrogare e ascoltare. «Mi affascina l’idea che il materiale conservi una memoria, anche sonora. Quando forgi il ferro ti chiedi se qualche animale riesca a percepire i suoni incastrati nella materia immobile. Per me il suono resta nella forma, in una memoria fisica e silenziosa, che va oltre il non detto». Il materiale conserva in sé i suoni del suo passato, la vita precedente che l’artista riattiva attraverso ogni trasformazione, lasciando emergere una memoria intrinseca che non passa attraverso la parola. La scultura, per Nuti, non è mai solo oggetto: è figura animata, presenza che guarda chi vi entra in contatto. «È la materia che mi porta verso una forma», afferma. Non si tratta di estrarre un’essenza preesistente, ma di provocare piccoli incidenti, lasciare che il materiale si esprima, come in un gioco infantile. «Lo ho capito da poco: c’è un gesto infantile nel mio lavoro. Mi piace dare una personalità alle sculture, come da bambini quando giochi e dai dei caratteri agli oggetti».

Il lavoro di forgiatura è per Nuti parte integrante della sua pratica scultorea. «Chi lavora il ferro è l’artigiano degli artigiani», racconta. «Il colpo del martello, la forza, l’errore: tutto fa parte del processo». Il gesto è scultura, un sapere antico che non si esaurisce nella tecnica, ma che l’artista intende superare. È nel costante dialogo tra conoscenza artigianale e tensione creativa che si apre uno spazio di libertà espressiva e creazione artistica. Il processo creativo diventa così corale, un’interazione continua in cui l’artigiano è parte integrante di una coreografia fatta di ascolti, movimenti, silenzi. «Per me è molto importante ufficializzare il rapporto con l’artigiano. Ha un ruolo cruciale». La presenza dell’artigiano è una traccia silenziosa ma vitale nelle opere.

La scelta del ferro, quindi, è tutt’altro che casuale. È una risposta consapevole a una crisi diffusa – della materia, della monumentalità, della narrazione. «C’è una crisi della materia, un sovraccarico. Per questo scelgo materiali che raccontano la loro storia». In un’epoca segnata dall’eccesso e dall’obsolescenza programmata, l’artista rivendica la necessità di tornare a materiali che abbiano peso, storia, resistenza. Il ferro, con la sua densità fisica e simbolica, si fa testimone silenzioso di un passato che non viene cancellato ma stratificato. Senza volontà di giudizi o moralismi, Lulu Nuti elegge un linguaggio capace di restituire all’opera d’arte una dimensione etica e politica.

Nel suo lavoro, il ferro diventa portatore di memoria e tensione, ma anche di una nuova forma di monumentalità, non più impositiva, bensì simbolica, capace di riverberare nello spettatore. Le sculture in ferro battuto di Lulu Nuti, si presentano come figure ambigue e potenti, sospese tra forza e fragilità, silenzio e risonanza.

Nella sua ricerca recente, queste opere non si ergono dal suolo, ma salgono lungo le pareti, in una sorta di emancipazione della scultura. «La verticalizzazione è una risposta al tentativo di lavorare su una monumentalità più simbolica che fisica». Un processo simile si ritrova anche nel progetto Boccata d’arte, dove le opere – zerbini in ottone – sono state collocate a terra, integrandosi nel tessuto urbano. In questo ribaltamento percettivo, è lo spettatore a trovarsi al centro dell’opera: «È un cambiamento di sguardo: di solito si gira intorno alla scultura, così invece ti trovi tu al centro». Le sue sculture sono presenze vigili, cariche di attesa: “come spaventapasseri” osservano chi le guarda e restituiscono, nell’apparente silenzio della materia, qualcosa che va oltre la parola. Nel cuore della sua pratica, dunque, c’è l’ascolto della materia. Il ferro, forgiato, martellato, reso tagliente o levigato, è per Lulù Nuti una soglia, ovvero un modo per accedere a una dimensione dell’esperienza che non è solo estetica, ma profondamente esistenziale.