Come a far da antidoto al sovraccarico della realtà, stracolma di immagini e informazioni, la ricerca del collettivo damp rivendica il potere espressivo di un agire silenzioso, del sottrarsi e sottrarre materia, illuminando i particolari che spesso restano invisibili «come i dettagli che si colgono soltanto nell’inversione negativa di una foto». Lo racconta Viviana Marchiò, che con Alessandro Armento, Luisa de Donato e Adriano Ponte forma il collettivo come progetto non intenzionale, a partire da un profondo interesse condiviso per la natura temporanea delle cose.

In riferimento a lavori come Dis-astron (2023) ed Estasi (2024) la nascita coincide con l’inizio della fine. In Ediacara (2021) e Anemocoria (2021), la dissoluzione, poi, appare addirittura “necessaria”.
Troviamo poetica la possibilità di un inizio che coincida con l’inizio della fine e Dis-astron nasce proprio da questa idea. In Estasi, la frizione tra inizio e fine è ancora più evidente, poiché l’opera si attiva e disattiva continuamente grazie al movimento del fruitore nello spazio. La riflessione sulla finitudine è qualcosa che affrontiamo in modo continuo, ma non nasce da una ricerca stilistica deliberata, si tratta piuttosto di una risposta a un segno estetico che si sta affermando, dove tutto sembra sfuggente e privo di solidità. In opere come Anemocoria, però, la fine rappresenta anche un’opportunità di rinascita. Inoltre, ci stiamo interrogando anche sul significato del “rimanere” come collettivo. Se da un lato c’è una necessità storica di preservare, dall’altro stiamo esplorando la poetica della dimenticanza e le sue implicazioni politiche.

Con Uneventful Horizon (2020) avete chiesto alla città di Rotterdam di individuare uno spazio in cui non progettare nulla. Dove tracciate la soglia tra intervento e sottrazione e come dialogate con la sito-specificità?
Uneventful Horizon è stato un progetto concepito per una città fortemente pianificata, dove era difficile individuare uno spazio di azione. Da qui la scelta di un intervento per sottrazione, che ritorna spesso nel nostro approccio. A volte interveniamo sottraendo, altre volte evidenziando ciò che già esiste. È un modo per far notare ciò che di solito resta invisibile. Il concetto di sito-specificità, invece, per noi, non è del tutto definito. Inizialmente ci siamo riconosciuti come autori di opere site-specific, ma nel tempo abbiamo iniziato a interrogarci sul suo significato. È una questione che preferiamo lasciare aperta riconoscendone la complessità.

Nel 2024 con Hikikomori (2024), realizzata per SPLEEN alla Fondazione Menna di Salerno, il “non agire” sembra tradursi in un atteggiamento politico di resistenza.
Riteniamo che un approccio silenzioso, meno “urlato”, possa avere una forte valenza politica. Ci sono diversi lavori che indagano la possibilità di indietreggiare piuttosto che spingersi in avanti. In Hikikomori, abbiamo guardato in modo diverso a questa figura, non più attraverso una lettura “patologica”, ma come un’alternativa politica. Si tratta di un’idea che deriva in parte dalla lettura di Disertate di Franco Bifo Berardi, uno degli autori che più ci ispira ultimamente, in cui si invita a esplorare nuove forme di emergenza senza pregiudizi. Su questa linea, c’è anche la nostra prima performance Cospirazione. Composizione per contagio (2025), dove una performer sbadiglia, prima auto-contagiandosi, poi stimolando lo sbadiglio negli altri. Questo atto del respirare insieme, della cospirazione, è per noi un gesto silenzioso, ma dal forte potere politico.

Come è evoluto il collettivo nel tempo?
Inizialmente avevamo un approccio più additivo al lavoro, ma negli ultimi tempi stiamo indietreggiando e provando a rinunciare sempre più alla componente visiva. Un esempio è la mostra Opaca (2025), che abbiamo curato nel nostro studio, dove non vi era alcun foglio di sala o didascalia, per permettere alle idee di circolare senza interferire con delle spiegazioni. Non è soltanto una questione stilistica o ambientale, ma ogni volta ci chiediamo se sia il caso di “aggiungere ancora”, come se ci fossero delle esigenze che la realtà ci impone. Esplorando la visione della polverizzazione e del rendere le cose meno consistenti, stiamo provando a minare anche la permanenza stessa dell’autore. L’effimerità è un concetto che ci travolge, ma che accettiamo come parte di un processo naturale e inevitabile.


Il tempo appare una costante nel vostro lavoro. Sembra l’unico elemento immune alla dissoluzione.
La dimensione temporale è forse più consistente di quella spaziale nella nostra produzione. In Homelandless-ness(2023), realizzata per l’ambasciata afghana, ad esempio, si parla apparentemente di spazio, ma in realtà è la tensione temporale a guidare la possibilità che qualcosa accada. Con Karesansui (2022) e Le tracé d’une ville est oeuvre du temps plutôt que d’architecte (2022), realizzate in residenza a Barcellona, invece, abbiamo trattato l’idea del tempo come qualcosa che continua a scorrere, indipendentemente da noi. Su questa linea, con Escatologia (2024) abbiamo scelto un karaoke con una canzone di Gino Paoli, per affrontare in modo leggero il tema complesso della finitudine dell’essere umano, a fronte di un mondo che continua, si rigenera, in cui i nostri corpi non restano altro che fertilizzanti per ciò che verrà.

Nel 2025 il collettivo damp è in residenza artistica presso CSW Łaźnia a Danzica, in Polonia: in questo ambito stanno lavorando sul concetto di autoctonia come elaborazione mitologica. Oltre al lavoro frequente in contesti di residenza, motivato dall’interesse per la specificità dei luoghi, il collettivo ha cominciato ad esplorare la dimensione performativa presso la Galleria Curva Pura di Roma con Cospirazione. Composizione per contagio, realizzata nell’ambito di Dialogos. Part Eight, progetto relazionale di Ermanno Cristini e Giancarlo Norese, ideato da Pasquale Polidori e curato da Michela Becchis.


