Vedovamazzei, ironia del controcanto

Dai lavori storici agli interventi più recenti: lo storico duo ripercorre la sua ricerca all’insegna dell’appropriazione e dell’ironia

Fare proprio quello che proprio non è. Tecnicamente rubare quindi, se non fosse che l’oggetto finale risulta accresciuto rispetto all’origine e ricondiviso con una comunità. Questo fa Vedovamazzei se volessimo trovare a tutti i costi un filo da seguire nell’eterogeneità di temi e tecniche che caratterizza il duo fin dalle sue origini: si appropria. E questo ha fatto anche per il recente lavoro acquisito dal Museolaboratorio di Città Sant’Angelo in provincia di Pescara grazie al PAC2024, Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura: UNTITLED, 2024. brik, iron, glass, concrete, 1320×1100 cm, Vedovamazzei. Un neon sul muro della struttura diretta da Enzo De Leonibus, come una sorta di didascalia gigante con tanto di nome, senza titolo appunto e tecnica, con il risultato di trasformare la parete in un’opera d’arte, almeno così come viene intesa nei musei.


UNTITLED, 2025, installation view, courtesy Museolaboratorio d’Arte Contemporanea – Città Sant’Angelo (PE), photo Gino di Paolo

“UNTITLED – scrive la storica dell’arte Ilaria Bernardi nel catalogo – è quindi un lavoro concettualmente affine al ready-made duchampiano poiché Vedovamazzei rende arte un ‘oggetto’ già pronto (la parete) attraverso il semplice atto di selezionarlo. Tuttavia, non lo decontestualizza come faceva Marcel Duchamp, per invece lasciarlo lì dove si trova e per firmarlo, nella convinzione, come già postulava Piero Manzoni, che sia sufficiente firmare un oggetto per trasformarlo in opera d’arte”. Una tautologia nell’esprimere a parole luminose quello che già si vede: sotto la scritta UNTITLED, infatti, altri neon indicano la tecnica con la quale è costruita la parete sulla quale la stessa scritta poggia: bricks, iron, glass, concrete, e una riga sotto le dimensioni del muro, 1320 per 1100 cm. Tautologia che genera nello spettatore una sorta di scollamento dalla realtà, un qualcosa di vicino all’ironia che costringe a un passo di lato, fuori, per vedere dall’esterno con altri occhi il dato reale.

Su questa distanza, in questa linea sottile, Vedovamazzei si muove con una certa agilità, attingendo ancora al tema dell’appropriazione come ben dimostra anche una loro fatica recente: Early Works.
La serie, iniziata nel 2022, presenta lavori noti di artisti presenti e passati ridisegnati a memoria da bambini e poi riportati in pittura o scultura dal duo. Giotto, Pisanello, Pasolini, Richter, Hirst, Matisse, sono solo alcuni dei nomi presi e trasformati: «La selezione – spiega Vedovamazzei – è avvenuta con la riuscita e l’efficacia formale di alcuni lavori reinterpretati rispetto ad altri, ciò non toglie che abbiamo un archivio di disegni, oggetti, e sculture di artisti bambini».
Early Works mette sul tavolo una serie di temi fondamentali della rappresentazione, ma tutti da quella distanza, trattati di lato, con ironia e mai di petto: il concetto di copia, quello di originalità, ma anche l’idea antica di una rappresentazione infantile libera perché più sincera e senza indottrinamenti accademici; o ancora l’idea stessa di artista, della sua leggenda, come direbbero gli storici dell’arte viennesi e warburghiani Ernst Kris e Otto Kurz, di creatore pari a divinità mitologiche in grado di modellare il mondo.


Early Works (Rembrandt), 2025, Verona
photo Michele Alberto Sereni

E fra i lavori c’è una grande tela di due metri con un cerchio azzurro dal tratto indeciso intitolato Giotto, che sembra appunto richiamare proprio la leggenda dell’artista toscano e del suo precoce talento, solo una tappa di una storia lunga dell’enfant prodige che proprio Kris e Kurz ripercorrono nel testo La leggenda dell’artista, dall’antichità al mondo contemporaneo. La quantità di temi la ritroviamo anche nell’eterogeneità delle tecniche: pittura e scultura, categorie giudicate una mera convenzione dal duo:
“L’arte, e l’arte di tutti i tempi – affermano – è stata sempre suddivisa per categorie sotto la descrizione di Pittura, Scultura, Decorazione, Architettura, Poesia, Letteratura, Cinema, etc. Ma per noi è soltanto una convenzione”. A conferma di questa poliedricità, fra gli altri lavori recenti di Vedovamazzei legati all’appropriazione, c’è un’installazione architettonica ispirata al corto di Buster Keaton One Week. Il lavoro è intitolato After Love e riproduce proprio l’abitazione che l’attore e regista statunitense ricostruisce nel film dopo essersi sposato.


After Love, 2003–2017, Foro Palatino, Rome, 2017

La casa, nel corto, viene montata dalla coppia e assume finalmente una forma originale dovuta a una serie di errori durante la costruzione; una casa disfunzionale nella quale è difficile compiere azioni quotidiane, ma contemporaneamente nella quale azioni straordinarie sembrano svolgersi con una discreta praticità. Di nuovo, quindi, un caso di appropriazione e di nuovo un modo di affrontare temi a distanza. After Love sembra infatti sollevare molte questioni come il conformismo: seguire le istruzioni per montare case identiche; o l’unicità: sfuggire le regole e costruire per errori casuali pezzi originali. «Un elemento architettonico – spiega Vedovamazzei – icona degli anni Venti riprodotto nel mondo contemporaneo con gli stessi interrogativi che Keaton si poneva su ciò che sarebbe accaduto con la post industrializzazione, noi lo osserviamo con i nostri: il digitale e il fallimento della famiglia tradizionale». E del resto una casa serve per stare, per mettere radici, ma l’abitazione di Keaton così come l’installazione di Vedovamazzei, non ha fondamenta e si sposta: la prima con una macchina attaccata al muro attraverso dei chiodi, la seconda per musei. Il dato negativo, eppure, si trasforma in una potenziale libertà di movimento preclusa a una casa con fondamenta, la stessa libertà che ritroviamo nell’interpretare gli spazi della casa: la ringhiera del balcone che diventa nel corso del film una scala per salire sul tetto, per esempio. Il corto si conclude con un treno che frantuma la casa incastrata sui binari durante uno spostamento. L’abitazione è distrutta ma la coppia chiude la commedia camminando mano nella mano. Certo è che per non distruggere una casa è necessaria una cura verso l’architettura che preservi i materiali dal tempo, che li conservi; proprio la cura sembra essere un altro tema di After Love che infatti a differenza di One Week presenta ancora una casa in piedi, per quanto assurda. Ma questa eternità ha evidentemente a che fare con l’arte, è proprio in questo senso che può essere letto anche l’ultimo lavoro di Vedovamazzei, Untitled.

Ad accennare il concetto ci pensa lo stesso duo: «La componente ambientale – affermano parlando del lavoro per il Museolaboratorio – è sicuramente la cura, la manutenzione della parete, il ripristino dell’uso della struttura». E del resto non potrebbe essere altrimenti: con l’intervento al neon Vedovamazzei trasforma la parete in un lavoro museale e come tale degno di tutte le attenzioni del caso legate alla conservazione. Una sorta quindi di controcanto, quasi un finale alternativo alla commedia di Keaton: se lì la casa viene distrutta, qui invece parole luminose salvano anche solo una singola parete.
A sottolineare così l’unicità dell’azione in lavori diversi a dispetto dell’eterogeneità dei mezzi Vedovamazzei afferma: «Il fil rouge delle nostre opere è più concettuale che formale, raccontiamo da molti anni le stesse problematiche da diversi punti di vista, in questo senso picassiani».