Qual è la presenza africana nell’iconografia del passato? Quanto l’occhio occidentale ha condizionato una narrazione obiettiva dell’evoluzione artistica? È stato fatto abbastanza per ripristinare un corretto rapporto tra il corpo Nero e la storia? Oggi appare sempre più evidente l’urgenza di decentralizzare uno sguardo che per troppo tempo ha fissato l’attenzione su un unico punto di vista. Johanne Affricot, Curator-At-Large all’American Academy in Rome e Direttrice Artistica di SPAZIO GRIOT, da due anni cura un programma all’Accademia incentrato sulla Black History, organizzando proiezioni, conversazioni,
conferenze e performance che riflettono sulla presenza africana nella società europea attraverso i dipinti di artisti del Rinascimento, documenti di archivio e contesto contemporaneo. Dal titolo There’s Always More, quest’anno il programma ha esaminato anche l’evoluzione dei concetti razziali, nel tentativo di favorire un dialogo collettivo: «Lavorare insieme – spiega la curatrice – resta una delle strategie più solide per allontanarci dai preconcetti. Bisogna fare fronte comune».

Da cosa nasce la necessità di fissare un appuntamento dedicato al Black History Month?
Quando nel 2023 sono entrata all’American Academy in Rome, tra le varie attività la direttrice, Aliza S. Wong, mi ha proposto di curare un programma legato al Black History Month, un mese di celebrazioni che nasce negli Stati Uniti nel 1976 per riconoscere e valorizzare l’apporto delle persone Nere alla società. Credo sia necessario avere questo appuntamento, specialmente in un paese che è stato costruito con la fatica e il sudore delle persone Nere schiavizzate e il cui contributo in letteralmente
tutti i campi spesso è stato trascurato o del tutto nascosto. Qui in Italia è stato portato da Justin Randolph Thompson, intendo come programmazione più strutturata e visibile. Ha fatto un gran lavoro. Costruire dei ponti narrativi con l’Italia è molto importante, poi, allo stesso tempo sono dell’idea che ogni paese abbia le proprie specificità.
Nell’iconografia classica e rinascimentale i personaggi africani o afrodiscendenti erano spesso sullo sfondo o ritratti in modo stereotipato. Cosa serve oggi per educare a uno sguardo critico che si allontani da preconcetti e filtri “esotici”?
Nell’iconografia rinascimentale in realtà ci sono anche esempi di Afrodiscendenti ritratti in posizioni elevate o come semplici persone parte del tessuto sociale di un luogo. A tal proposito suggerisco di vedere l’ottimo documentario di SKY Arte Il Rinascimento Nascosto. Presenze Africane nell’Arte. Allontanarsi da preconcetti e filtri “esotici” richiede uno sforzo collettivo continuo. Naturalmente il filtro non lo mette la persona che ne è vittima – almeno non consciamente – ma chi a livello sociale – per ragioni storiche, politiche ed economiche combinate – riesce a esercitare più potere, che non è solo guadagnato. Ciò non toglie che lavorare insieme resta una delle strategie più solide per allontanarci dai preconcetti, bisogna fare fronte comune. E il supporto delle istituzioni in questo è fondamentale.

L’approccio occidentale è ancora filtrato dal suo passato nel trattare argomenti ancora controversi. Oggi per molte istituzioni e fiere occidentali è diventato imperativo avviare una “decentralizzazione”. A che punto siamo in questo processo?
Il lavoro di decentralizzazione è partito molti anni fa. Se volessimo fissare per comodità delle tappe nel calendario, ci sono delle date significative, come il 1959, quando nella nostra Roma si teneva il Secondo Congresso Degli Scrittori e Artisti Neri, organizzato dalla rivista Présence Africaine, fondata nel 1947 da Alioune Diop. Un anno dopo il ‘59 sarebbe esploso quello che molti definiscono the Year Of Africa. Poi c’è il prezioso lavoro fatto da altre riviste ma di arte contemporanea come Revue Noire, fondata nel 1990 dal critico e curatore Simon Njami, la curatrice N’Goné Fall e altri, o NKA, co-fondata nel 1994 dal defunto critico e curatore Okwui Enwezor. Sono solo alcuni esempi per comprendere che le radici di questo imperativo hanno solide basi nella visione e perseveranza di soggetti afrodiasporici che, come nel periodo delle avanguardie storiche europee, con riviste come De Stijl, Valori Plastici, hanno usato il medium rivista per condividere aggiornamenti legati alla ricerca e produzione artistica africana e diasporica e farla circolare nel contesto dell’arte contemporanea internazionale, e per mettere in relazione i diversi artisti (non necessariamente parte di -ismi) e quindi linguaggi artistici. Da queste riviste sono nate importanti figure curatoriali Nere.
Negli anni ’90 il termine Afrofuturismo è stato coniato per guardare a possibili scenari futuri o realtà alternative attraverso una lente culturale nera. Può essere questa ancora una strada concettuale percorribile?
L’Afrofuturismo è legato più a una geografia e diaspora (quella Nera statunitense). E come è successo a molti -ismi, qualche anno fa c’è stato un boom di interesse che oggi si è decisamente sgonfiato, per mio dispiacere. Con la differenza poi che l’Afrofuturismo nasce come tentativo di migliorare le condizioni di vita, i diritti delle persone Nere, il superamento della razza negli Stati Uniti, prospettando per loro un futuro alternativo. Non nasce quindi come l’arte per l’arte, per intenderci. In generale, non credo sarebbe corretto applicare questo filtro come unico modello di riferimento per artiste/i Nere o afrodiscendenti. Rischieremmo di appiattire le esperienze e cancellare le differenze. Ma è sicuramente uno dei modelli per molti artisti/e.

Alcune azioni occidentali sono guidate dalla necessità di “pulirsi la coscienza” rispetto a un’appropriazione e a uno sfruttamento delle risorse culturali della Blackness. Per quanto riguarda la curatela e l’approccio artistico ed estetico all’arte contemporanea africana quali pratiche bisognerebbe incentivare e quali iniziative transculturali promuovere?
Ancora oggi mi trovo in situazioni in cui alcune curatrici o curatori “progressisti” sono più mossi, come giustamente noti, dalla necessità del “puliamoci la coscienza”, con conseguente sfruttamento delle risorse culturali della Nerezza, alle volte anche semplicemente per farsi il curriculum, piuttosto che riflettere su “capiamo perché lo stiamo facendo”, realmente. Ma è un processo abbastanza organico, va così e si va per tentavi. E questi tentativi in qualche modo stanno contribuendo ad aggiungere piuttosto che a togliere, credo. Tra le varie pratiche, sostenere e collaborare con realtà e istituzioni diasporiche che già fanno seriamente il lavoro sul territorio italiano forse è il primo importante passo continuativo da fare. Poi naturalmente sarebbe importante andare alle basi, ovvero aggiornare i manuali scolastici e universitari di storia dell’arte. Che, attenzione, non significa cancellare ma, anche qui, aggiungere – pensiamo agli anni ’20 e ’30 del ’900 e all’Harlem Renaissance. In quanti libri di storia dell’arte lo troviamo? La produzione teorica poi andrebbe incentivata e arricchita di più voci e si dovrebbe sostenere la traduzione in Italiano di testi / libri sull’arte contemporanea africana e diasporica. All’estero ci sono
facoltà di Storia dell’Arte Africana o Studi Africani. Non solo Matisse, Picasso, Kirchner, Marinetti e il loro legame con l’arte “africana” o con il corpo Nero, ma ribaltare la prospettiva facendo diventare soggetto ciò che è sempre stato letto come oggetto ed esaltare la diversità di approcci e pratiche artistiche che sono emersi nel corso della storia. Dovremmo arrivare qui, ecco, altrimenti soffriremo sempre di questo gap culturale, e incentivare pratiche e promuovere iniziative transculturali rischierebbe di essere sempre
visto come “puliamoci la coscienza”. Poi certo, non è qualcosa che succederà subito, se succederà, ma continuare a parlarne, chissà, muoverà qualcosa.
Intervista dal numero 134 di Inside Art magazine


