Nel 2017 sono state affidate al MUCIV – Museo delle Civiltà le collezioni dell’ex Museo Coloniale di Roma, composte da oggetti e documenti collegati alla storia e alla propaganda coloniale. Il MUCIV ha avviato un percorso di studio e condivisione delle eredità del colonialismo italiano, incrociando e supportando narrazioni condivise con soggetti e comunità che si muovono nel mondo della letteratura, della storiografia, dell’arte contemporanea e dell’attivismo, generando nuovi percorsi, ricerche ed esperienze critiche.

Il primo capitolo di questo percorso si è concretizzato a giugno 2022 presentando una selezione di oggetti, opere d’arte, fotografie, mappe, campioni merceologici e didascalie provenienti dall’ex Museo Coloniale in dialogo con interventi di arte contemporanea, articolati in un progetto in più capitoli dal titolo Museo delle Opacità. A ottobre 2024 il primo capitolo si è concluso e nella primavera del 2025 viene aperto il secondo. Inaugurato da Benito Mussolini nel 1923 con una finalità di propaganda, ovvero con lo scopo di far conoscere le “imprese” coloniali italiane, il Museo Coloniale di Roma si componeva inizialmente di collezioni già precedentemente raccolte dalle colonie italiane di Libia, Eritrea e Somalia.
Queste collezioni furono progressivamente integrate ed esposte al pubblico in diverse fiere ed esposizioni coloniali, tra cui l’Esposizione internazionale di marina e igiene marinara-Mostra coloniale italiana di Genova del 1914. Nel 1935 il Museo venne trasferito dal Palazzo della Consulta in una più ampia sede a via Aldrovandi, e nel 1940, dopo la proclamazione dell’Impero dell’Africa Italiana, il Museo cambiò nome e assunse quello di Museo dell’Africa Italiana. Negli anni successivi rimase chiuso per riscontro inventariale e riaprì dopo la fine della II Guerra Mondiale, nel 1947, lo stesso anno in cui l’Italia rinunciava formalmente a tutte le colonie, con l’eccezione del protettorato in Somalia.

La collezione si era andata ampliando fino allo scoppio della II Guerra Mondiale, arrivando a comprendere circa 12 mila oggetti radunati o prodotti nel corso dell’esperienza militare e coloniale italiana in Africa, a carattere per lo più etnografico ma anche antropologico, archeologico, architettonico, storico-artistico e connesso alle scienze naturali e alle “esplorazioni” geografiche. Il Museo chiude definitivamente all’inizio degli anni Settanta, interrompendo di fatto possibili percorsi di ricerca ed emersione del passato coloniale a partire da opere e documenti in esso conservati. Dopo un lungo periodo, caratterizzato dallo smembramento del corpus museografico e da un progressivo oblio nell’opinione pubblica, a partire dal 2017 le collezioni sono state messe al centro di progetti finalizzati all’accessibilità, ridiscussione e condivisione critica di narrazioni e significati.
Pratiche di ricerca sulle provenienze e percorsi di rilettura delle collezioni, realizzati in collaborazione con un’ampia rete di istituzioni, centri di ricerca, associazioni e singole personalità, hanno permesso di avviare un processo di messa in discussione di assunti e posizioni, portando a riposizionare lo sguardo e rivedere scelte e metodi spesso normalizzati nel gestire e trattare una collezione sensibile e contestata. Il termine “opacità” assume quindi, nel titolo del progetto, un duplice significato: da un lato fa riferimento, in modo letterale, al velo opaco dell’amnesia caduto sull’epoca coloniale della storia nazionale, che ne rende ancora poco conosciuti gli avvenimenti, le cifre e i nomi dei protagonisti.

Dall’altro lato l’opacità è quella teorizzata dal poeta e saggista Édouard Glissant – i cui scritti sono stati fondamentali per lo sviluppo del pensiero post e de-coloniale contemporaneo – che aveva partecipato nel 1959 al II Congresso Mondiale degli Scrittori e Artisti Neri organizzato dall’Istituto Italiano per l’Africa di Roma (l’ente a cui, nel 1956, furono affidate le collezioni del Museo Coloniale di Roma). L’opacità, per Glissant, è il diritto di ogni individuo di non assoggettare la propria identità a criteri quali “accettazione” o “comprensione”, che equivalgono a gesti di appropriazione e classificazione unilaterali, ma al criterio della “condivisione”, che conduce ad assumere e mediare invece identità autonome e specifiche, generate non dagli altri ma da sé stessi.
È in questo senso che il MUCIV ha deciso di condividere a sua volta con molteplici soggetti – cittadine e cittadini, gruppi collettivi e comunità, artiste e artisti, curatrici e curatori, ricercatrici e ricercatori – le proprie riflessioni su come interpretare e riallestire una selezione di opere e documenti delle collezioni dell’ex Museo Coloniale di Roma che testimoniano la quasi secolare storia coloniale italiana in Africa (1882-1960) e che furono originariamente musealizzati con una funzione di propaganda a supporto della costruzione degli immaginari e delle politiche coloniali. Tra i progetti inaugurati all’interno del Museo delle Opacità, una delle commissioni ha permesso di concepire un’opera d’arte intesa come spazio-tempo per pensare in senso de-coloniale: si tratta del Phonomuseum_rome dell’artista Wissal Houbabi, in collaborazione con Ismael Astri Lo e Toi Giordani.


L’installazione ha trasformato gli spazi espositivi nelle ipotetiche sale di un museo del futuro, precisamente del 2152, che, riflettendo sul ruolo delle lingue native represse durante i processi di colonizzazione, le re-immagina come reperti museificati a fianco di alcuni oggetti “etnografici” delle collezioni coloniali. Tazze, piatti, scarpe, tessuti e abiti sono qui esposti come oggetti liberati dalle narrazioni coloniali passate e reinseriti in ambienti domestici vivi, acusticamente popolati di voci che rievocano la connessione degli oggetti stessi con le vite quotidiane delle persone a cui essi furono sottratti. Le comunità e gli individui afrodiscendenti invitati alla selezione hanno voluto prestare al MUCIV anche alcuni oggetti provenienti dalle loro stesse case, simili e spesso uguali a quelli conservati al museo.
La loro prossimità – separati da una “linea sottile tra amore e dolore”, come riportato da una delle didascalie dell’artista – traduce il tentativo di riparare le cesure violente di cui questi manufatti sono testimoni. Il processo attivato suggerisce quindi un “museo-casa” della diaspora e della de-colonizzazione in cui attivare narrazioni partecipate che ripensino e riattivino il ruolo di cura dell’istituzione museale verso gli oggetti e le storie che conserva e trasmette.



