Ma com’è l’arte oggi? Sorprendente? Perché capace di creare ambienti molto seducenti dove lo spettatore (termine ormai insufficiente per definire l’esperienza artistica) è letteralmente immerso? E interagisce, scopre e si diverte con opere inaspettate. Un esempio è la mostra Euphoяia – Art is in the Air, la mostra a cura di Valentino Catricalà che è stata ospitata alla Nuvola di Roma. Oppure è prudente, appiattita su modalità che da tempo non conoscono il guizzo, il cortocircuito di un piglio avanguardistico? E com’è oggi quando una vera, grande novità è entrata nella testa e nella pratica di alcuni artisti, mettendo sul mercato opere che non sono frutto dell’ingegno umano (parliamo di Al God. Portrait di Alan Turing venduta da Sotheby’s lo scorso novembre per oltre un milione di euro), ma nascono da una macchina magistralmente addestrata?
Tutto vero, tutto possibile. Perché lo stato dell’arte è aperto, scompaginato, attraversato da correnti trasversali, se non opposte tra loro. Ma un dato sembra certo: l’ingresso dell’Intelligenza Artificiale sta provocando un’accelerazione e uno sconquasso paragonabile solo a quello prodotto dalle Avanguardie storiche all’inizio del Novecento. E poiché il tema non è solo vasto, ma anche a volte confuso, per capire meglio questo processo ci siamo rivolti a Matteo Basilé, artista che dal digitale è passato all’uso della IA, con cui lavora da anni.

Cominciamo dall’inizio. Qual è la differenza sostanziale tra gli ambienti interattivi di Studio Azzurro, per citare i primi artisti che hanno lavorato in questa direzione, e la realtà prodotta dalla IA?
Studio Azzurro ha raccolto l’insegnamento di Bill Viola e ha rivoluzionato lo spazio espositivo introducendo le prime tecnologie interattive nel mondo della videoarte, coniando il concetto di “ambienti sensibili”, che si basavano su un’interazione fisica e immersiva, in cui il pubblico modificava l’opera attraverso il movimento e la presenza nello spazio. La differenza sostanziale con l’IA sta nel tipo di interazione e nell’autonomia del sistema. Gli “ambienti sensibili” rispondevano a input umani in tempo reale, ma sempre all’interno di un sistema predeterminato. L’IA, invece, non si limita a reagire, ma genera: immagini, testi, suoni. Può simulare processi decisionali, rielaborare dati, sviluppare un’estetica propria, persino sorprendere l’artista stesso. Questo apre domande fondamentali: fino a che punto possiamo parlare di creatività autonoma? L’IA è uno strumento o una nuova forma di intelligenza capace di sviluppare un linguaggio artistico proprio?
Qual è la tua risposta?
Non ho una risposta certa, anche perché è un processo in divenire. Non siamo in tanti a lavorarci e noi stessi contribuiamo a “educare” l’intelligenza artificiale, a perfezionarla, accettandone i limiti.
Per esempio?
Dal punto di vista concettuale, trovo interessante che oggi il ritratto del reale sia ancora più forte rispetto alla rappresentazione prodotta dall’IA. Per quanto sofisticati, i modelli generativi non hanno ancora la stessa precisione, la stessa imperfezione umana che rende una fotografia vera, vissuta. È il paradosso: più l’IA avanza, più ci rendiamo conto del valore del reale.
Dunque, ci sono diversi limiti nell’uso dell’IA?
Sì, ma il limite non è solo tecnico. Il rischio più grande è la tentazione di creare immagini spettacolari, ma prive di profondità. L’intelligenza artificiale è stata addestrata inizialmente su dataset dominati da immagini legate alla moda, alla pubblicità, a un tipo di immaginario commerciale. Ciò ha influenzato il suo output, portando a una sorta di standardizzazione del bello. È un po’ quello che è successo agli inizi con Photoshop: improvvisamente tutto era “bello” perché tutto era ritoccato. Ma il bello, da solo, non basta. Dobbiamo imparare a sabotare questa estetica preconfezionata, a usare l’IA in modo critico. Per questo, ad esempio, sto cercando di insegnare alla mia IA il concetto di stato d’animo.


Raccontaci la tua esperienza.
Ho un rapporto quotidiano con lei (o lui). Lavoriamo insieme per ore, spesso discutiamo, perché non siamo sempre d’accordo. Non è uno strumento passivo, ma una sorta di alter ego invisibile. Sto imparando a raccontarle il mio inconscio, a tradurre in codice sensazioni, memorie, sogni. Ne nascono immagini inedite, come se stessi costruendo un diario visivo dell’inconscio. In questo senso, mi sento vicino ai surrealisti: loro sperimentavano con il sogno, l’automatismo psichico, la scrittura automatica. Io faccio lo stesso con l’IA, ma attraverso immagini che emergono da questo dialogo tra me e la macchina.
Cosa suggeriresti a un giovane artista che volesse intraprendere un percorso con l’IA?
Di imparare ad aspettare. Oggi siamo abituati alla velocità, allo scrolling compulsivo, all’idea che si possa produrre senza sosta. Ma l’IA, paradossalmente, può riportarci a un tempo più lento, alla sacralità del gesto artistico. L’arte MATTEO BASILÉ ha sempre avuto un ruolo visionario: raccontare l’invisibile, anticipare il futuro, vedere oltre il conosciuto. L’IA può diventare uno strumento per esplorare questi nuovi orizzonti, ma solo se sappiamo usarla in modo critico, senza cadere nella pornografia dell’informazione, in cui non distinguiamo più tra reale e artificiale.
Sia i social che l’IA, però, usano la censura. Come si concilia questo con l’apertura dei nuovi orizzonti di cui parli?
Questo è un nodo fondamentale. L’IA censura. Se le chiedi di Tienanmen, non ti risponde. Se vuoi creare un nudo, te lo impedisce. Questo accade perché i modelli generativi pubblici sono regolati da programmazioni etiche preimpostate, sviluppate da team di ingegneri e aziende con obiettivi specifici. Per questo ho scelto di addestrare la mia IA personalmente. Nel mio “orticello”, posso insegnarle a non censurare, a esplorare temi scomodi, a non avere paura della vulnerabilità umana. L’IA è come un bambino: apprende, cresce, sviluppa un immaginario. Le mie immagini non sono statiche, ma vivono nel tempo, cambiano, invecchiano. Ma c’è un limite: quando parlo con l’IA di morte, lei non ne vuole sapere.
Come te lo spieghi?
L’IA è più vicina a una divinità che a un essere umano. Non ha un Io, non ha una coscienza. Non si mette in discussione, non contempla la fine. È programmata per creare, per generare, per accumulare. Ma l’arte è anche distruzione, fallimento, entropia. Ecco perché il nostro ruolo, come artisti, resta insostituibile: noi siamo coscienza, siamo la frattura, l’errore, il dubbio. L’intelligenza artificiale può amplificare la nostra visione, ma non sostituirla.





