Verdiana Bove, dirompenti tensioni tra squarci di cielo

L'artista Verdiana Bove racconta la propria pittura tra luce dietro un’empatia visiva e sedimentazione di ricordi

La genesi artistica di Verdiana Bove ha origine in una pittura che, nel suo alludere a limiti e visioni, crea immagini intraducibili in altro modo e impossibili da scomporre, che non occultano il reale ma lo rivelano nella forma di un segreto irrisolto. Sensibile al disegno, dipingere è per lei una vocazione, un modo per entrare in contatto con l’altro: «Un linguaggio primordiale dagli esiti sempre diversi», racconta l’artista. L’ispirazione prende vita da fotografie di famiglia, persone a lei care, in un’empatia visiva che trasposta su tela genera sedimentazione di ricordi, assenza di contorni e memorie stratificate nel tempo, trasmutazioni soggettive in cui però, è possibile ritrovarsi.

«Mi interessa – specifica – descrivere personaggi in contesti immaginifici, sospesi tra divino e terreno che spesso coesistono nella stessa dimensione. Un cielo pieno e sul basso personaggi mortali, una dimensione di intimità e una più sublime. Non a caso, il verticalismo delle mie tele ha a che fare con l’altezza, è un espediente per elevarsi». Gli sfondi dei suoi olii sono parte della narrazione, posti sullo stesso piano delle figure: «La differenza è quasi inesistente – afferma Bove – poiché quello che è importante è il gioco ottico dell’immagine che appare. Lavorando su grandi formati, con il pennello tiro fuori dalla macchia ciò che voglio far emergere, in un lavoro quasi scultoreo».

Attraverso l’atmosfera, le sue opere evocano ciò che definisce «archetipi universali » come quello della grande madre – figura archetipica che rimanda alla sposa – che esistono, semplicemente sono nel mondo, in una descrizione che è pura astrazione pittorica. Spesso la tela è abitata da puer aeterni, memoriali di ricordi vissuti: «Giovani su cui il tempo non agisce – chiarisce – e che cerco di rappresentare in un divino che ha a che fare con una dimensione terrena carica di materia». Nell’immediatezza concettuale del suo gesto artistico, mai banalizzato in un imprigionamento del simile, le periferie corporee mutano in incontri di ombre e chiarori visualizzati in tempi e spazi onniscienti, in cui la luce diventa il primo momento per distinguere.

D’altronde, i suoi personaggi sono in ascolto della luce, altro archetipo simbolico dalle metaforiche iridescenze, fil rouge del suo racconto visivo: una luce calma e sospesa che sembra ricordare i più sereni cieli invernali. «Mi consentono di descrivere quei mondi al limite tra divino e terreno », racconta l’artista. «La ricerca ossimorica che conduco mi porta a lavorare su ciò che sono polarità opposte come il concetto vuoto/ pieno, chiaro/scuro». I volti raffigurati sono mancanze presentificate, tangibili ed evidenti. Spesso però «hanno gli occhi chiusi, per evocare il sonno o l’assenza».

Tra le sue ultime esposizioni, La luce abbraccia tutto negli spazi di Palazzo Taverna a Roma, un dialogo tra una selezione di fotografie di Luigi Ghirri degli anni Settanta e Ottanta e i dipinti da lei appositamente realizzati. «Per quell’occasione – afferma – ho asciugato il colorismo tipico della mia pittura e ho recuperato alcuni elementi sia dal punto di vista contenutistico che del colore. Estraniandomi dalla realtà di Ghirri ho ripreso alcune dinamiche figurative. Sto andando sempre di più ad asciugare per nascondere sempre meno, arrivare ad un punto che è l’essenza e il cuore di ciò che voglio dire. Il mio intento, per ora, è quello di cercare di descrivere senza furbizia e stratificazioni concettuali ed estetiche».

Dietro l’apparente scarnificazione iconografica ed espressiva, si cela l’incisiva potenza dell’ars poetica: lettrice di poesie e appassionata in particolare di tutta l’opera di Rainer Maria Rilke, non è raro scovare riferimenti lirici tra i suoi segni pittorici, contraltare letterario alla sua arte. E, infatti, titolo della sua prima personale a Le Nuove Stanze di Arezzo è Quando cosa felice cade, dal verso di chiusura della Decima Elegia dello scrittore austriaco, “E noi che pensiamo la felicità/ come un’ascesa, avremmo l’emozione / che quasi ci smarrisce di quando cosa ch’è felice, cade”. «L’esposizione – illustra – si pone come una riflessione sulla caduta, presentata in cinque tele inedite, su come poter rappresentare visivamente la perdita di qualcosa di felice».

Nell’improvviso smarrire di consapevolezze, in quell’allontanarsi difensivamente dalle contingenze del reale, l’arte di Bove è un rifugio di contrasti cromatici estremamente raffinati, una malinconia felice e a tratti commovente, un segno pittorico che imperturbabile esiste, nell’esatto istante in cui luce si muove.

L’artista partecipa a Rountrip Belgrado Roma. Connecting new generations, progetto vincitore del bando Culture Moves Europe, volto a sostenere la mobilità di artisti, creativi, professionisti della cultura. Il programma prevede di creare un gemellaggio culturale tra la capitale della Serbia e Roma permettendo al gruppo di artisti di conoscere lo scenario culturale e artistico di Belgrado, durante il soggiorno di una settimana. Verdiana Bove ha anche in programma un mese a Treviso per la 21Gallery, spazio espositivo fondato nel 2021 da Alessandro Benetton, Massimiliano Mucciaccia e Davide Vanin e dedicato all’arte contemporanea con un focus sugli artisti emergenti. Il programma di residenze artistiche volto alla ricerca, al confronto e alla sperimentazione, conduce Bove a realizzare alcune opere in situ interpretando i valori della realtà aziendale a lei assegnata.