Un palinsesto nel quale ogni strato conduce a uno strato successivo fino a svelare il fondo dell’immagine. Così si potrebbe presentare il lavoro Flyways di Sheida Soleimani vincitrice del MAST Photography Grant on Industry and Work 2025. Il curatore della fondazione bolognese Urs Stahel ha definito questi lavori una torta millefoglie per la complessità dei livelli di lettura delle immagini. I protagonisti delle fotografie sono uccelli: «Nella mia esperienza – spiega l’artista – l’infrastruttura urbana è responsabile di un numero osceno di morti di volatili: una delle cause più comuni è la collisione con le finestre; i grattacieli e altri edifici per uffici sono i maggiori responsabili di questi incidenti fatali. Altre cause comuni – continua – degli 1,4 miliardi di uccelli che muoiono ogni anno negli Stati Uniti sono causati dall’uomo e includono collisioni con automobili e turbine eoliche; elettrocuzione da linee elettriche; veleno per topi e pesticidi, usati intorno a uffici, ospedali e condomini; e perdita di habitat naturale dovuto alle costruzioni umane».


Quello di Soleimani è un punto di vista privilegiato per indagare l’influenza delle strutture lavorative (e non solo) sulla natura: l’artista di origini iraniane lavora infatti in una clinica veterinaria negli Stati Uniti, Congresso degli uccelli, chiamata così in onore al poema persiano del XII secolo, La conferenza degli uccelli. Ma i protagonisti di questi lavori diventano nel loro impatto contro una struttura violenta e artificiale un’allegoria della lotta quotidiana contro il regime delle donne in Iran: «In Occidente – dice Soleimani – non sentiamo spesso parlare di casi specifici: le tragedie, le rivoluzioni e le notizie del Medio Oriente vengono tutte raggruppate. In Flyways, mi concentro sulle storie di individui che vengono cancellati dal tessuto della società iraniana: donne che sono state imprigionate per le loro convinzioni pro-democratiche».



La libertà d’azione diventa quindi un lavoro da fare e non una possibilità scontata: «dobbiamo costruire futuri corridoi di volo per tutti coloro che sono costretti a muoversi; dobbiamo fare il lavoro necessario per aiutare i feriti a riprendersi in modo che possano tracciare i propri percorsi di vita», chiarisce l’artista. Nelle foto posano anche i genitori di Soleimani: un altro strato del palinsesto; anche loro infatti, perseguitati e torturati per l’opposizione al regime, sono dovuti fuggire dal Medio Oriente e cercare nuova vita oltreoceano.





Sheida Soleimani, nata nel 1990 a Indianapolis, è un’artista, educatrice e attivista iranianoamericana che vive a Providence, Rhode Island (USA). Figlia di rifugiati politici fuggiti dall’Iran all’inizio degli anni Ottanta, indaga le storie di violenza che collegano l’Iran, gli Stati Uniti e il Medio Oriente. Ricorrendo a forme e mezzi diversi – fotografia, scultura, collage e film –, spesso si appropria di immagini di partenza tratte dai media popolari/digitali e le ricolloca all’interno di contesti inquietanti. Dopo aver conseguito un BFA in fotografia all’Università di Cincinnati, ottiene un MFA in fotografia alla Cranbrook Academy of Art. Nel 2021 l’artista ha documentato la sua esperienza durante la pandemia di COVID-19 con una serie di fotografie pubblicate sul New York Times. Nel 2025 è nominata vincitrice del MAST Photography Grant on Industry and Work con la serie Flyways.



