A partire da posizioni diverse e complementari, diversi artiste e artisti e diversi teorici e teoriche italiane degli ultimi decenni hanno saputo elaborare – e continuano a intessere – una maglia di riflessioni critiche sull’eredità contemporanea di un lungo periodo storico ampiamente dissimulato, quello dell’occupazione coloniale dell’Africa Orientale. Si tratta di riflessioni sviluppate negli ultimi tre decenni (i primi lavori agli anni Novanta, mentre i testi teorici sono tutti stati pubblicati nell’ultimo decennio) e in buona parte elaborate durante percorsi di ricerca e professionali all’estero. Ricercatrici e ricercatori e artisti come Gaia Giuliani, Gianmarco Mancosu, Alessandra Ferrini, Marie Moïse, Angelica Pesarini, Wissal Houbabi, Mackda Ghebremariam Tesfau’ infatti, vivono facendo ricerca in diverse università internazionali ed è da queste posizioni che hanno potuto rivolgere uno sguardo alla storia coloniale italiana in Africa pulito dall’ideologia amnesica che ha caratterizzato l’Italia del XX secolo.

Poche figure ascrivibili o operative nel contesto (speculativo e non solo geopolitico) italiano infatti, sembrano aver deciso di inserire nella loro agenda critica e nella loro elaborazione politica la colonialità evidente che popola lo spazio culturale dell’“italianità” e che necessariamente deriva da un filtraggio selettivo del nostro ruolo in quanto potenza coloniale nel passato. Fare esperienza di questa arte attiva una nuova percezione di sé nella propria bianchezza, nella relazione con una storia sotterrata, nella consapevolezza di una eredità che non è passata ma è la matrice delle politiche del presente – italiane e globali – che consolidano una relazione di potere tra Occidente e resto del mondo basata su estrazione di risorse, costruzione di un’identità immaginaria, razializzazione e inferiorizzazione delle alterità altrettanto immaginarie.
Il lavoro di transizione verso una consapevolezza critica postcoloniale in Italia è stato fatto – prima ancora che nelle soglie universitarie – in luoghi non istituzionali di produzione e disseminazione di saperi: un altrove ramificato e carsico che ha portato avanti processi di risveglio politico anticoloniale in archivi informali e resistenti, esperienze di cittadinanza politica attiva e reti di militanza anti-razzista, e nello spazio dell’arte, che per la sua malleabilità è spesso territorio di apertura multidisciplinare e posizionamento etico. Il lavoro delle arti visive è penetrato in questo territorio, in dialogo con la produzione teorica e critica internazionale. La ricerca artistica è risultata strumento fondamentale per affrontare con criticità e sistematicità questo discorso, anche se è spesso emerso in Italia come un fenomeno fuori fuoco, diluito o attenuato.


Osservando il lavoro degli artisti che si occupano di colonialità, è possibile rintracciare almeno quattro costanti: la presenza frequente del mezzo cinematografico; l’utilizzo di materiali d’archivio (spesso gli artisti ricorrono ai documenti originali e alla loro rielaborazione per agire sul rimosso storico), riflessioni attente al corpo; uno sguardo su architettura e monumento. Il corpo, rappresentato o evocato, è esposto come oggetto di dominazione e di repressione fisica e culturale, come accade nell’opera di Bekele Mekonnen, di Muna Mussie e di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian. L’italiana Alessandra Ferrini nel suo video Negotiating Amnesia (2015), con voce narrante e autoriflessiva, evidenzia il legame tra inconscio individuale e collettivo, a partire dall’incontro soggettivo con gli archivi fotografici fino a giungere a interrogativi sull’eredità coloniale. L’opera è un film-saggio che ripercorre gli anni della Guerra d’Etiopia (1935-36) e l’eredità del colonialismo italiano, portando alla luce le politiche di amnesia che caratterizzano gli immaginari culturali contemporanei.
Nel complesso, l’opera degli artisti che si interrogano sul tema intende stimolare una presa di coscienza da parte dello spettatore su vicende storiche trascurate e manipolate, nel tentativo di superare l’articolazione dicotomica tra arte e politica e di affrontare il senso di colpa della società bianca che prende vita davanti alle ingiustizie, alla violenza del confine, alle morti in mare. Le ricerche artistiche sul tema creano spazi di dialogo, consolidano connessioni e danno forma a nuovi immaginari e strade ulteriori da perseguire nella direzione di un attivismo culturale diffuso, solidale, ramificato, e – cosa molto importante per noi – mai finalizzato alla costruzione di una specializzazione professionale o alla perimetrazione di un campo di un sapere di cui sentirsi i detentori.

L’arte, così come gli studi teorici – come dimostra il volume Colonialità e culture visuali in Italia di cui siamo coautori – cercano di mettere in relazione la costruzione dell’idea di Europa con l’operatività di cinquecento anni di storia coloniale. A una visione ideologica monolitica, bianca, cattolica, di terra della filosofia, della scienza e dell’innovazione, si vuole opporre una visione ben più complessa e veritiera, quella delle comunità diasporiche di artisti che la abitano e delle loro storie di ibridazione, interconnessione, costruzione di narrazioni.
Il progetto The Invention of Europe. A Tricontinental narrative, sviluppato per e con Kunst Meran Merano Arte, nasce da questa ambizione. Così Binta Diaw è stata coinvolta in un nuovo lavoro che parla del “tè degli italiani” (il carcadè) e dei tessuti “africani” prodotti a Vienna. Francis Hoffman usa il caffè che da simbolo di italianità diventa materia con cui ragionare sull’economia delle piantagioni che ha portato la bevanda tipica del Corno d’Africa in Ruanda (oltre che in diversi paesi dell’Africa e delle Americhe) perché venisse consumato in Europa. E Liliana Angulo Cortéz ci parla dell’estrazione di specie vegetali e di tutto il sapere che gli indigeni del Regno della Nuova Granada (oggi Colombia) avevano al riguardo, in una missione settecentesca che ha portato in Europa migliaia di piante.

Il nostro lavoro sulle culture visuali e sulla colonialità non è un campo di ricerca nell’ambito accademico o una specializzazione professionale nell’ambito della curatela e della produzione artistica. È una pratica. In quanto praxis è svolta nel campo, si muove, costruisce e trova strumenti via via più significativi, reti di alleanze con cui agire, spazi pertinenti in cui lavorare. Il campo al contrario è uno spazio che vuole essere delimitato, chiuso dalle inferenze esterne, che teme l’ingresso di altri.
Riteniamo che uno spazio di produzione culturale che indaga, attraverso gli strumenti della ricerca artistica, il perdurare della colonialità nel nostro paese sia un fatto etico, politico, e diffidiamo da chi si attribuisca paternità o territorializzi un discorso che è vivente, perché parla di ius solis, di migrazioni, di riparazioni, di restituzioni: è un atto dovuto di ripensamento dell’assetto coloniale e dello spazio di privilegio che noi europei dobbiamo riconoscere. Il nostro lavoro non vuole essere una formalizzazione delle teorie postcoloniali (sorte alla fine dei movimenti di decolonizzazione nelle università anglosassoni come spazio di traduzione delle istanze etiche dei movimenti in campi del sapere), ma piuttosto una pratica di ricerca anticoloniale, che esorta a vedere ed eradicare la colonialità dalla cultura del presente.



