Monia Ben Hamouda, un cerimoniale contemporaneo per un mondo al collasso

Intervista a Monia Ben Hamouda, che racconta i propri lavori tra un approccio all'arte viscerale e una ricerca sugli spazi liminali

Una tensione tra sacralità e dissenso percorre i lavori di Monia Ben Hamouda, che in una ricerca anzitutto materica esplora le distorsioni del mondo. Con un retroterra italo-tunisino incanalato nelle sue istanze, l’artista rivendica un’urgenza espressiva volta a sondare gli spazi liminali nelle maglie del contemporaneo: architetture collassanti e sculture sospese ne rovesciano le rifrangenze e, coniugandosi con una “palette olfattiva” capace di rendere l’opera d’arte un fenomeno fisico, danno forma a un rituale del nostro tempo.

Con Theology of Collapse hai vinto l’ultima edizione del MAXXI BVLGARI PRIZE: cosa sta collassando?

La mitologia della moralità, il pianeta, l’intero universo. Credo che il concetto di collasso sia il nucleo del nostro tempo. La mia necessità di erigere uno spazio di lutto nasce dalle profonde inquietudini socio- politiche contemporanee, ma anche dal desiderio di comprendere cosa spinga gli esseri umani a costruire monumenti funebri e luoghi di commemorazione. Per questo ho scelto di reindirizzare il peso della Storia incarnandolo in uno spazio fisico e architettonico. La scultura racconta, infatti, non solo il collasso delle nostre convinzioni, ma anche l’inaccessibilità e l’incomprensibilità delle istituzioni museali rispetto alla collettività. Più di tutto, però, esprime un senso di privazione collettiva, di giustizia violata, di minaccia e incertezza.

Formalmente, l’opera si situa a metà tra un luogo di culto e un mausoleo. Indaga il bisogno umano di erigere architetture funebri e riflette su una teologia del collasso, ponendo interrogativi sull’autenticità, sulla paternità delle narrazioni storiche e sul legame tra passato e presente politicizzato attraverso l’esposizione di reliquie artefatte. Il mio intento è stato quello di rappresentare il momento stesso in cui si forma un trauma storico monumentale, un trauma di cui siamo testimoni diretti e che trasmetteremo alle generazioni future. Una genesi ciclopica e incontenibile di nuove maledizioni ataviche e generazionali, che affonda le sue radici in meccanismi profondi e invisibili di violenza strutturale: le fondamenta stesse del nostro sistema.

In riferimento a lavori come Blair (2020), esposto a Piazza del Campidoglio a Roma ma anche alla stessa Theology of Collapse (2024), come si esprime la monumentalità nelle tue opere?

Negli ultimi anni ho riflettuto e lavorato molto intensamente sul concetto di monumentalità, intesa come disgregazione – e dunque sulla conseguente ricostruzione attraverso diversi paradigmi – di una ipotetica linea di demarcazione tra giusto e sbagliato. Tale modalità affonda le sue radici nel tentativo di empatizzare con le distorsioni della normalità, come una sorta di apertura, di spostamento dell’asse verso i gesti conflittuali, per provare a comprenderli e a ridescriverne il lessico morale.

Quali sono oggi le tue linee di ricerca?

Ultimamente descrivo il mio lavoro come una pratica di riconciliazione e di riavvicinamento tra le diverse polarità che la compongono. Molte delle mie opere cercano di ricomporre alcune tematiche che tendiamo a percepire come frammentate: l’idea di patrimonio, di nozione storica, di autenticità e di linguaggio come veicolo di misunderstanding. Nel 2021, fu la giornalista Vashti Ali a definire la mia pratica citando l’in-betweenness; penso che sia una qualità intrinseca del lavoro, che sfrutta i diversi riferimenti culturali e li utilizza come materiale scultoreo.

Le tue sculture sospese suggeriscono un carattere ancestrale: pensiamo ad esempio al lavoro con cui, nella mostra RENAISSANCE a Bolzano, hai vinto la borsa della Fondazione Vordemberge-Gildewart. Che valenza evocativa attribuisci alle tue opere?

Nonostante l’urgenza espressiva sia la mia, il desiderio complessivo del mio lavoro è quello di raggiungere le pluralità. Il mio lavoro ha un forte respiro politico. Uno dei miei obiettivi è sicuramente quello di descrivere la contemporaneità, soprattutto nel tentativo di percepire le urgenze e veicolare i cambiamenti. Lavorare con le istituzioni museali, negli ultimi anni, mi ha costretta a riflettere e a considerare la storia e la storiografia non come costrutti astratti e sconnessi, ma come una coalizione di forze. In questo panorama gli artisti hanno un grande privilegio: quello di poter prendere parola riguardo alle tematiche contemporanee, una fra tutte la questione della giustizia collettiva e il fortissimo desiderio di conquistarla.

I tuoi primi lavori si muovono su territori lontani dalla leggerezza delle opere degli ultimi anni. Qual è stata la tua evoluzione tecnica?

Le opere più datate sono per me un riflesso germinale delle tematiche e delle qualità materiche che caratterizzano le opere più recenti, anche se, formalmente, possono sembrare distanti. Considero infatti quel periodo come la base di tutto ciò che faccio oggi. Sebbene venga considerato da molti come un momento atipico e distante dalla mia produzione attuale, a me risulta totalmente coerente e di fondamentale importanza. È stato proprio quello il momento nel quale ho appreso e interiorizzato il mio approccio alla materialità, alla creazione scultorea e al suo potere. Le riflessioni sugli oggetti sacri nascono proprio da lì, sebbene il legame risulti meno esplicito: l’utilizzo di certi materiali – come la carne di maiale, per esempio – rivelava un forte rimando al mio contesto religioso e alla mia curiosità materica volta a indagare le modalità trasformative di alcuni materiali e come questi potessero trasformarsi in simboli, essere venerati e, talvolta, persino proibiti.

Tra i materiali di cui parli ci sono anche le spezie, che usi spesso nei tuoi lavori.

Il mio rapporto con i materiali è sempre stato profondamente simbolico e allegorico. A partire da questa riflessione, ho esplorato l’aspetto cerimoniale e curativo di alcune spezie, integrando spesso nelle mie opere una “palette olfattiva” che può essere delicata o estremamente violenta. Il mio lavoro diventa così anche un fenomeno fisico che coinvolge il corpo dello spettatore, lo scuote e lo trasforma. Mi affascina l’idea che possa sia guarire sia maledire, un aspetto che rende ancora più esplicito il richiamo religioso e cerimoniale della mia pratica. È un approccio all’arte viscerale.

Dopo un 2024 di esposizioni, residenze e riconoscimenti, tra cui la partecipazione a RENAISSANCE, una collettiva realizzata da Museion a Bolzano e curata da Leonie Radine che ha esplorato le forme di rielaborazione dell’eredità culturale, Monia Ben Hamouda è stata nominata vincitrice del MAXXI BVLGARI PRIZE IV nel gennaio 2025 dopo aver preso parte alla mostra con gli altri due finalisti, Binta Diaw e Riccardo Benassi. Sono diverse le istituzioni italiane e internazionali che nel corso del 2025 ospitano la ricerca espressiva dell’artista: accanto alla personale da Selma Feriani a Tunisi presentata fino ad aprile 2025 e curata da Anissa Touati, Ben Hamouda ha cominciato una residenza all’American Academy in Rome. Molti sono i progetti in cantiere per il periodo romano, tra cui la prima monografia dell’artista, curata da Gioia Dal Molin ed edita da Mousse.