Non stupisce che sull’Isola di Sant’Antioco, nel sud della Sardegna, sia un museo archeologico ad attrarre il grosso del pubblico: d’altronde, come impongono i processi evolutivi delle civiltà, il contemporaneo tarda a raggiungere le più lontane propaggini del mondo. Accade però che proprio quest’isola, collegata con la maggiore da una sola lingua di terra, abbia un angolo selvaggio in cui, oltre al tramontare a picco sull’acqua e al luccicare della tonnara che agli inizi dell’estate raccoglie gli antichi riti dei pescatori pronti ad accerchiare l’oro del mare per cui numerosi arrivano da tutto il mondo, c’è un museo che decostruisce questo immaginario.

È il MACC, il Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, fondato nel 2000 dall’artista Ermanno Leinardi in quello che era il mattatoio del paese. Dopo anni di vita difficile, fin da un’inaugurazione presidiata dalle Forze dell’Ordine per le controversie politiche costruitesi intorno alla sua istituzione, il museo rappresenta il perno di un vero e proprio programma di rigenerazione socio–culturale in grado di catalizzare, pure in una realtà lontana dai grandi circuiti dell’arte, le pratiche creative e curatoriali più sperimentali. Il MACC vive di certo della sua collezione di opere astratto concrete, attraverso cui dà pure forma innovativa – sia sul piano espositivo che didattico – alle attività tradizionali di un museo, ma a conferirgli una dimensione internazionale è “Laboratorio Mediterraneo”, il programma di residenze che ogni anno accoglie artisti da tutto il mondo invitandoli non tanto a produrre, quanto a elaborare. E nel suo incontro sinergico con la cittadinanza, quello del MACC sembra essere un esperimento riuscito.

Il MACC per chi viene
«Quello delle residenze non vuole essere un progetto di consumo». Così Efisio Carbone, direttore onorario del MACC dal 2018, circoscrive l’identità di “Laboratorio Mediterraneo”, il programma di residenze finanziato dalla Regione Sardegna e diretto da Claude Corongiu nel museo calasettano. Reclutati nelle maggiori fiere internazionali, gli artisti che arrivano a Calasetta non hanno alcun obbligo produttivo: come raccontano Carbone e Corongiu, «sono solo tenuti a restituire alla cittadinanza con un incontro al museo quanto esplorato nel periodo di residenza, che siano pure esclusivamente approdi di studio e ricerca». In altre parole, partecipando al progetto gli artisti recuperano il tempo, una dimensione che torna a essere dilatata attraverso un permanere contaminato dall’esperienza del luogo.

«L’intenzione – continua Carbone – è di fornire loro uno spazio di riflessione, perché un artista crea anche quando il processo non è pragmatico. Con queste residenze vogliamo ricordare che il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, anche rispetto a quel mercato dell’arte a tratti soffocante; una visione stringente che combattiamo idealmente ricordando che i ritmi dell’uomo sono diversi e che la creazione guadagna in qualità da un processo più lento». Un invito, questo, che gli artisti sembrano raccogliere: «In questo periodo volevo realizzare un’opera da presentare in autunno, ma un progetto del genere non era adatto alle “vibes” di Calasetta, perciò ho messo da parte le grandi ambizioni e ho realizzato degli studi che raffigurano ragazzi mentre giocano a pallone, secondo un linguaggio che in genere non uso. Essendo un periodo di ricerca, ho cercato di lasciare la mia pratica espandersi anche scegliendo soggetti che potevano sembrarmi banali». Lo racconta Andrej D.bravský, artista slovacco protagonista della stagione di residenze 2025 con Alexa Hoyer, Adri.n S. Bar., Elodie Seguin, Andreco e Daniele Di Girolamo, vincitore del Premio Ettore e Ines Fico e Premio MACC in occasione di Artissima 2024.
Ma c’è anche chi, in un frangente così prezioso e libero da ambizioni, fa del tempo stesso il perno della propria ricerca. È Leo Marz, artista messicano che nei suoi lavori, come spiega lui stesso, «indaga come il tempo abbia un impatto sulla percezione della realtà, come un corpo possa diventare spazio attraverso un processo di scomposizione e stratificazione». E per portare a termine il dipinto di grandi dimensioni realizzato nei suoi due mesi di residenza, durante i quali si è anche dedicato a un progetto editoriale, Marz racconta di aver fatto propria la semplicità del luogo, il cui silenzio lo ha spinto ad acquisire un’attitudine meditativa in grado di mettere al vaglio le ragioni della sua produzione visiva.

Il MACC per chi resta
Per vivere il museo calasettano non può contare solo sugli artisti. A notarne il passaggio è infatti la cittadinanza, ingrediente imprescindibile per la definizione della linea museale. «Un museo – spiega Carbone – deve chiedersi quale sia il suo ruolo nella comunità. Nel caso del MACC è stato fondamentale trovare un equilibrio fra le attività sperimentali, come le residenze, che internazionalizzano, e quelle più canoniche e tradizionali, come le esposizioni e il complesso di servizi che l’istituzione può offrire al paese».
«La cittadinanza – commenta invece Maria Laura Corona, assessora al Turismo di Calasetta – guarda ormai al museo in modo diverso, anche perché attraverso un piano di destagionalizzazione si cerca di tenere quanto più tempo possibile le persone in paese; un fatto che ha un impatto economico riconosciuto sia dai cittadini che dalla giunta comunale». A fare del museo un perno della vita del paese è soprattutto quanto sottolinea Maria Carla Armeni, presidente della Fondazione comunale che lo gestisce: «Il MACC è un museo che si svincola dall’immaginario di una scatola chiusa, impermeabile, ma si propone al pubblico come una realtà viva».


Calasetta nel mondo
Tempo e scambio sembrano essere gli elementi chiave del progetto e già la sua denominazione, “Laboratorio Mediterraneo”, suggerisce una dichiarazione d’intenti. Evocando le riflessioni sul tema condotte nelle grandi manifestazioni internazionali – dalla Biennale di Malta 2024 al Padiglione Italia della Biennale Architettura in corso a Venezia – il progetto immagina il Mediterraneo come ponte liquido, uno spazio d’incontro tra civiltà. E Calasetta, porto fenicio che ha incontrato ora il mondo egizio, ora quello nuragico, respira l’esito della stratificazione. «Con questo progetto – spiega Carbone – il museo diventa un dispositivo attraverso cui gli artisti in residenza lasciano qualcosa qui e al tempo stesso esportano la loro esperienza al di fuori di questo luogo, diventandone ambasciatori». D’altra parte, come commenta Maria Carla Armeni, «parte integrante del “Laboratorio Mediterraneo” consiste nell’introiezione di Calasetta da parte degli artisti e nelle modalità con cui loro la riportano nel mondo». Immersi nel genius loci, ne fanno allora una residenza nel senso proprio del termine: quello di una casa.


