Quando si parla di archeologia si allude a qualcosa che ha a che fare con il passato. Andrea Mauti la declina in un contesto estremamente contemporaneo: nella fatiscenza del mondo d’oggi è come se riuscissimo già a percepire la proiezione che abbiamo del futuro. L’archeologia diventa quindi pretesto per esplorare il decadimento della società contemporanea, un mondo ormai panorama di rovine in cui bisogna riassemblare frammenti di realtà, offrendo possibilità di riappropriazione e trasformazione. La sua ricerca si ispira a una vasta gamma di riferimenti filosofici e letterari, tra cui Mark Fisher, Donna Haraway e Paul Preciado, oltre a elementi tratti dalla letteratura fantascientifica e dal situazionismo. Il concetto di tempo è visto come frammentato e sospeso tra il passato e un futuro in decadenza in cui i materiali stessi delle opere reagiscono e si trasformano in relazione al contesto in cui vengono collocati.

Si nota all’interno del tuo lavoro una ricerca rivolta al concetto di archeologia, una questione legata al tempo e a una visione del mondo che sembra essere già in rovina.
L’archeologia è un espediente narrativo perché crea un scarto temporale fra ciò che è l’oggetto ritrovato e quello che potenzialmente potrebbe essere. Nella visione del mio lavoro funziona a livello
poetico, ossia guardare la realtà e il decadimento della società contemporanea e muoversi all’interno di questa idea di rovina come se ci trovassimo in un panorama cosparso di ceneri e di ritrovamenti. È come se dovessimo riassemblare un po’ le parti di questa realtà in fase di putrefazione. C’è questo scambio fra morte e vita in quanto si tratta di oggetti e di materiali che avevano una loro funzione che hanno perso totalmente. Però mi piace applicarla proprio alla realtà attuale in modo tale da sovvertire anche quelle che sono delle dinamiche di potere, di monumentalità e di colonizzazione anche rispetto agli spazi architettonici urbani e privati. Poi questa ricerca si sta evolvendo rispetto a come questa archeologia può contaminarsi con un’idea più ibrida nell’uso di mate riali, di scelte visive, e si inserisce l’idea di corpo inteso come ibrido, non chiaro.

photo Roberto Apa

L’idea di frammentazione è centrale nel tuo lavoro. La vedi più come un’esplorazione dell’obslescenza o, piuttosto, un tentativo di ricomposizione?
Da una parte c’è proprio l’impossibilità di pensare a un altro ordine rispetto a quello che viviamo, però per me in questo stato di decadimento, di rovina totale, c’è la possibilità di riemergere partendo da quello che è stato distrutto. Quindi riutilizzare e riappropriarsi in modo quasi furtivo, rubare, riprendersi tutto quello che ci è stato tolto, però lavorando con quello che è stato dandogli una nuova forma. Sebbene l’impianto possa risultare estremamente decadente, oscuro e talvolta gotico, mi piace che, attraverso questa visione, si possa poi riemergere per ricostruire qual cosa che ha una sua stessa instabilità. Assecondare questo senso di fragilità dell’umano stesso perché si parla anche di questo rapporto che c’è tra noi con i nostri corpi, con i corpi esterni, con la realtà circostante che non è più la nostra ma appartiene a tutti. Il fattore tempo quindi risulta cruciale. C’è sempre l’idea della frammentazione costante. Quindi anche il tempo, in qualche modo, si congela e rimane in una dimensione quasi sospesa tra la possibilità di essere qualcos’altro e la fase antecedente all’apocalisse. Un’idea di tensione: tutto sta finendo, ma c’è la possibilità che il tempo si dilati e si apra ad altre possibilità. Nel mio lavoro c’è una trasformazione perché i materiali reagiscono e mi piace che il contesto site-specific possa modificare gli oggetti e le cose senza averne il controllo.
A tal proposito, come si inseriscono le tue opere nello spazio?
Si tratta di qualcosa di estremamente cruciale. Diventa quasi un atto poetico ma politico allo stesso tempo anche se il limite è quasi impercettibile perché il lavoro è molto ambiguo di per sé. C’è proprio l’idea di impossessarsi dello spazio ma in modo quasi antimonumentale. Una contraddizione tra il voler erigere qualcosa di nuovo ma che, allo stesso tempo sembra un monumento. Per me è importante ogni volta confrontarmi e pensare a un progetto relazionandolo a quello spazio specifico facendo ricerche.

2024, Cité International des Arts Paris, courtesy ADA Rome, photo Omar Golli

2024, details, Cité International des Arts Paris, courtesy ADA Rome, photo Omar Golli

2024, details, Cité International des Arts Paris, courtesy ADA Rome, photo Omar Golli
Più volte hai citato la questione del corpo, soprattutto con una connotazione politica. Come si declina questo all’interno del tuo lavoro e della tua ricerca?
Nella resa finale del lavoro mi piace che rimanga ambigua. Quest’aspetto di cui parlo molto – in quanto autobiografico – non esce in modo dirompente rispetto al lavoro, però mi interessa che si percepisca questa ambiguità, l’essere ermetico, non leggibile. Se mostro qualcosa che apparentemente si possa legare a un immaginario, in realtà dietro c’è questo legame col corpo.
Vale anche nella scelta di materiali: la cera, ad esempio, per me è un materiale onnipresente, così come la resina. Queste restituiscono alle sculture l’idea di pelle, una superficie viscosa che non si comprende bene cosa sia. Ma non si tratta di un corpo definito, sono sempre parti di corpi che si contaminano con altri materiali. In ciò la città diventa un simbolo di questa ambiguità, cioè di una classicità che permane – che è la società contemporanea – ma che decade conservando una parte con cui bisogna ogni volta, in ogni epoca, interfacciarsi costantemente.
C’è comunque una voglia di non svelarsi completamente.
Esattamente! Mi piace che ci sia una lettura impenetrabile, che il lavoro possa essere aperto. Quindi il mio background archeologico, come il resto, sono cose che si sovrappongono e restituiscono un’esperienza totalmente diversa. Ognuno poi può interpretare ed entrare nel lavoro attraverso diversi canali.

Nel 2025 Andrea Mauti partecipa a due collettive: una alla M + M Gallery Hong Kong e a una negli spazi di LATERAL (Roma) insieme a Hunter Longe, residente all’Istituto Svizzero, Clovis Maillet, residente a Villa Medici e Ilare. Il progetto di mostra nasce durante un workshop a Villa Medici, curato da Clovis Maillet su pratiche performative rituali e la creazione di ex voto in memoria di persone defunte. Esso riflette su come il passato e i morti continuino ad avere una certa influenza, nel presente e nel futuro, attraverso l’espediente della rovina come corollario di memorie che si manifestano nell’invisibilità di pratiche nel presente. Mauti porta un lavoro site specifc in cui riflette sull’idea dello spettro e sulla riattivazione della memoria attraverso l’odore. Sta lavorando, inoltre, a un progetto installativo e di ricerca riguardo alle “Trümmerlandschaften” berlinesi, ossia zone degli spazi extra-urbani dove i detriti infestanti industriali si configurano come rovine in cui prendono forma nuovi rapporti intraspecifici e fluidi.


