Arles è sempre stato un appuntamento estivo importante e imperdibile per la fotografia, uno spazio di incontro molto sentito sia dal pubblico, sia dagli addetti ai lavori, con mostre, talk, presentazioni, letture portfolio, premi e soprattutto molte occasioni per fare il punto della situazione e indagare le nuove tendenze. Negli ultimi cinque anni, dal 2020, alla direzione del festival Christoph Wiesner, ex direttore della fiera Paris Photo. Il suo approccio è stato quello di dare spazio, oltre alle mostre e agli autori storici, soprattutto alle nuove generazioni, alle tematiche attuali che la società contemporanea affronta quotidianamente e alla collaborazione tra istituti, musei e la diversificazione di numerosi curatori, fautori dell’ossatura eterogenea e contaminata del festival.
Dall’alto dei 160 mila visitatori della precedente edizione si può tranquillamente dire che Christoph Wiesner abbia avuto ragione su tutta la linea. Concentrandosi, quest’anno, sul tema Disobedient Images l’intento era già chiaro in partenza, un intento militante che desse voce alle diversità di cui il mondo è contenitore, e dall’altra che rivelasse la natura disobbediente delle immagini stesse, messe in pericolo da governi che proclamano la censura e la cancellazione della memoria. Les Rencontres de la photographie d’Arles è sempre stato un termometro espressivo, quest’anno più che mai è anche un termometro sociale e politico.

La sezione Contre-Voix rende manifesto uno dei principali obiettivi del festival: il rendere giustizia, offrendo spazio espressivo a coloro che finora sono stati esclusi, per questioni di genere, di cultura, di origini: nella mostra Ancestral Futures. Brazilian contemporary scene gli autori brasiliani coinvolti, anagraficamente eterogenei, lavorano con gli archivi – o creando, con collage e intelligenza artificiale, nuove forme di archivi visivi – per denunciare il colonialismo, la violenza che ne è seguita, le narrazioni stereotipate, per contestare un tipo di storia nazionale raccontata con lo sguardo del “dominatore bianco”; altra collettiva volta a definire, attraverso la fotografia, un rinnovato modo di intendere la storia nazionale, in questo caso australiana, è On Country: Photography from Australia, in cui il termine “country” è indagato secondo nuove visioni, nuove storie e anche, perché no, nuovi eroi come ci dimostrano le fotografie di Tony Albert e David Charles Collins.


Il festival, oltre allo scenario collettivo e più simbolicamente storico, mostra anche come la disobbedienza possa essere esercitata e rappresentata in ambiti più circoscritti, più personali e intimi, come la famiglia. Families Stories è, infatti, un’altra sezione dell’esteso programma espositivo. E chi è entrata nella storia della fotografia proprio per il suo linguaggio ribelle nel raccontare di violenza, droga ed emarginazione, in un modo tanto familiare quanto fisicamente impattante e destigmatizzante? Ovviamente Nan Goldin, presente ad Arles con la mostra Stendhal Syndrome e premiata con il prestigioso “Woman in Movement Award” assegnato da Kering. A Les Rencontres de la photographie la fotografa americana e attivista politica porta in scena un dialogo tra i suoi famosi ritratti di amici e amanti con quelli fatti nei musei di tutto il mondo ai capolavori classici, rinascimentali e barocchi, creando un cortocircuito tra mitologia e intimità.
Seguendo la decostruzione del concetto di famiglia di Nan Goldin, i lavori che punteggiano la sezione Families Stories cercano, tutti in egual misura, secondo stili diversificati, di mostrare un “oltre”, di smascherare i dogmi familiari, come Camille Lévêque, con In search of the father, con cui l’autrice, tramite album di famiglia, montaggi, immagini pubblicitarie, collezioni di oggetti, indaga il concetto di “padre”, facendo decadere l’immaginario patriarcale; o il viaggio, simbolico ma anche fisico, di Diana Markosian che per trasmettere la propria storia familiare, gioca con una figura paterna in assenza e in presenza, con buchi nell’immagine e con un padre che torna in carne e ossa; o ancora Erica Lennard in Women, sisters, con cui l’autrice cerca di rappresentare il concetto di “sorellanza”, includendo i suoi soggetti, solitamente amiche di sangue, in scenari onirici e teneri.

E poi ancora nomi storici della fotografia, tra cui la voce fuori dal coro di Letizia Battaglia che si dipana in una mostra monografica allestita con rigore e dando il pieno senso della lotta attraverso le sue immagini; e ancora l’americano Todd Hido, maestro della luce, che con The Light from Within ci offre una raccolta di opere che contemplano momenti di quieta bellezza in paesaggi spesso desolati; per non dimenticare l’insolito trio Berenice Abbott, Anna Fox e Karen Knorr con un’indagine visiva della famosa strada americana Route 1, che collega il Maine alla Florida.
Grande rilevanza in questa edizione del festival lo hanno anche gli archivi, con il loro valore storico e la loro capacità si smuovere le coscienze: ne è un esempio la mostra In praise of anonymous photography, dalla collezione di fotografie anonime e amatoriali di Marion e Philippe Jacquier, le cui immagini, per questa esposizione, sono state selezionate seguendo delle tematiche ben precise come la storia, l’intimità e l’ossessione; o Retratistas do Morro, una raccolta di immagini di due fotografi brasiliani (João Mendes e Afonso Pimenta) che, per quasi sessant’anni, indagarono la vita degli abitanti di Serra, una delle favelas più grandi del Brasile.


Come non soffermarsi, poi, sulla pratica dirompente e profondamente acuta di Kourtney Roy, con il suo The Tourist? Uno spaccato che racconta la linea sottile tra il glamour e il kitsch, l’inquietante e l’ironico, la realtà con la finzione. Molti sono i lavori che raccontano di un processo di riacquisizione di storie, identità, ricordi, cose sottratte e poi ricostruite tramite la dirompenza delle immagini, che leniscono i vuoti, ma anche li ricolmano con qualcosa di diverso dalla realtà, con un sentire privato che diventa collettivo.
È stata anche questa la forza della 56esima edizione del festival Les Rencontres de la photographie d’Arles, il fatto di essere riuscito a delineare un mondo possibile. Attraverso delle immagini che puntano il dito contro il conforme, gli stereotipi, le narrazioni colonizzanti, la programmazione di mostre, incontri, premiazioni di libri, ha mostrato nuove prospettive sulla realtà che ci circonda, lasciando però lo spazio anche a quella storicità fotografica che fa sempre bene, per capire le fondamenta di questo linguaggio sempre più contaminato.



