È polemica tra Giuli e il Corriere, ma il conflitto è più profondo

Al centro della scena, il Ministro Alessandro Giuli e le sue dichiarazioni sulle recenti nomine ai vertici museali

Il caldo estivo si accompagna ad un acceso scontro istituzionale che infiamma il dibattito pubblico. Al centro della polemica, il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e una contestata intervista che avrebbe dovuto comparire sulle pagine del Corriere della Sera, ma che secondo il ministro sarebbe stata scartata dopo tagli e modifiche ritenute “inaccettabili”.

Giuli, con un lungo post pubblicato su Facebook, ha denunciato il comportamento del quotidiano milanese, accusandolo apertamente di censura: “Prima mi chiedono di rispondere a un editoriale velenoso sulla destra culturale, poi optano per un’intervista. Ma appena la risposta alla prima domanda non piace, decidono di non pubblicare più nulla”, scrive il ministro. Giuli afferma di aver accolto alcune richieste di “ammorbidimento” del tono da parte del giornalista, togliendo ad esempio espressioni come “perditempo” e “poltrona di lusso”, senza però riuscire a evitare il rifiuto finale da parte della redazione.

Tra dissenso e ingerenza

Il punto di partenza del diverbio risale all’editoriale firmato da Ernesto Galli della Loggia, apparso lo scorso sabato sul Corriere, in cui si criticava apertamente l’orientamento culturale dell’attuale governo, accusandolo di gestire la cultura come un terreno di occupazione politica piuttosto che come uno spazio di progettualità e visione. La risposta del ministro, invece, difendeva con fermezza l’operato della destra al governo: «Parlano di poltrone, ma intanto abbiamo ottenuto il riconoscimento di un nuovo sito UNESCO (le Domus de Janas sarde) il 61° per l’Italia», sottolineava Giuli.

Giuli ha anche fornito alcuni dettagli, pur senza fare nomi, della conversazione privata con il giornalista del Corriere che lo aveva intervistato, verosimilmente Paolo Conti. In uno degli scambi mostrati, il giornalista si interrogava sulla necessità di “alleggerire” alcune frasi, temendo che potessero risultare troppo offensive. Conti, dal canto suo, ha poi criticato duramente la pubblicazione di messaggi privati, definendola una mossa scorretta e poco professionale.

Dal Corriere della Sera è giunta una pronta replica. “Avevamo chiesto un’intervista al ministro già dieci giorni fa, ma ci è stata negata. Quando poi è arrivata, conteneva attacchi personali e inviti alle dimissioni in risposta a critiche politiche. Gli abbiamo proposto di rispondere con una lettera: ha rifiutato. Nessuna censura, solo una questione di metodo e di contenuto”, spiegano dalla redazione.

Anche Galli della Loggia ha detto la sua, con tono ironico ma deciso. «La ‘poltrona di lusso’ che il ministro immagina era in realtà un incarico gratuito e temporaneo, condiviso con pochi altri esperti. Per quanto riguarda Boccaccio, Giuli dovrà farsene una ragione: la valutazione spetta a chi ha le competenze, non a lui».

Politica e nomine: il caso dei superdirettori

Ma lo scontro con il Corriere è solo una parte della vicenda. In quella stessa intervista “fantasma”, Giuli ha anche espresso insoddisfazione per la lista dei candidati finalisti selezionati per guidare i principali musei italiani. Dal Museo Nazionale Romano alla Galleria dell’Accademia di Firenze, fino al Parco archeologico del Colosseo. Pur non rilevando irregolarità formali, Giuli ha ipotizzato la possibilità di riaprire i bandi, criticando il lavoro della commissione di valutazione.

Un gesto che ha sollevato numerosi interrogativi. La procedura di selezione dei direttori museali in Italia seguirebbe principi di trasparenza e legalità, con una commissione di esperti indipendenti incaricata di valutare i profili. Sebbene intervenire ex post, senza motivazioni giuridicamente fondate, sia un diritto, rischia di compromettere l’autonomia delle istituzioni culturali. Le parole del Ministro si inseriscono in un contesto in cui la cultura appare sempre più al centro di una contesa ideologica. Dal dibattito sulla tassazione dei fondi all’arte, fino al caso del finanziamento concesso alla società di Charles Francis Kaufman, oggi accusato di omicidio, la direzione presa sembra alimentare lo scontro più che favorire dialogo e visione.

Reazioni a catena

La polemica ha inevitabilmente generato reazioni trasversali. Da Fratelli d’Italia si invoca la necessità di un confronto più costruttivo, mentre Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, difende il lavoro del ministro, citando le riforme in atto come il Piano Olivetti e il Piano Mattei. Sul fronte opposto, Matteo Renzi si è schierato con il Corriere e Galli della Loggia, criticando duramente il comportamento del ministro: «ha fatto finanziare il proprio libro con soldi pubblici. Non intercetta i giornalisti, ma li epura».

Chi decide la cultura?

Quel che resta, al di là delle dichiarazioni e delle reciproche accuse, è un teso clima in cui la cultura diventa terreno di scontro ideologico, politico. E in cui anche le regole basilari del confronto democratico (tra istituzioni, stampa e cittadini) sembrano messe alla prova. Se il ministro Giuli voleva aprire un dibattito sul ruolo della cultura e dei suoi interpreti, è riuscito nel suo intento. Ma a giudicare dai toni e dalle modalità, sembra che la vera sfida (quella della credibilità e del rispetto reciproco) sia ancora tutta da giocare.

Dietro la questa dinamica si rileva dunque un malessere reale, quello di chi intravede nel sistema culturale italiano una tendenza all’autoconservazione. La trasparenza è garantita formalmente, ma è lecito interrogarsi se lo sia anche nei fatti, nelle logiche di selezione. E forse è proprio qui che affondano le radici dell’insoddisfazione espressa dal Ministro. La cultura dovrebbe essere spazio critico. Il punto allora diventa un altro: chi decide quali visioni meritano attenzione e quali no, e secondo quali logiche?