Numero Cromatico: la comunità che sfida l’era dell’artista-brand

Un approccio corale che intreccia linguaggi e discipline per riscrivere il ruolo dell’arte oggi. Intervista al collettivo romano

«Gli impressionisti, gli espressionisti, gli stessi surrealisti guardavano alla psicologia come a una scienza avanzata; così anche noi – racconta Dionigi Mattia Gagliardi, tra i fondatori di Numero Cromatico – Lavoriamo con la scienza non per illustrarla, ma per intrecciarla alla creazione estetica».

Nato a Roma nel 2011, Numero Cromatico si muove tra arte, neuroscienze, linguaggio visivo e ricerca transdisciplinare. Lontano dalle retoriche dell’autorialità, rifiuta la figura dell’artista-brand per costruire una pratica condivisa che non separa il pensiero dalla forma. «Viviamo in un’epoca – spiega Gagliardi – in cui l’artista è sempre più brand. Noi abbiamo scelto di essere una comunità». Il collettivo oggi conta venti membri con formazioni differenti che spaziano dalla psicologia cognitiva all’allestimento, dalla grafica alla neuropsicologia: «Abbiamo team diversi ma le decisioni sono sempre condivise. Non c’è una voce unica: c’è un pensiero corale».

Così, dal 2018 nessuna opera viene più firmata individualmente. Tutto ciò che viene prodotto è attribuito al collettivo nella sua totalità. Una scelta politica, ma anche metodologica: «Lavorare come singoli avrebbe significato cedere alla logica della visibilità. Volevamo resistere, insieme». 

La loro prima opera risale al 2011 e non è stata né un’installazione, né una performance ma una rivista: Nodes. Un elemento che di per sé rappresenta una dichiarazione di intenti: «Aveva il formato di una rivista, ma era pensata come opera. Un dispositivo estetico a tutti gli effetti». Da lì in poi, la pratica editoriale diventa parte integrante del lavoro artistico. Oggi Numero Cromatico pubblica monografie, cataloghi e progetti teorici attraverso una casa editrice interna, affiancata da uno studio multidisciplinare e da un’attività espositiva regolare.

Da anni il gruppo lavora su due assi centrali: il superstimolo e la sinestesia. Il primo riguarda uno stimolo artificiale potenziato e la sua possibilità di attivare il cervello più di uno reale. Il secondo intreccia i sensi: «Vogliamo far sentire il tatto attraverso la vista, evocare il suono attraverso la forma». Materiali plastici, gomme, tessuti, parole, luci. L’opera si fa esperienza immersiva, ma senza spettacolarizzazione. «Non ci interessa emozionare. Ci interessa attivare». Le opere non nascono mai solo per essere guardate: sono esperimenti ecologici, dispositivi percettivi, strumenti di interrogazione. 

La loro ricerca non si svolge in laboratorio, ma negli spazi espositivi, che diventano il vero contesto di studio. L’obiettivo è comprendere come le persone percepiscono e in che modo l’arte possa influenzare quella percezione. Ogni opera nasce in dialogo con il luogo che la ospita, secondo una visione del genius loci intesa non in senso romantico, ma relazionale: ogni contesto ha un proprio pubblico, una lingua, una densità culturale. «Noi cerchiamo di capirla e di rispondere», spiegano. Lo stesso approccio guida anche i progetti di affissione urbana, come Somnium, che ha portato per le strade di Roma e Bologna frammenti poetici ispirati ai sogni delle persone. L’intento non era quello di spiegare, ma di lasciare spazio all’ambiguità. Per Numero Cromatico, infatti, «l’arte non deve catechizzare, deve mettere in discussione».

In questo spazio in cui l’opera non offre risposte ma apre domande, prende forma anche l’esigenza di una critica viva, attiva, capace di prendere posizione. «Oggi la critica è un territorio fragile: molti evitano di esporsi per paura di perdere terreno. Ma se non ci assumiamo il rischio di una posizione, non possiamo crescere». In un sistema che teme il conflitto e rifugge il confronto, la critica rischia di ridursi a un esercizio puramente ornamentale. Numero Cromatico, al contrario, ne rivendica il valore conoscitivo ed etico: «Scrivere ciò che pensiamo è parte del nostro lavoro. Non per impartire verità, ma per aprire uno spazio reale di confronto». In un panorama artistico spesso appiattito su una neutralità strategica, la loro è una scelta chiara, quasi una forma di disobbedienza lucida e consapevole. Perché senza critica non c’è trasformazione, e senza trasformazione l’arte smette di interrogare il mondo, diventando sterile, autoreferenziale, immobile.