NAMIBIA, arte di una giovane generazione nella collezione Würth

Dura fino a giugno 2024 la mostra che deriva da un’importante acquisizione di opere d’arte namibiana realizzata dal magnate Reinhold Würth

È stata prorogata fino al 29 giugno 2024 la mostra NAMIBIA. Arte di una giovane generazione nella collezione Würth, organizzata da Art Forum Würth Capena e promossa dal Consolato della Namibia in Roma. L’esposizione è approdata a Capena dopo aver visto la luce nel 2015 negli spazi della Würth in Germania e alcuni anni dopo in Francia, e deriva da un’importante acquisizione di opere d’arte namibiana realizzata da Reinhold Würth. La collezione del patrono della Würth viene totalmente messa a disposizione dei dipendenti della fabbrica tedesca di materiali di fissaggio e montaggio, proprio per una volontà filantropica: ricreare gli operai e le loro famiglie e iniziarle all’arte e al pensiero creativo.

Molti degli artisti coinvolti non hanno mai esposto le proprie opere al di fuori del continente africano, dunque all’origine dell’acquisizione e dell’esposizione c’è una forte volontà di promozione dell’arte e della cultura del paese – la scena artistica namibiana è una delle più fertili e stimolanti dell’intera Africa. Würth è animato anche da un profondo desiderio di risarcimento: ricorda bene la violenta colonizzazione tedesca del paese avvenuta nell’800, macchiatasi anche di un terribile genocidio di alcune popolazioni autoctone in campi di sterminio. Allo stesso tempo, tra i paesi africani la Namibia è uno dei più legati alla Germania, ne ha assorbito infatti diverse tradizioni che mantiene tutt’oggi.

Il titolo parla di una “giovane generazione”: nell’esposizione sono presenti le opere di artisti giovani, nati alla fine degli anni ’80, dunque agli albori della neonata nazione (la Namibia raggiunge l’indipendenza nel 1990), e di artisti meno giovani che hanno vissuto sulla propria pelle, a volte partecipando come attivisti, i diversi passaggi dell’articolata storia del paese, che dalla fine della prima guerra mondiale fino alla raggiunta indipendenza ha subito il dominio sudafricano e l’apartheid. 

Le opere in mostra sono oltre 80 e, attraverso molteplici tecniche artistiche, a metà strada tra la tradizione – ricordiamo l’importante presenza di arte rupestre risalente al paleolitco, oltre 2500 dipinti e graffiti –  e l’esplorazione contemporanea, affrontano i temi del paesaggio, della vita rurale, della spiritualità, per arrivare a tematiche di attualità politica e sociale proprie della Namibia ma appartenenti anche all’intero pianeta.

Cominciamo da Böhlke per immergerci in un viaggio che ci porterà a conoscere la Namibia da un’angolazione particolare, quella interiore degli artisti – come disse un importante capo Herero (una delle antiche popolazioni): “Se vuoi conoscere la Namibia non parlare con i politici, rivolgiti agli artisti”. Evadiamo verso un mondo molto diverso dal nostro, fatto di “interminati spazi e sovrumani silenzi” – spiega Valeria Tienghi, Console onorario della Namibia, nel testo di presentazione per la stampa, citando il celebre passo dell’Infinito di Leopardi.

Un mondo dove la natura è strabordante e il suo rapporto con l’uomo viscerale, armonico, ancestrale: ce lo dimostra il tema del paesaggio così preponderante nell’arte di questi artisti, segno del loro sconfinato amore per la propria terra. I paesaggi emozionali e materici (all’interno del pigmento sono presenti sabbia, cenere, polvere) di Barbara Böhlke narrano con delicatezza alcuni effetti luminosi e cromatici della natura presenti in questo paese. Su una tela si staglia un tramonto incandescente circondato da un cielo lattiginoso, in un altro quadro in poche pennellate sembra concretizzarsi la nebbia che sale dall’oceano e si deposita sulle dune del deserto del Namib.

Osserviamo ora come il paesaggio viene segnato dai cambiamenti sociali e politici. Margaret Courtney-Clark, artista namibiana dalla carriera internazionale, in una fotografia immortala un suonatore di violino nel deserto vicino all’altopiano del Brandberg, un’immagine densa di malinconia. La zona era rinomata per l’estrazione diamantifera, poi l’attività si è spostata nella capitale Windhoeck e gli ex-minatori, come il protagonista del ritratto, si sono dovuti reinventare – in questo caso diventando un musicista autodidatta per funerali.

Ancora i segni delle trasformazioni sociali si leggono nel quadro di Paul Kiddo che descrive la città di Kolmanskop, antico avamposto tedesco che portò in quel luogo inospitale la tecnologia più avveniristica, addirittura una tramvia. Oggi è abbandonato e, sopraffatto dall’incessante azione del vento, è ormai mangiato dal deserto: così ce lo rappresenta l’artista.

Il rapporto con la natura non coinvolge solo i paesaggi ma anche i loro abitanti: due sculture in mostra sono dedicate a degli animali totemici namibiani. Da un lato abbiamo l’opera di Ismael Shivute che raffigura il tokkie tokkie, un insetto prodigioso che riesce a sopravvivere nel deserto ad altissime temperature grazie alla sua particolare conformazione fisica: zampe lunghe e velocissime e una corazza incisa che riesce a raccogliere tutta l’umidità della notte per condensarla in acqua ed infine incanalarla verso la bocca. Dall’altro abbiamo il varano rappresentato da Filemon Kapolo, animale al quale viene tradizionalmente paragonato chi è lento e testardo, ma che è allo stesso tempo una creatura fedele, simbolo di protezione, in quanto avvisa l’uomo della presenza dei coccodrilli nelle zone rurali. Sempre al tema zoologico è dedicata la stampa su linoleum di Peter Mwahalukange “Fauna selvatica del parco di Etosha”. Tale rapporto con la natura condiziona anche le scelte politiche: non sorprende che la costituzione namibiana sia la prima al mondo a contenere tra i suoi principi quello del rispetto della fauna e della flora.

La tecnica della stampa è molto utilizzata in Namibia, ed è diventata-  in particolare quella su cartone (materiale povero, più facilmente reperibile, e dai particolari effetti espressivi) – un motivo di orgoglio degli artisti namibiani, come evidenzia Papa Ndasuunje Shikongeni, uno degli artisti presenti in mostra, celebre in Namibia per i suoi cartoni.

Altre linoleografie ci riportano ad un campo più politico e sociale. In “Chi è il combattente per la libertà” Peter Mwahalukange, che è stato attivista nella SWAPO (organizzazione militare che combatté per l’indipendenza namibiana dal protettorato sudafricano), rappresenta i combattenti in un momento di pausa, mentre stanno mangiando; la scritta “freedom” campeggia in un angolo. Petrus Amuthenu in “Namibia per tutti” raffigura tante mani che tentano di afferrare la Namibia, delineata nella sua sagoma geografica. Altri temi sociali emergono nel quadro “Padri assenti” (Findano Shikonda), in cui si fa riferimento al matriarcato sviluppatosi nelle zone rurali e tuttora presente, e nella stampa “Education is the key of the future” (Elia Shiwoohamba) dove lo spazio della scena è colmo di studenti tra i banchi di scuola. Un’immagine rappresentativa anche dell’attività della maggior parte degli artisti namibiani, impegnati in workshop educativi per giovani ragazzi volti a proporre una via alternativa e costruttiva rispetto alla vita di strada.

Passando alla tecnica del collage, affrontiamo un altro elemento caratterizzante la Namibia di oggi: la necessità di trovare una lingua comune (Urte R. Remmert, “Parla con me per trovare una nuova lingua namibiana”). Nel Paese sono utilizzate infatti ben sedici tra lingue e dialetti, e sono presenti tredici etnie. Questa complessa identità è raffigurata iconicamente dagli arazzi di Linda Esbach, realizzati con la tecnica del quilting – l’arte della trapunta di origine anglosassone che l’artista ha appreso dalla tradizione familiare. Essi si presentano come dei patchwork dai colori vivaci che nel contrasto trovano la loro straordinaria armonia. Un lavoro simile incontriamo nelle opere di Saara Nekomba dove al patchwork si aggiunge l’utilizzo delle perline, tipiche delle collane realizzate dalla popolazione San.

Una serie di opere sono dedicate al tema ambientale. “Tessuto di moralità” (Fillipus Sheehama) è un’opera che vuole far riflettere sul consumismo e la cultura usa e getta, ma anche sul problema dei rifiuti in Namibia, dove giungono legalmente e illegalmente gli scarti dall’Europa. La trama del quadro è realizzata attraverso l’intreccio di diverse tipologie di plastica riciclata, che presenta ancora i marchi di provenienza. La scultura “Torre di Gababeb” (Alpheus Mvula) fa riferimento a un sito in Namibia dove si trova un centro di ricerca sulle terre aride e i cambiamenti climatici. Posto al crocevia di tre ecosistemi, è in un’area priva di interferenze e di inquinamento. La torre del centro, per raggiungere una zona assolutamente priva di impurità, è stata posta a soli 21 metri di altezza; un centro molto simile in Siberia presenta una torre alta ben 300 metri. La magia della Namibia risiede sicuramente in questa sua purezza paradisiaca, un luogo dove è quasi assente l’inquinamento, e “in una notte d’estate è possibile vedere alla luce delle sole stelle le formiche camminare sulla sabbia” – come ci racconta il Console onorario.  

Concludiamo questo viaggio in Namibia, condotto attraverso gli occhi degli artisti, con “Il passaggio di fusione del sé” di Isabel Katjavivi. L’artista ha vissuto in prima persona una violenza ed ha iniziato il suo percorso artistico interpretandolo come mezzo terapeutico. In “Hanno cercato di seppellirci” (2019) dal trauma personale è passata ad analizzarne uno collettivo, quello del popolo Herero che ha vissuto il genocidio durante la dominazione tedesca in Namibia. Nell’installazione numerosi volti emergono dalla terra.

Nell’opera presente in mostra (2014) Katjavivi propone un messaggio di speranza, due volti-candela di colore azzurro e dal profumo di gelsomino (pianta calmante e curativa) sono accompagnati da pietre, sabbia e piante. Da un momento all’altro gli stoppini potrebbero essere accesi e i due autoritratti dell’artista sciogliersi e cambiare forma. É il suo modo di sottolineare l’importanza di saper rinascere dalle proprie ceneri come la fenice, rinascere da sé stessi per solcare nuovi cieli, adattarsi a nuove situazioni, anche attraverso le difficoltà – in una sorta di trasformazione alchemica continua.

Si tratta di un messaggio intimo e privato ma anche universale, ci ricorda i diversi “passaggi” affrontati dalla Namibia nei secoli, e la sua resilienza – auspicata anche per il futuro nell’affrontare le nuove sfide contemporanee.   

“NAMIBIA. Arte di una giovane generazione nella Collezione Würth”
Prorogata fino al 29.06.2024
Art Forum Würth Capena