Verso un nuovo racconto dell’arte italiana nel mondo, l’intervista ad Angelo Piero Cappello

Con una lunga esperienza negli Istituti Italiani di Cultura all’estero, Cappello, oggi alla direzione del CEPELL, esprime la sua visione sulla cultura contemporanea

Che momento sta vivendo l’arte contemporanea italiana? E come i soggetti pubblici possono sostenerla e internazionalizzarla al meglio? Lo abbiamo chiesto ad Angelo Piero Cappello, forte di una lunga esperienza in Istituti Italiani di Cultura all’estero, che ha  diretto la prestigiosa Collezione Farnesina e oggi è direttore del CEPELL (Centro per il Libro e la Lettura), Istituto del Ministero della Cultura.

Dal 2017 al 2019 ha diretto la Collezione Farnesina, la più importante in Italia tra quelle ospitate da Ministeri o spazi pubblici. Dove sta andando l’arte contemporanea italiana e come potrebbe essere internazionalizzata al meglio?
«Ritengo che anche l’arte contemporanea, come ogni altra forma di espressione umana, stia facendo i conti con la società “politraumatica” che si è andata configurando dal 2020 ad oggi: epidemia (la più grave e lunga dal secondo dopoguerra), guerra, crisi economica, crisi energetica, crisi ambientale ecc. sono traumi che non possono lasciare indifferenti gli uomini, e quindi ancor più gli artisti. E questo ha profondi riflessi sull’arte – e sul suo sistema di produzione e fruizione – che, se non ha più e non segue più il “diktat” di scuole e teoremi dominanti, di indirizzi che determinano “ismi” di volta in volta diversi, o semplicemente di mode collettive, certamente lascia emergere lo spaesamento di cui siamo tutti vittime. Stiamo assistendo, mi pare, a una sorta di atomizzazione delle proposte artistiche piuttosto riconducibili ad una infinità di “monadi” di per sé operanti. L’arte, ogni arte, esprime a mio avviso oggi questo: spaesamento, straniamento, come se fossimo alla fine di un ciclo e non riuscissimo a vedere una direzione verso la quale dirigere la nostra intera umanità. Ecco, vi si aggiunga che l’avvento radicale e profondo del digitale ha finito per chiudere una fase della storia artistica dell’umanità, impedendo l’adozione di vecchi linguaggi ormai logori, e pur riuscendo ad aprire ampie possibilità di qualcosa che solo lentamente, ma confusamente, si va configurando. E, in questo, sempre più importante è il ruolo dei “mediatori”, ovvero di quelle figure che sanno e possono leggere nell’arte quel che di veramente innovativo si può realizzare: curatori, critici, direttori di musei. Costoro hanno la grande responsabilità di restituire un minimo di ordine di lettura ad un mondo di segni, quelli artistici, che nella loro disorganicità e disarmonia generale hanno perso senso e direzione. L’Italia ha dalla sua un ininterrotto dialogo artistico con la tradizione, quella tradizione d’arte che ci ha resi famosi nel mondo: ecco, questa credo sia la possibilità in più che ha l’Italia, quella di segnare di nuovo il passo verso il futuro. Quello che hanno fatto i grandi artisti del passato, con linguaggi e tecniche adeguati alle loro diverse età, possono farlo, ricchi del carico della tradizione, anche gli artisti italiani d’oggi. Purché siano messi in grado di contare su un ‘sistema’ che ne valorizzi le proposte, su piattaforme (sarà il caso di definirle così, visto l’importanza del virtuale e del digitale nel mondo interconnesso di oggi) in grado di promuoverne le iniziative, una rete di realtà anche istituzionali (e non importa quanto fisiche o virtuali) in grado di raccontare una nuova pagina dell’esperienza e della iniziativa artistica italiana: credo sia assolutamente possibile riprenderci l’iniziativa d’arte e restituire al nostro Paese quel posto che nell’arte, e nella cultura in generale, gli compete solo a patto che le Istituzioni sappiano cogliere e vincere questa sfida…»

La Collezione Farnesina è il cuore artistico pulsante dell’affascinante Distretto del Contemporaneo a Roma. Che futuro immagina per il Distretto?

«A Roma il “Contemporaneo” italiano non ha mai trovato né strutture né pubblico su cui attecchire. Roma continua ad essere vista come la città dell’archeologia, del rinascimento e del barocco: tutte cose verissime e bellissime, ma credo sia arrivato il momento di raccontare anche la Roma contemporanea. E l’epicentro di questa contemporaneità, architettonicamente e urbanisticamente parlando, non può che essere il palazzo della Farnesina, che ospita quella meravigliosa collezione d’arte, ed il quadrante urbano che gli ruota intorno: il foro italico, lo stadio dei marmi, lo stadio flaminio, l’auditorium, il Maxxi, il Ponte della musica sono tutti luoghi dove la contemporaneità ha trovato la sua migliore espressione. Mettere in rete tali realtà significa, da una parte, fornire a quella parte della città una grande opportunità di riqualificazione e di ricomposizione di un tessuto e di una vocazione urbane; dall’altra, significherebbe affrontare la sfida di riportare la parola “arte” nel cuore di una Capitale che, insieme alla storia, è sempre stata all’altezza di narrare una incredibile vicenda di primato artistico. Si aggiunga, in ultimo ma non meno importante, che proprio perché quel “Distretto” s’impernia sul palazzo della Farnesina, è anche simbolicamente il luogo nel quale la realtà italiana si racconta al mondo attraverso la nostra rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura…Credo possa essere considerato un preciso dovere delle Amministrazioni, centrali e locali, quello di produrre il massimo sforzo possibile per garantire a Roma questa opportunità: un’opportunità, questa del Distretto del contemporaneo, che è insieme di sviluppo urbano, ricomposizione sociale e rilancio culturale».

Parliamo di fotografia italiana: come potrebbe essere valorizzata al meglio l’arte fotografica?

«L’arte fotografica, che ha subito forse più di altre il massiccio colpo inferto dal digitale, non ha smesso però di esprimere quel fascino e quella bellezza che le conferiscono la possibilità di catturare l’attimo, la capacità di fermare il tempo, la tecnica per immobilizzare lo spazio e lo sguardo.
Questi scatti di realtà, fissati sulla carta e sulle pellicole fotografiche, per tacere dei prodotti nati già come prodotti integralmente digitali, sono convertibili in sequenze binarie riproducibili a costi nulli e fruibili con una semplice connessione ad Internet. E però, i ritmi incalzanti del mordi e fuggi a cui siamo costretti, agevolati dai tempi dei social, nutrono appetiti rabelaisiani, che le sterminate dispense fotografiche possono solo in parte assecondare. Così gli “archivi fotografici”, abbandonati per decenni alle cure di pochi devoti, sono oggi tornati di gran moda e il dibattito intorno alla loro funzione e alla loro centralità non ha esiti scontati: da una parte essi possono rappresentare l’occasione epocale per ampliare le loro potenzialità verso usi più “didattici” (scientifici, educativi) ma costituiscono anche l’ultima spiaggia nell’impari lotta contro la pirateria intellettuale. Oggi, di fronte a milioni di scatti che ogni giorno circolano sui social, il problema della conservazione e della riproducibilità tecnica, insieme al diritto d’autore, costituiscono sfide che scoraggiano l’impresa artistica. Da una parte, quindi, andrebbe tutelata la possibilità di conservare e redistribuire in maniera controllata e regolata l’immenso archivio di immagini d’arte che siamo in grado di produrre, dall’altro andrebbe fatto uno sforzo di selezione e promozione con investimenti pubblici a partire da gare e concorsi. La recente storia della fotografia, spesso, ha promosso nomi di grandi artisti internazionali anche quando al loro fianco, e forse con maggiore grandezza, si andavano posizionando nomi italiani di grande rilievo. Non sarebbe difficile, oggi, immaginare ad esempio di poter affidare all’occhio magico della fotografia la possibilità di immortalare l’Italia contemporanea, il made in Italy come nuovo rinascimento italiano: e non il made in Italy più ovvio e scontato, come quello enogastronomico o del lusso, che pure esiste, ma quello meno conosciuto e divulgato come quello della componentistica nelle produzioni aerospaziali, nella robotica ecc.: oggetti, uomini, fruizioni, usi e consumi del prodotto italiano nel mondo. Un racconto per immagini di quello che l’Italia produttiva è nel mondo, potendo conservare e opportunamente divulgare un enorme patrimonio di scatti sulla realtà italiana contemporanea potrebbe essere un ottimo strumento per riavviare non solo un nuovo ciclo del nostro ruolo internazionale ma anche un modo per rileggere noi stessi le nostre migliori qualità e competenze. Nell’anno corrente andrà rinnovato il “Piano strategico di sviluppo della fotografia italiana”, scaduto nel 2022: potrebbe essere l’occasione per programmare un rilancio della fotografia italiana a partire da un suo riposizionamento nelle dinamiche geopolitiche e culturali odierne, dove paesi emergenti (le “tigri d’oriente”, Cina e India, ma anche il Sudamerica e l’Africa) stanno implementando politiche di promozione culturale proprio incentrate sul potere “narrativo” della fotografia…».

Lei è membro del Comitato Tecnico Scientifico del Premio Michetti, il secondo premio d’arte contemporanea più longevo d’Italia dopo la Biennale di Venezia. Il Michetti verrà assegnato il 8 luglio e le opere saranno in mostra in Abruzzo e non solo fino ad ottobre. Che edizione sarà la numero 74? Qual è il segreto della longevità del Michetti?
«Il Premio Michetti, legato al nome di quel Francesco Paolo che fu l’animatore del Cenacolo omonimo nel suo convento di Francavilla al mare, rappresenta da 74 anni una bella e grande opportunità di celebrazione dell’arte italiana contemporanea. Oggi, con le novità importanti introdotte dalla curatela di Costantino D’Orazio (a cominciare dalla brillante idea di prendere le mosse dal titolo provocatorio dell’opera di Mario Merz “Libertà di avere tre idee contrastanti”), il Premio Michetti si conferma fortemente in grado di leggere ed interpretare il presente: l’arte contemporanea sta facendo i conti con la storia del dopo pandemia, costellato di traumi e criticità. A questa molteplicità di cause traumatiche, l’arte contemporanea sta rispondendo in maniera confusa e disorganica, come confusi e disorganici siamo noi tutti oggi nel mondo. Il segreto della longevità di questo Premio sta nella sua capacità di proporre ogni anno delle novità. Potremmo dire che le novità di questa 74ma edizione sono tre, come le idee contrastanti di cui si parla nel titolo. La prima è che per la prima volta si coinvolgono, in uno dei Premi più prestigiosi e consolidati nel panorama nazionale, giovani alla prima esperienza facendoli di colpo diventare protagonisti delle loro stesse proposte in più luoghi della regione; la seconda è nella durata: che va, quest’anno, da luglio a ottobre. L’ultima, ma non meno rilevante a mio avviso, è proprio la traccia che Costantino D’Orazio, straordinario curatore di questa edizione, insieme con il giovane Presidente Lombardinilo hanno voluto imprimere al Premio corrente riferendosi, come ho detto, all’opera di Mario Merz: libertà di avere tre idee contrastanti. Dunque un’edizione che rifugge dal tentativo troppe volte inseguito nella creatività contemporanea di raccontare o di esprimere una “tendenza”, una moda, una linea interpretativa nuova o innovativa dell’arte e della realtà; al contrario, aprendo invece ad un racconto plurale – perfino, in qualche tratto, contraddittorio – di forme e scelte d’arte diverse ma tutte ugualmente belle e utili al formarsi di una consapevolezza dell’arte nel pubblico dei visitatori».

Lei è anche il Direttore del CEPELL (Centro per il Libro e la Lettura), Istituto del Ministero della Cultura. Qual è il filo rosso che unisce l’arte contemporanea al mondo della lettura?
«Guardi, potrei risponderle facilmente che la scrittura, il libro, non sono altro che espressioni della creatività contemporanea al pari di ogni altra forma d’arte e che, quindi, chi si occupa dell’una cosa non può non guardare con attenzione e curiosità anche all’altra. In realtà le due cose, nella mia personale esperienza professionale sono legate dagli incarichi ricevuti nel corso della mia carriera. Nel 2001, rientrando da un periodo di servizio presso l’Università di “Ain Shams” e l’Istituto Italiano di Cultura del Cairo, in Egitto, mi trovai a collaborare con l’Ambasciatore Vattani per quelli che, allora, erano i primi passi della costituenda Collezione d’arte contemporanea della Farnesina. Successivamente, nel 2017, rientrando sempre dall’estero, finché non accettai l’incarico al Centro per il libro e la lettura, fui incaricato della direzione della Collezione Farnesina: che era nel frattempo divenuta la più importante collezione di arte contemporanea che oggi sia ospitata in spazi ministeriali e pubblici. E molti dei nomi in concorso al premio Michetti sono presenti, con le loro opere, all’interno della Collezione Farnesina: Puppi, Favelli, Ruffo. L’idea e l’iniziativa dell’Ambasciatore Umberto Vattani, per un “Distretto del contemporaneo” a Roma, mi trova oggi di nuovo al suo fianco…»

Cosa sogna per l’arte contemporanea italiana?
«Mi piace sognare che la creatività italiana contemporanea, declinata nelle sue varie forme artistiche, da quelle più tradizionali come la fotografia, alle arti figurative, ma anche alle performance e alle installazioni, alle forme d’arte più legate ad esperienze e modalità “digitali”, possa sbarcare anche all’estero magari, perché no, giovandosi di quella prestigiosa finestra italiana nel mondo rappresentata dalla nostra rete delle Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura nel mondo. D’altra parte, lo stesso Ministro Gennaro Sangiuliano, che ha una straordinaria sensibilità per tutto quello che l’arte e la cultura italiane oggi rappresentano nel mondo, nelle linee di indirizzo fornite ai dirigenti del suo dicastero, ha segnalato fortemente il ruolo della creatività contemporanea italiana come marker distintivo del prodotto artistico italiano che il mondo intero ci invidia. Ecco, credo che una politica di ‘sistema’ coordinata con la Farnesina potrebbe agevolare molto un nuovo “racconto italiano” della nostra arte nel mondo».