Personaggi

Atelier#3, Chiara Amici

Le opere di Chiara Amici, artista giovanissima, nascono dall’esigenza di raccontare gli affetti più intimi, i momenti significativi della sua vita e il suo personale paesaggio interiore e corporeo. È subentrata a Mattia Morelli in uno degli atelier che Fondamenta, lo spazio espositivo di Inside Art, ha messo a disposizione degli artisti. Ve la presentiamo in questa intervista.

Chiara, qual è stato il tuo percorso fino a oggi?
«Sono nata a Roma, ho studiato decorazione all’Accademia di Belle arti e poi, in base al mio stile e ai temi su cui mi concentro, ho deciso di dedicarmi allo studio dell’Arte per la Terapia, che sto portando oggi a conclusione».

Il tuo percorso nell’arte è stato lineare?
«Assolutamente no. Soprattutto inizialmente ho avuto momenti di crisi. Se arrivata in Accademia il mio stile era per lo più figurativo, piano piano sono passata al concettuale». 

Credi che questi ”passaggi” siano stati influenzati anche da quello che hai vissuto? 
«Sì. Nei momenti particolari che ho dovuto affrontare nella mia vita, ho sentito più volte il bisogno di dover esprimere velocemente quello che stavo provando, lasciando fluire le sensazioni fisiche e corporee dell’atto creativo. Questa spontaneità con il figurativo sarebbe stata un’impresa difficile. Ho quindi sentito veramente la necessità di approcciare a uno stile più astratto». 

Su quali temi si basa la tua Ricerca? 
«Principalmente tematiche familiari e affettive. Ricordi di infanzia, componenti della mia famiglia, gli antenati. Questi sono i temi principali della mia ricerca. Ho anche un’attrazione per tutto ciò che è antico, per la natura primordiale dell’uomo, il corpo e la sua memoria».

Ad esempio?
«Per il mio primo lavoro ho scelto come supporto dei libri antichi. Avevo bisogno lavorare con le parole, ma che non fossero mie: avevo bisogno di qualcosa che avesse dei testi già scritti. Era un momento di forte dolore e grande insicurezza, per questo ho scelto di lavorare raccontando storie in modo astratto su libri già pronti, rappresentando il mio dolore personale come una storia».

Come artista donna, hai fatto lavori sulla femminilità?
«Lavoro molto sull’identità femminile. Ho chiesto a un gruppo di donne di raccontarmi qualcosa attraverso la voce della loro intimità, e sono arrivate testimonianze di vari tipi di esperienze, per la maggior parte traumatiche e dolorose. Ho creato quindi un video in cui raccolgo (e continuo a raccogliere) tutte queste esperienze, e i cui soggetti erano immagini di rocce. La roccia è simbolicamente il risultato stratificato e irrobustito delle esperienze traumatiche che il corpo femminile da sempre sopporta e di cui è vittima».

A parte finire gli studi, su cosa stai lavorando?
«Ho fatto lavori su stoffa, arazzi e libri illustrati. Al momento mi sto spostando sulle installazioni di proiezioni video, che riguarderanno temi sociali come l’alienazione».

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