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BorderCrossing a Palermo

Dopo il talk di presentazione, svoltosi a Venezia presso Studio Contemporary Art di Martina Cavallarin, durante la preview della Biennale, Border Crossing, il progetto nato da un’idea di Bridge Art, Dimora Oz e Casa Sponge, a cura di Lori Adragna e Andrea Kantos, è tornato a Palermo dal 30 maggio al 1 giugno 2019. Ne abbiamo parlato con la curatrice Lori Adragna.  

Border Crossing al suo esordio ha portato avanti da giugno a novembre del 2018 un numero considerevole di collaborazioni, partecipazioni, idee, opere, lavori, coinvolgendo circa 80 artisti con mostre ed eventi diffusi in una decina di spazi palermitani indipendenti e istituzionali come ci siete riusciti? «Nel 2018 il format è stato elaborato, proposto e selezionato all’interno degli eventi collaterali di Manifesta 12. Partendo da un contenitore importante come quello della biennale nomade e dal tema della stessa sulla coesistenza, abbiamo inserito tutto il nostro know how e network all’interno di un progetto che non fosse solo un evento, ma un seme di rigenerazione da coltivare su un lungo periodo. Il team di progettazione, organizzazione e curatela, e tutti gli spazi e le persone invitate, hanno aderito con grandi investimenti di tempo, energia e risorse. Siamo riusciti a coinvolgere tutti partendo dalla consapevolezza che esperienze simili,anche se nate in territori diversi, se create con eccellente passione culturale sono in grado di superare le specifiche difficoltà, riuscendo in modo naturale adattarsi e scambiarsi le soluzioni».  

Qual è il principale obiettivo del progetto? «Le diverse tensioni urbanistiche, come quelle fra centro storico e periferia per fare un esempio, formano una sintesi di quelle che possiamo trovare su economie e geografie di scala. La residenza artistica come atto di determinazione e mobilità culturale ha reso evidente come le pratiche degli spazi culturali invitati possano fornire suggestioni fondamentali per la collettività, partendo spesso proprio dal superamento di molteplici problemi economici, infrastrutturali, logistici e di comunicazione. L’obiettivo principale su una visione progettuale di qualità è quello di una piattaforma che possa replicare i propri appuntamenti, adattandoli secondo le necessità. L’edizione del 2018 è stata un’inaugurazione, mentre quella del 2019 è stata un’anteprima, un’edizione di raccordo per presentare il progetto anche alle istituzioni che potrebbero contribuire ad inserire Border Crossing all’interno dell’agenda culturale della città di Palermo. Stiamo lavorando duramente per rafforzare partnership e coinvolgere investitori, selezionando spazi e progetti culturali internazionali da mettere sempre in dialogo con le esperienze artistiche del territorio siciliano».

Che feedback avete avuto? «La città è stata non solo un territorio ospitante, ma un vero e proprio laboratorio dove le sedi e le persone hanno lavorato in una dimensione sinergica. Leoluca Orlando afferma che Palermo (che tra l’altro è la mia città di origine e del cuore) si avvia sempre più a diventare ”luogo centrale della cultura dell’accoglienza e dell’integrazione… tematiche importanti che non solo costruiscono futuro e memoria, ma che sono dei baluardi contro i pericoli di nuovi fascismi”. Border Crossing d’altra parte non è stato elaborato come un soggetto statico, ma ha da subito dichiarato alcune intenzioni specifiche: quelle di aggregare un network di realtà indipendenti, in continuo aggiornamento, e di realizzare residenze e produzioni in situ, con il fine di sedimentarsi capillarmente sul territorio locale». 

Come si è svolta l’edizione del 2019? «Border Crossing 2019 è stata una preview con alcuni naturali elementi di continuità con l’edizione dell’anno passato. Prima di tutto il territorio, la Sicilia, Palermo, ma anche Piazza Magione, KaOZ (un progetto di Andrea Kantos inaugurato come evento collaterale di Manifesta 12) e due nuovi spazi: Dimora OZ (Palazzo Sambuca) e il Teatro Garibaldi. Il primo appuntamento è stato con Geografico #Sicilia, un progetto ideato da Chambres à Air, piattaforma creata da Pietro Fortuna a Bruxelles e che ho avuto il piacere di coordinare nelle sue varie fasi insieme con Rosa Anna Musumeci. Si è trattato di un viaggio itinerante da parte di Marc Buchy (Francia), Pietro Fortuna (Italia), Richard Höglund (Stati Uniti), Lior Gal (Israele) presso varie sedi e centri d’arte siciliani: (Bridge Art, Noto – Dimora Oz / KaOz, Palermo – Farm Cultural Park, Favara – Site Specific, Scicli – White Garage, Catania). Per l’evento conclusivo organizzato da Border Crossing ci è sembrata naturale una modalità diffusa, dove le sedi di Dimora OZ, KaOZ e il Teatro Garibaldi hanno ospitato sia gli artisti di Geografico #Sicilia, sia una mostra curata da me, con Sonia Andresano, Fabrice Bernasconi Borzì, Marc Buchy, Simone Cametti, Daniele Di Luca, Pietro Fortuna, Richard Höglund, Lior Gal, Giuseppina Giordano, Andrea Kantos, Isabella Pers, Tiziana Pers e Rossana Taormina». 

Fra gli spazi scelti da Border Crossing spicca il Teatro Garibaldi, sede di Manifesta 12. Resuscitato negli ultimi anni dal degrado, più volte rimaneggiato, venne alla luce nel 1861 nello stile dei teatri all’italiana (forma di ferro di cavallo, platea, palchetti separati e divisi per ordini), per iniziativa del musicista e compositore Pietro Cutrera come edificio effimero, con un carattere quasi provvisorio. Quanto ha inciso la sede sul progetto di allestimento? «Moltissimo! Unluogo suggestivo, ma anche difficile, cominciando dalla pavimentazione che segue la naturale inclinazione predisposta per la visualizzazione del pubblico. Le opere esposte hanno dialogato con alcuni elementi caratteristici (i palchetti e le strutture lignee per l’ancoraggio delle scenografie), l’allestimento si è confrontato con uno spazio difficile, con prospettive articolate e decorazioni e reminiscenze neoclassiche. Proprio questo senso dell’effimero e del provvisorio di cui parli, legato alla nascita del teatro, è diventato una sorta di fil rouge della esposizione. Le opere forse si apprestano a non essere mai terminate, cioè vanno oltre la materializzazione, per entrare in una sostanza circoscritta e condivisa che è quella culturale, quindi fatta di gesti, suggestioni, input, simboli. Sia le suggestioni che i simboli sono virali, come se l’opera materiale avesse una sua componente che non è più racchiusa nella sola forma, e forse nemmeno nella singola identità e ricerca dell’artista. Tutte le produzioni artistiche hanno usato materiali eterogenei ma attraverso proprio applicazioni e disposizioni effimere. Pietre, laterizi, legni, paraffina, vetri plexiglass o materiali leggeri come la garza, la carta, la stoffa hanno dato un assetto effimero allo spazio. Alcune produzioni sono state realizzate site specific in Sicilia o a Palermo. Per le installazioni multimediali e il Video Art Forum Mediterraneum abbiamo avuto l’assistenza tecnica del Teatro Garibaldi e di Dimora OZ».  

Entriamo nel dettaglio delle produzioni. Quali artisti sono stati scelti per il Teatro Garibaldi? «Cominciando dagli artisti di Geografico: Pietro Fortuna ha presentato l’installazione sonoraHai paura?, 2019, che l’artista stesso descrive come: ”Una voce interrogante e un soggetto all’ascolto; la ferita della paura attraverso la parola che erige sempre una contrapposizione, io e tu. Ecco la scena del mondo che si racconta attraverso le geometrie della coscienza, gli itinerari del sapere e l’incolmabile nostalgia di quando non eravamo uomini”. Marc Buchy con Echasse, 2019, ha trasformato i trampoli in un simbolo di conoscenza e potere. Presentate in equilibrio, queste sculture sono liberamente attivabili dal pubblico, permettendo a tutti di sperimentare la propria elevazione. Ancora, Lior Gal, con Flowers of Maybe, 2019, ha presentato una scultura ispirata dai versi del poeta israeliano Rachel: in un suo poema descrive la lotta senza fine dei fiori selvatici che crescono in un luogo ”ostile” (la natura) e il loro incerto futurismo. Aspaziale Bianco è la riflessione di Daniele Di Luca sullo spazio: l’opera è realizzata attraverso una scultura di paraffina, le cui forme organiche suggeriscono sia un pattern naturalistico che una manifestazione metafisica, unendo entrambe le dimensioni come contingenti, l’una compenetrata nell’altra. Questo aspetto del confronto fra due dimensioni, risulta particolarmente evidente nel lavoro di Simone Cametti, 24 carati dove lo spettatore doveva spingere il proprio sguardo all’interno dello spazio interstiziale di due monitor contrapposti, a volte affidandosi solo al suono dei video». 

Prima parlavi di produzioni site specific o realizzate proprio per questa edizione di Border Crossing. «Oltre alle produzioni degli artisti di Geografico #Sicilia, troviamo due produzioni specificamente realizzate per questa edizione. La prima,Tokonoma, 2019 di Andrea Kantos, interpreta l’approccio architettonico e compositivo tradizionale giapponese. All’interno di alcuni blocchi di plexiglass, giustapposti, e mescolati su un ripiano di vetro, sono stati inseriti trentasei brani tratti da La Biosfera di Vladimir Vernadsky (1929), Lo Zen e l’arte di disporre i fiori di Gusty Herrigel (1958) e La vita delle piante. Una metafisica della mescolanza di Emanuele Coccia (2016). I frammenti offrono suggestioni botaniche e riflettono un nuovo modo di percepire lo spazio vivente, sovvertendone direzioni, dimensioni, movimenti, caratteristiche e paradigmi. come afferma l’artista: ”Se ne ricava una nuova dimensione del luogo, del paesaggio, della capacità di attraversarlo o di esserne addirittura parte integrante, un’emanazione”. La seconda produzione è CHEWING THE TAO di Giuseppina Giordano, un’installazione performativa realizzata con testi edibili, che l’artista offre al pubblico per leggerli e poi mangiarli. Riattualizzando la ”Consumazione dell’arte dinamica” di matrice manzoniana, indaga le relazioni che intercorrono tra l’arte, la letteratura, il territorio, la natura degli alimenti e il nutrirsi. Entrambe le produzioni hanno usato un display di vetro o plexiglass, portando il focus sul testo come medium dell’esperienza artistica». 

Oltre al Teatro Garibaldi, ci sono due sedi, Dimora OZ e KaOZ. Quali artisti hanno esposto in questi spazi? «Fabrice Bernasconi Borzì ha esposto in due sedi, due opere dallo stesso titolo: Ho intenzione di essere dimenticato quando me ne sarò andato, un’installazione su cartone presso Dimora Oz e un’altra, di legni ammorsati con una pietra trovata nel luogo, al teatro Garibaldi. Sempre a Dimora OZ, troviamo Giardino Frattale di Daniele Di Luca, un unico paesaggio costituito da elementi interni del corpo umano si dimostrano strutturalmente uguali o sequenziali a paesaggi e soggetti esterni, accomunati da un unico segno, una stessa formalizzazione che appare nitida sul piano bidimensionale della realtà tutta. Rossana Taormina ha presentato alcune delle sue “Utopie”. Con carta geografica e filo, l’artista aspira a ricucire le grandi lacerazioni ideologiche e geografiche dei nostri giorni, la relazioni ambigue e bipolari tra sconfinamento e confinamento privilegiando gli incroci inattesi, le ibridazioni, le sovrapposizioni, le zone liminali. Era, inoltre, consultabile il progetto di Isabella e Tiziana PersRAVE AROUND PALERMO: tramite il disegno le due artiste hanno portato gli animali salvati dalla macellazione all’interno dei parchi di Palermo. Fra Dimora OZ e il teatro Garibaldi, KaOZ ha ospitato la residenza artistica di Geografico #Sicilia che il lavoro di Sonia Andresano, con la videoinstallazione Volver in dialogo con lo spazio pubblico di Piazza Magione».  

Passiamo al video art forum dedicato al Mediterraneo ce ne parli? «La rassegna Mediterraneum che ho curato con Andrea Kantos e con l’assistenza di Martina Guglielmo ha coinvolto, in qualità di partners, alcuni progetti indipendenti: AlbumArte (Roma), Art House (Scutari), Atla(s)now (Marocco), Bridge Art (Noto, SR), Cantieri d’arte / La Ville Ouverte (Viterbo), Casa Sponge (Pergola, PU), Dimora Oz (Palermo) Dolomiti Contemporanee (Dolomiti), Fusion Art Center (Padova), GAP Guilmi Art Project (Guilmi, CH, Abruzzo), NOS Visual Art Production (Bologna), Ramdom (Gagliano del Capo, LE), RAVE East Village Artist Residency (Trivignano Udinese, UD), Site Specific (Scicli, RG), ViadellaFucina16 condominio-museo (Torino). Ogni spazio e centro culturale e di ricerca, ha avuto la possibilità di coadiuvare la propria presenza col contributo di una produzione audiovisiva presentata all’interno del Video Art Forum nella giornata conclusiva di Border Crossing». 

Qual era il tema della rassegna e la selezione delle produzioni audiovisive proposte da ogni spazio invitato? «Il tema del ”Mediterraneo” è sicuramente politico, ma non dobbiamo nemmeno dimenticare come sia altresì un patrimonio globale di biodiversità. Il mare quindi diventa una metafora specifica, che all’interno del concetto di fluidità post-moderna porta a chiedersi cosa significa stare in un luogo, attraversarlo, o la definizione stessa di luogo come contenitore capace di ospitare risorse esterne o di mantenere quelle autoctone. Ecco gli spazi di produzione e ricerca indipendenti, le residenze artistiche e gli artisti stessi si confrontano di continuo con queste dinamiche spesso emblematiche, perché sprovviste di soluzioni assolute ma sicuramente cariche di una grande energia e capacità di risolvere alcuni problemi. Ci sono state produzioni e opere più spiccatamente di denuncia come Black Sea video tratto da una performance di Alfredo Meschi che ha impresso sulla sua pelle 40.000 tatuaggi, tanti quanti – secondo l’OIM – sono i migranti morti nelle disperate fughe verso un mondo migliore. Le sue croci diventano così un memoriale per ognuna di queste vittime, con una azione che prende il via nelle acque di questo cimitero liquido che è diventato il Mediterraneo. Sullo stesso argomento, ma soffuso di poesia, il video MAREMOTO uno straordinario lavoro di natura performativa di Elena Bellantoni (Album Arte) girato sulle coste siciliane, dove gli elementi dell’acqua, del mare e dell’attraversare, raccontano la storia di Ibrhaima, un ragazzo arrivato a Lampedusa dal Senegal. Andrew Friend (Ramdom), con Crossing to Sea approccia un’immagine statica -la scogliera, l’orizzonte del mare- tagliata dal movimento di un nuotatore che attraversa l’inquadratura. Il tema dell’attraversamento del Mediterraneo diventa così un’immagine metaforica e lieve, di notizie di cronaca spesso tragiche e complesse. Collettivo RAVE (RAVE), con Drawing Revolutions, si focalizza sui primissimi piani degli occhi di alcuni animali salvati da RAVE. Il suono è dato dalla voce delle balene, che nel Mediterraneo subiscono oggi drasticamente le conseguenze delle attività antropiche, dalla pesca alla contaminazione da plastica. Proprio in quei giorni (maggio 2019) tre capodogli spiaggiati e due alla deriva, erano stati rinvenuti lungo la costa settentrionale siciliana. Nel video di Filippo Riniolo (Casa Sponge) Preghiera in Gubbio un’installazione audio a 4 canali ispirata dal miracolo di San Francesco e il lupo. Un dialogo mistico in cui l’ululato diviene nel suo ripetersi un suono, un mantra, che si svuota della paura e fa affiorare la meraviglia. La lingua del lupo, parlata da entrambi i soggetti, diventa una preghiera ancestrale e mistica universale. Il video di Angelo Bellobono (Atla(s)now),Neveria, innesca un corto-circuito, una deviazione cognitiva straniante, un disvelamento di un’impensabile Sicilia fatta di neve e di ghiacci, non solo di terra e mare. Ecco dunque una storia del ghiaccio palermitano, connessa al Monte Pizzuta, a Piana degli Albanesi, dove Bellobono si fa pellegrino di quello che egli stesso definisce un “viaggio di restituzione”, un puro atto di meditazione e di memoria. Il progetto di Anna Raimondo con Marco Trulli (Cantieri d’Arte): Come un mare fuor d’acqua,fondato sull’intento paradossale di cercare il mare dove non c’è, parte da una decontestualizzazione radicale che intende riflettere sul nostro legame e sulla nostra dipendenza dall’acqua e su tutti i suoi significati e le sue forme. Il mare nostrum inPrimigenio di Matilde Sambo (Site Specific), un viaggio virtuale nel Mediterraneo, fino a perdersi nelle profondità di un mare vero, ma fittizio perché questo “viaggio” è realizzato attraverso immagini satellitari, che hanno in sé la fredda realtà dei dati, di occhi che ci scrutano dall’alto e allo stesso tempo un’inevitabile astrazione grafica. Il progetto Annullamento della velocità terrestre di Simone Cametti, (Dolomiti Contemporanee)prende avvio dallo studio del modello geocentrico che ha come oggetto la conoscenza della collocazione reale, risultante da calcoli matematici, del Pianeta Terra nell’Universo. Se per secoli l’oggetto della ricerca è stato la collocazione della Terra nel sistema Solare, oggi l’attenzione è spostata sul suo funzionamento, per la sopravvivenza della specie umana. Il video è stato girato sulle coste Italiane, al 38° parallelo, dove il moto terrestre equivale a 365 m/s, 1317 Km/h. Davide D’Elia (NOS) con SII uovo, loop movie girato dall’interno di una boa lasciata a galleggiare per un mese di fronte alle spiagge della costiera amalfitana, immerge il fruitore in una soggettiva fluttuante. Un rovesciamento del punto di vista avviene anche nel video Untitled #2 di Lek M. Gjeloshi (Art House): attraverso una sequenza senza tagli in bianco e nero, l’inquadratura segue il piano obliquo della duna di sabbia e non più quello naturale del mare. Elena Mazzi (GAP Guilmi) con il video AVANZI elabora una riflessione antropologica sul tema dello scarto, dove miti, credenze e leggende – partendo dai loro frammenti – vengono rimodellati per assumere nuovi significati. Centrato sul complesso tema identitario, il video dell’artista iraniano Arash Irandoust (Bridge Art) che in Tree diary riproduce il racconto di un albero cresciuto dalle vene intrecciate della vita e dell’arte, quale concetto intoccabile dall’oblio, che diviene memoria di una terra mai dimenticata, la ricerca spasmodica delle radici e dell’identità. Egle Oddo (Dimora Oz) ha presentato Another National Truth, in collaborazione con Timo Tuhkanen realizzato a Myymälä2 di Helsinki, 2019. Il progetto parte da un lavoro di Oliver Whitehead, un artista mediale, elaborando una riflessione sul tema della nazione, della verità e dell’identità. Egle Oddo da molti anni si occupa in qualità di progettista e artista di identità attraverso il progetto itinerante The Ark of Seeds, dove preserva e promuove la biodiversità all’interno di contesti eterogenei di matrice naturale, culturale e sociale. E per chiudere proprio il Video Art Forum come luogo di incontro di diversità, culture, linguaggi, abbiamo scelto il film di Lucio Viglierchio e Miha Sagadin – Scritto e prodotto da Massimo Arvat per Zenit Arti Audiovisive (ViadellaFucina16), dove un condominio multietnico diventa un microcosmo in cui si rispecchiano le dinamiche sociali più ampie, attraverso il gioco di specchi delle pratiche artistiche. 

Quale può essere l’immagine di sintesi di Border Crossing? «Per Border Crossing nel 2018 avevamo scelto l’immagine di un territorio bianco, sprovvisto di regioni, ma capovolto e circoscritto dal mare, luogo di transizione. I bordi, i margini che vogliamo far incontrare sono solo quelli dei punti di origine e i quelli delle tappe intermedie, durante le quali ciascuno di noi cambia con l’incontro e le esperienze: nella traversata densa di incertezze, il mare si configura come spazio complesso e scarsamente abitabile, il cambiamento obbligatorio, cui non si può fuggire,è capace di apportare nuove conformazioni e geografie etiche e politiche».

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