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In principio la luce

Nel 1922 Laszlo Moholy Nagy, pittore e fotografo di origine ungherese, inizia a concettualizzare una metodologia tecnica che potesse promuovere l’utilizzo della luce reale all’interno di un manufatto artistico. Negli anni ’20 del Novecento le metropoli europee e americane cominciano a esporre nelle proprie strade insegne e pubblicità luminose che inducono una nuova generazione creativa a confrontarsi con le più recenti scoperte scientifiche. Moholy Nagy sperimenta molteplici soluzioni per dar vita infine al suo primo Modulatore spazio luce, un ingegnoso progetto costruito grazie alla collaborazione di un tecnico e di un ingegnere. Il modulatore segna nel 1930 la nascita di una sorprendente contaminazione artistica che, a detta dello stesso autore, esprimeva tutte le potenzialità di uno spettacolo di magia. La luce diviene d’ora in poi un elemento concreto nelle mani di un artista, un luogo di rappresentazione iridescente dove i pigmenti vengono sostituiti da affreschi luminosi.

La storia della light art prosegue attraverso le eterogenee sperimentazioni di Dan Flavin, che nella sua famigerata opera Untitled (monument 7 for Tatlin 1964 – 1965) datata 1975 congiunge la cultura dei materiali alla recente modernità tecnica e scientifica. Il susseguirsi delle innovazioni tecnologiche porterà diversi artisti a confrontarsi con la materia luminosa: da Lucio Fontana passando per Joseph Kosuth, Bruce Nauman e James Turrell molteplici e differenti stili verranno contaminati dalla luce che diviene supporto materico di un’estetica tesa ad un rinnovamento di genere e forma, laddove lo spazio architettonico acquisisce una nuova dimensione rappresentativa. I lavori di Manuela Bedeschi, artista di origine vicentina, si inseriscono all’interno di questo percorso storico laddove il neon diviene lo strumento privilegiato di espressione.

Bedeschi è la protagonista del progetto espositivo intitolato Luce 2015, ospitato negli spazi della galleria Pio Monti, che interpreta la proclamazione indetta dall’assemblea generale delle Nazione unite che ha suggellato il 2015 come l’anno dedicato alle tecnologie basate sulla luce. L’iniziativa globale è tesa a promuovere la consapevolezza della cittadinanza sulle tematiche dell’eco sostenibilità e sull’importanza del supporto energetico che è fonte essenziale per il funzionamento del nostro pianeta. Come afferma la curatrice Francesca Valente nell’opera di Bedeschi: «Si realizza un percorso di efficace sintesi emotiva in cui confluiscono a un tempo evocazioni bibliche (genesi 1,3) e storiche (Dan Flavin, James Turrell, Mario Merz) per approdare a una identità personale stratificata». L’artista veneta mette in campo nel suo lavoro differenti matrici concettuali, la sua ricerca, che spazia nella memoria e nel ricordo, confluisce attraverso l’utilizzo della luce nella volontà di delineare nuovi spazi d’azione, nel creare suggestivi intermezzi iridescenti che annunciano allo spettatore la stretta e indissolubile relazione tra il contesto architettonico e una inedita dimensione interiore.

Fino al 20 febbraio, galleria Pio Monti, piazza Mattei, Roma; info: www.piomonti.com

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