Personaggi

Paolo Gioli a Napoli

«Mi raccomando, non li chiami scatti. Ultimamente tutti a scrivere scatti, non usano più fotografia, un cosa vergognosa», impone Paolo Gioli dall’altra parte della cornetta. E se il consiglio vale per la fotografia in generale, è tanto più vero quando si parla della sua opera: lavori realizzati di rado con qualcosa che effettivamente scatta. La ricerca di Gioli è tutta qui: in forza di levare, portata ai minimi termini della pratica fotografica. «Ho sempre trovato impressionate che si pensasse possibile fare fotografia con la sola macchinetta fotografica», dice. Luce, tempo e materiale fotosensibile, sono il punto zero della fotografia, il necessario per definirla tale, ogni cosa che si aggiunge (dagli obiettivi, alle ottiche fino all’otturatore) non ridefinisce i termini e non li mette in discussione, nella visione dell’autore sono di troppo, un più che nessuno ha chiesto, almeno non lui. Eppure di questo più l’autore ne è affascinato e lo studia, sembra, solo per capire come fare a non usarlo. Fino al primo giugno la Casa della fotografia a villa Pignatelli di Napoli omaggia, sotto al curatela di Giuliano Sergio, il lavoro di Paolo Gioli nella mostra Abuses.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla mostra?

«Hanno mescolato (questa parola poi, mescolato) dei piccoli cicli, uno sul sesso, sul corpo e poi le nature morte, le foglie eccetera. Temi in contrapposizione, il corpo comunque naturale con la natura vera e propria».

Lei ha detto che cercare di tenere in vita una natura morta le mette una gran tristezza.

«Cezanne aveva lo stesso problema, si era ridotto a mettere dei fiori di tela perché gli si appassivano subito. D’altronde quando tu regali i fiori a qualcuno, regali un morituro, sono fiori morti, quindi più che un gesto d’amore è un gesto mortuario. Questa cosa di regalare delle cose morte, veramente non la capisco. Quello che mi fa un po’impressione è che la natura morta è veramente morta, letteralmente».

E come lo risolve il problema?

«I fiori, li riprendo da vivi, di fuori, se posso. Il fiore che fotografo continua a vivere, non sa neanche se l’ho ripreso o no. Certe volte puoi avere l’impressione che sia una pianta morente, ma i fiori, alla sera, si sa, vanno a dormire, girano la testa, chiudono i petali e a volte ho come l’impressione che mi dicano: cosa sei venuto a fare, andiamo a letto noi. Va giù la luce e loro riposano. Poi mi viene in mente che i rami servono per far cadere le foglie. Altrimenti da dove cadrebbero?».

Il ramo è un po’ l’origine della morte

«Vedi, le origini mi hanno sempre interessato, vado a vedere subito l’inizio di tutto, cioè come è partito, dalle cose più banali: il cucchiaio, per esempio, come è partito? Poi ci sono cose che restano sempre, la pellicola 35 millimetri di Edison ci è arrivata fino ad ora. Mentre nella tecnologia ci sono cambiamenti repentini, straordinari, tanto che dico a tutti: peccato morire adesso con tutta la roba che c’è da fare. Oppure quando leggo un giallo vado subito a vedere la fine. Per primo leggo chi è l’assassino, leggo tutto il giallo e mi sembra che sei l’unico a sapere chi è stato, mi diverte, volo su tutti i sospettati e penso: adesso ti beccano, adesso ti beccano. Le origini, ecco, e quasi paradossalmente, le origini della fine».

Dato che le origini della fotografia più o meno le sappiamo, come andrà a finire questa storia secondo lei?

«Hai detto bene, più o meno. Trovo che c’è parecchia, tantissima, ignoranza sulla fotografia delle origini. Parlare dei fotoamatori è un vero flagello, ignoranti e presuntuosi, bisogna stare lontano da queste persone. Forse umanamente parlando saranno pure straordinarie ma dal punto di vista professionale non sanno cos’è la cultura, che se gli tiri due o tre cassetti in casa trovi che hanno dell’oggettistica, obiettivi, eccetera, cose che casomai non hanno mai toccato, nel senso che non sono serviti a fare delle opere importanti. Cioè, l’oggetto ha superato la persona, l’autore è oscurato in piena sbornia digitale. Non lo dico mica solo io, si sa ormai, viene dopo, perché trionfa l’oggetto. E poi oltre all’ossessione sulle origini delle fotografia ho questa mania, per così dire, sulla Resistenza».

Cioè?

«Qui vicino hanno fucilato 43 giovanissimi e ancora si vede il piombo. E quando faccio questi corpi un po’ segnati, segnati non da me, dalla luce, è perché ho questo tenore affranto addosso: quello che a pochi chilometri da qui c’è questo muro che parla. Si dice lo sanno anche i muri, un modo di dire così, ma quel muro là sa, lo sa veramente, perché ci sono stati dei polmoni, delle teste e ancora ci sono le pallottole dentro. Quando faccio i corpi, i toraci, mi vengono sempre in mente questi qua come erano ridotti. Dici, dove prendi il dolore, la frustrazione per fare le cose che fai? Sono della generazione del dopoguerra. Bisogna ricordarsi di questo».

Quindi è a questo che pensa quando fa i busti tagliati sopra le spalle, i volti quasi sgozzati.

«Sì, uno nasce segnato, con delle proprie caratteristiche, una certa propensione al dolore eccetera. Poi faccio anche serie erotiche, e cosa non si è scritto sull’eros e morte. Come ha detto un grande filosofo, nascita, sesso, morte. L’ha detto lui ma è vero, non è che ci siano altri grandi sconvolgimenti nella vita».

Questi sono i temi del suo lavoro, eros e morte.

«E certo ma non solo del mio. Vedi, il soggetto è importante, basta vedere quanto ha condizionato nella storia dell’arte il tema religioso, pittori anche mediocri vivevano benissimo; bastava che dipingessero soggetti religiosi. Se lavorassi su madonne e crocifissi, venderei tantissimo e vivrei bene, mentre così sono un emarginato. Se magari dicessi che in quella foglia lì, in trasparenza appare il volto di Gesù, venderei subito».

Non è colpa o merito della natura sperimentale del suo lavoro?

«Attenzione però, non voglio sentire questa parola: sperimentazione, ha un senso di precario di prova, di accidenti, di vediamo cosa nasce. No, cosa c’entra. L’arte è fatica. C’è sempre sperimentazione mentre lavori. Casomai scopri che per una scena è meglio un altro punto ma poi scegli e decidi. Quando un’opera è compiuta, è riuscita, non è più sperimentazione».

L’autore quindi deve avere il controllo totale sulla sua opera?

«Ma certamente, altrimenti dopo due lavori ti fermi. Se l’idea non è forte ti esaurisci subito e non vai avanti. E poi ci vuole la tecnica che è molto importante, la manualità che tutti stanno perdendo. È straordinario vedere l’immagine immediatamente sullo schermo, una roba di una bellezza inaudita, ma così perdi la manualità e allora si dovrebbe fare tutte e due. Quando maschero delle luci in camera oscura è la mia mano che non fa passare la luce, come il pianista con il piano: è lui a suonarlo e non il contrario. Con photoshop non metti la mano sotto la luce, «me cojoni», dicono a Roma, la differenza è enorme. Quello che puoi fare con la manualità lo fai, e il resto lo lasci alla tecnologia che è un bellissimo mondo in espansione».

Lei ha questo rapporto ambiguo con la tecnologia, da una parte è come se ne fosse affascinato.

«Come se lo fossi? Sono affascinato. So benissimo come è fatta una camera digitale, ma vuoi scherzare? Ho letto tutto ciò che c’è sull’argomento, le novità assolute, ma stiamo scherzando? Forse non mi sono spiegato bene. Puoi fare tutto ora e ancora di più, un giovanissimo non può più trovare scuse, però ha il suo amico, il suo figlioletto o chi per lui, che ha lo stesso photoshop e lo frega; stesso programma, stessa cosa e viene una cosa identica in due secondi. La competizione può arrivare a livelli angosciosi, non devi cercare per forza che ti venga qualcosa in mente perché sembra che è il mezzo che te lo dà, ecco perché ci vuole pure la manualità».

Allora dato che ha questo amore per la tecnologia, perché non la usa?

«Per quello che devo fare non mi serve, non è un rifiuto. Quello che voglio fare è lavorare con poco, con niente, sei più libero. La mia foto con la mano stenopeica era un gesto, però ho raccolto le immagini. Ogni piccola infiltrazione di luce, la più disordinata infiltrazione di luce, dalla finestra, da un forellino di una tenda; quella è portatrice di immagini. Basta solo osservare, guardare e quando vedi tutti quei colori ti viene da raccoglierli con le mani e vedere come viene».

Però in questo caso il risultato è imprevedibile

«No, lo è la prima prova che lo fai, poi aggiusti il tiro. Uno non è scemo, vedi, questo è venuto così, ora provo dall’altra parte. La sperimentazione si ferma subito. Se non hai idee e talento però è meglio che fai un’altra cosa. E in questa disperata ricerca di capire se hai talento o no, intanto lavori, ricerchi, fai. Se hai una buona idea e non hai la tecnica c’è il suicidio di mezzo, subito devi sviluppare l’idea, deve rimanere libera, fresca, immediata, quando vedo che ci sono strutture, sovrastrutture eccetera, lascio stare, bisogna essere rapidi e precisi».

Il prossimo anno la Gnam le dedicherà una mostra. Come sarà?

«Non lo so, potrebbe essere una mostra postuma, mica posso sapere di esserci, bisogna metterlo in conto, arrivati a settant’anni si può pensare di non esserci».

Come vorrebbe che fosse allora?

«Parlando di una mostra da defunto è complicato. In ogni caso dovrebbe uscire pure un libro edito a metà con i francesi, ma è tutto da definire ancora. Poi è pericoloso parlarne perché le dico che è così e così e poi casomai non rimane traccia di quello che le ho detto».

Scusi per quest’ora e mezza, presto uscirà l’intervista.

«Devo solo trovare il coraggio di leggerla, ho sempre paura che potevo far meglio».

Fino al primo giugno; Casa della fotografia, villa PIgnatelli, Napoli; info: www.facebook.com

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