Personaggi

Appartamento ad Atene

In sala da venerdì 28, distribuito da Eyemoon pictures, Appartamento ad Atene è l’esordio alla regia di Ruggero Dipaola. Arriva al cinema dopo aver fatto incetta di premi – 27, tra cui quello di Miglior film vetrina giovani cineasti italiani al Festival internazionale del film di Roma 201 – e partecipato a 51 rassegne in tutto il mondo. Tratto dal romanzo omonimo di Glenway Wescott (Adelphi 2003), e sceneggiato da Heidrun SchleefLuca De Benedittis e lo stesso Dipaola, racconta l’occupazione da parte di un ufficiale nazista dell’appartamento ad Atene dei greci Helianos, durante la Seconda guerra mondiale. L’arrivo dello spietato e colto capitano Kalter (Richard Sammel) nella famiglia, composta dalla madre Zoe (Laura Morante), il marito Nikolas (Gerasimos Skiadaresis) e i figli Alex e Leda (Vincenzo Crea e Alba de Torrebruna), come un uragano spazza via la normalità di una vita condotta dignitosamente, seppur con la croce della perdita del primo figlio in guerra. Gli Helianos si sottomettono remissivi, costretti ad assecondare ogni richiesta del nazista: ciascuno si rapporta a lui in modo diverso, tirando fuori con forza la propria indole. La madre Zoe e il figlio Alex lo detestano, Leda invece, da ragazzina acerba, è ammaliata dalla divisa e dal potere che esercita. Intensa l’interpretazione di Skiadaresis nei panni del padre Nikolas, un personaggio dal ruolo complesso: l’equilibrio domestico in buona parte è demandato a lui che deve mediare tra la ferocia degli ordini del padrone e l’angoscia che nutre sua moglie nei confronti dell’ufficiale. La diffidenza di Zoe non viene meno neanche quando Kalter, di ritorno ad Atene dopo un breve periodo in Germania, si mostra più affabile, in primis col marito. I due leggono insieme e conversano di musica e filosofia sotto il dipinto dell’Isola dei morti di Böklin, di cui anche Adolf Hitler possedeva una versione. A ricordare che la desolazione e il lutto, che pervadono l’ideologia nazista, non conoscono tregue e non fanno sconti a nessuno. Pur nella sua evidente drammaticità, l’Appartamento ad Atene di Dipaola è un affresco calibrato in cui ogni elemento trova naturale collocazione. Le interpretazioni dei personaggi sono esaltate dai movimenti di macchina, la fotografia è asciutta e i dialoghi sempre puntuali. Un film destinato a rimanere nella memoria e che finalmente arriva al cinema dopo essersi fatto conoscere in numerosi festival italiani e internazionali. Risponde il regista.

Il soggetto della pellicola, l’occupazione da parte del nazista della casa degli Helianos, è tratto dal romanzo di Wescott. Ma, nelle note di regia, ha scritto che anche alla sua famiglia è successa la stessa cosa. Può raccontarcelo?

«Quando frequentavo le elementari mia madre spesso mi raccontava di quando la sua famiglia, durante la Seconda guerra mondiale, aveva dovuto ospitare un tedesco in casa. Era un ufficiale, si chiamava Helmut e aveva un cane che dormiva nella sua stanza e a cui venivano dati gli avanzi per saziarlo. Aveva una moglie e due figli, periti in guerra, e fortunatamente era più mite e rispettoso del personaggio del capitano Kalter. Scelse di fermarsi a dormire e mangiare per qualche mese in quella casa perché mio nonno aveva una macelleria e, nonostante le ristrettezze economiche, la sua famiglia non era costretta a mangiare le lumache, come invece faceva la famiglia di mio padre che viveva in Puglia. Un giorno arrivò una telefonata, piombarono in casa venti militari armati e con una serie di mappe. Nel giro di un’ora sparirono tutti. L’ufficiale tedesco lasciò in casa di mia madre il cane ma nessuno tornò mai a riprenderlo».

 Il film è stato girato a Gravina, in Puglia. Come mai questa scelta?

«Gli interni sono quasi integralmente girati a Cinecittà. Con lo scenografo, Luca Servino, abbiamo cercato la location ideale dove girare la maggior parte degli esterni. Purtroppo la capitale greca ricordava solo lontanamente Atene nel 1943, e quindi abbiamo concentrato le nostre ricerche su alcune isole greche e nel sud Italia. Grazie al nostro location manager, Leonardo Angelini, abbiamo scoperto il centro storico di Gravina in Puglia e, nei quartieri Piaggio e Fondovico, abbiamo notato la fortissima somiglianza con il dedalo di vie del quartiere ateniese della Plaka. Le colline nei dintorni di Gravina ricordavano il Monte Olimpo, e il cimitero su un pendio è stato ricostruito in base alla documentazione fotografica dell’epoca».

Qual è stato l’iter prima di sbarcare al cinema e cosa ha significato per lei la doppia veste di regista e produttore?

«Il film è stato finanziato dalla Commissione europea, con i fondi Media, è riconosciuto di interesse culturale nazionale e ha beneficiato del contributo del Mibac, della regione Lazio tramite Filas, della Apulia film commission e della Roma Lazio Film Commission. È stato realizzato grazie al beneficio del Tax credit interno, in associazione con Esperia e con due produttori associati, A Movie e Alba produzioni. Il film era pronto per arrivare nelle sale ad aprile/maggio di quest’anno ma, uscire in contemporanea con un altro film di cui era protagonista Laura Morante, e che per di più rappresentava anche il suo esordio alla regia (Ciliegine, uscito il 13 aprile) sarebbe stato controproducente. Abbiamo poi evitato di uscire nel periodo estivo, per il calo degli incassi, gli europei di calcio e altre motivazioni, scegliendo un periodo secondo noi più favorevole, nonostante la concorrenza molto più agguerrita. Per quanto riguarda la doppia veste di regista/produttore, porta indubbiamente il vantaggio di compiere le scelte artistiche e tecniche nella massima libertà. Il rovescio della medaglia è che quelle sbagliate si pagano il doppio. È stato molto faticoso ma sono soddisfatto del risultato».

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