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Don’t kill

I moniti al neon di Fabrizio Dusi risuonano come echi lontani ma persistenti, proprio come il silenzio assordante delle anime vittime della Shoah che idealmente abitano la Casa della Memoria di Milano. Con Don’t kill, a cura di Chiara Gatti e Sharon Hecker, visibile sino al 31 agosto, Dusi dà vita a una poesia visiva site-specific che impatta con un ambiente spoglio, scarno, volutamente deprivato di orpelli, abbellimenti, quasi fosse derubato, proprio come la dignità violata delle anime della più grande strage che l’umanità ricordi.

La luce dei neon filtra e s’intravede attraverso grandi finestre come occhi spauriti, facendosi monito avversario di un dimenticatoio sempre più usuale, ma ancora come speranza durevole, perpetua. Se la regina della luce al neon Tracey Emin intesse un dialogo confidenziale con lo spettatore, il suo monologo esistenzialista e intimista del quale non si può non essere partecipi, Dusi scava sì nell’Io più intimo, nelle paure più recondite, ma rendendo, diversamente, il dolore collettivo e corale, dunque amplificato.

One day god was absent, nobody cried, nobody talked, l’odore della paura, sono esempi che appaiono come racconti e confessioni di voci flebili ma tuttora accese, la cui intensità e sincerità disarmante avvalora l’importanza di tramandare il ricordo e la memoria, gettando, attraverso il racconto dei pilastri del passato, una nuova luce sul futuro.

Fino al 31 agosto; Casa della memoria, Via Federico Confalonieri 14, Milano; info: www.casadellamemoria.it

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