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Digitalife 2016

”Sono convinto che una mostra debba essere costruita come uno spettacolo drammaturgico”. Parla Richard Castelli a metà fra l’interno e l’esterno della Pelanda per proteggersi dalla pioggia. Ha inaugurato Digitalife, la rassegna sulla new media art del Romaeuropa festival, rassegna curata per la seconda volta, dopo la prima del 2010, proprio da Castelli. ”Un percorso espositivo – continua – deve avere dei momenti forti e dei pezzi più poetici, riflessivi. Una mostra con molti pezzi incentrata tutta su uno dei due, non funziona. Insieme si esaltano a vicenda”. Sono tre, invece, le installazioni presenti in Digitalife fino al 27 novembre ospitate nel Macro Testaccio. Tre installazioni forti, muscolose, ”chiaro – continua Castelli – che c’è un equilibrio che deve essere mantenuto. È un rischio mettere tre opere e tutte e tre potenti, ma credo che questo sia il massimo che possiamo chiedere a uno spettatore. Quattro lavori, forse, sarebbero stati troppi, il visitatore avrebbe perso l’attenzione. Qui rimane concentrato, non si stanca e casomai ritorna”.

Tre lavori per tre artisti e un collettivo sono i numeri di questa settima edizione della rassegna. A dividersi una stanza e una macchina sono Shiro Takatani e Christian Partos. Inizia e finisce con il buio il loro lavoro sviluppato con 3D water matrix, una struttura progettata dallo stesso Takatani che sembra sfidare la gravità. Con un gioco di luci, gocce d’acqua e 900 valvole regolate da un algoritmo, i due artisti riescono nel tentativo di imporre una forma a un temporale. Nella stanza completamente nera e silenziosa, il lavoro ipnotizza gli spettatori che confusi non riescono più a capire, avvicinandosi, se le gocce d’acqua salgono verso la luce o scompaiono nel buio mentre su di loro vengono a comporsi come uno schermo le più svariate forme, geometriche o meno.

 

Un foglio e una penna vengono dati a chi ha intenzione di visitare l’installazione Zee firmata Kurt Hentschläger . Fronte e retro del foglio compongono una liberatoria che deve essere firmata prima di entrare. L’accesso è sconsigliato a chi soffre di epilessia o cardiopatia. Zee è infatti un ambiente che solo per intuizione possiamo definire stanza, in quanto l’area è completamente coperta da una nebbia fitta e densa, con difficoltà riuscirete a vedere il palmo della vostra mano. Suoni e luci stroboscopiche bianche e colorate provengono da un punto imprecisato dell’ambiente mentre lo spettatore perde lentamente ma in maniera inesorabile il senso dell’orientamento. ”Il nostro cervello – dice il curatore nel presentare il lavoro di Hentschläger – produce l’universo. Anzi, questo è il suo primo lavoro”.

Altrettanto immersiva è l’installazione DeepDream_Act II del collettivo None. Pareti bianche proiettate alternate da specchi scolpiscono una zona senza punti di riferimento. Ovunque, riflesse o meno, ci sono immagini generate da un algoritmo matematico di Google che procede per associazioni visive catturando immagini e video dal database del motore di ricerca. È un’installazione quindi in continuo mutamento, nella quale le figure cambiamo di volta in volta, la loro posizione varia anche da quella dello spettatore, si spostano, si avvicinano, sembrano avere una vita propria. A spiegarla ci pensano direttamente loro:

 

A concludere il percorso, il Laboratorio Perco che celebra i 25 anni d’attività del laboratorio Understanding_the_otherdi Robotica Percettiva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ripercorrendo la sua storia attraverso installazioni video.

Dal 7 ottobre al 27 novembre; Macro Testaccio, piazza Orazio Giustiniani 4, Roma; info: http://romaeuropa.net/digitalife

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