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Il selfie come forma di potere

Leah Schrager si descrive come un’artista che lavora tra New York e la rete. Sostenitrice del selfie come strumento di potere commerciale e legale nella fotografia, il suo lavoro si compone di performance, danza, pittura, fotografia e digitale. Nel 2010 ha fondato Naked Therapy ed è diventata Sarah White, una terapista del piacere che vende la sua immagine e le sue performance sensuali davanti alla webcam, per finanziare i suoi progetti. Paragonata a M. Abramovic, Diane Fossey e Sigmund Freud, ha ballato con Martha Graham, Trisha Brown e moltissimi altri nomi di spicco e i suoi progetti sono stati pubblicati dalle riviste di tutto il mondo.

Perché consideri Naked Therapy come una performance e una dichiarazione politica? «Naked Therapy si basa sulla convinzione che l’eccitazione è essenziale per le persone e che l’individuo può essere aiutato solo se inserito in un contesto terapeutico. Sulla motivazione politica o radicale entrano in gioco diversi fattori. La linea tra arte, vita e performance è sfumata, la scambio avviene in un contesto digitale, senza la presentazione di un gallerista e in una prospettiva, la mia, di una femminista a favore del sesso. I media americani e i circoli d’arte sono antisessuali e guardano all’eccitazione maschile con atteggiamento proibizionista o come qualcosa che interessa solo alle masse più umili».

Quale prospettiva hai acquisito, nella panni di Sarah White? «È una bella domanda! Ho imparato che le persone fanno del loro meglio. Ho imparato molto sull’eccitazione maschile e sul perché il SI funzioni meglio del NO, per generare un cambiamento. Ho imparato che il sesso è bello e che le espressioni del desiderio dovrebbero essere valorizzate e non umiliate. Ho imparato che il femminismo, oltre a generare molti cambiamenti positivi, ha anche portato molte donne ad essere inutilmente moraliste e puritane rispetto alla sessualità maschile. Ho imparato anche che agli uomini piace parlare delle loro sensazioni proprio come alle donne, solo che si aprono di più quando si sentono sessualmente accettati».

Partecipi alla mostra In The Raw: The Female Gaze on the Nude che ha aperto I battenti il 5 Maggio a NY a The Untitled Space. È vero che siamo cresciuti con l’immagine della donna come oggetto del desiderio e questa imagine continua ad essere riproposta. Escludendo le donne come te, che lavorano per mettere questa immagine continuamente in discussione, ci sono tante altre donne che vendono la propria immagine sfruttando questo cliché a favore di una commercializzazione? «Sto provando a condividere un modo diverso di lavorare. Sono padrona della mia immagine come artista, fotografa e modella. Anzichè essere una musa o aver bisogno di essere selezionata o legittimata dal sistema, lo faccio da sola. Mi rendo conto che fare le cose in maniera isolate ha dei limiti, utilizzo i media per rafforzare il messaggio. Le donne che lavorano nel settore della performance, purtroppo, spesso non hanno molta scelta e c’è un grosso lato oscuro fatto di abusi e manipolazioni, specialmente nell’ambiente delle modelle. Non so cosa si dovrebbe fare, adesso che la produzione è passata più in mano alle modelle grazie ai social media, mi auguro che per le donne ci siano più occasioni di essere autrici e di tenere sotto contro queste manipolazioni».

Attribuisci un valore artistico ai selfie: secondo te sono un modo di avere il controllo totale sull’aspetto commerciale e legale delle immagini di ognuno, senza mediazioni. Come consideri il lavoro con i galleristi o gli altri mediatori? «Fino ad oggi le gallerie hanno selezionato il mio lavoro per metterlo sul muro e venderlo. Sono felice di delegare a loro il lato commerciale del mio lavoro, un aspetto a cui non sono particolarmente interessata. Penso di avere comunque il controllo del mio lavoro».

Perché, secondo te, sei ancora vittima di censura anche quando non pubblichi i nudi? «Le piattaforme social hanno paura dei contenuti che ritengono sessualmente espliciti, è facile dire se un’immagine è nudo. Ma un’ immagine provocante, con I vestiti addosso, è arte o porno? È esplicita o no? Per le piattaforme social le immagini provocatorie non dovrebbero esistere. Ma se lo dichiarassero verrebbero malviste. Lo fanno in maniera subdola, cancellando gli account. Il clima di paura che creano è restrittivo per la creatività. Ed è orientato alle donne (di solito a quelle di classi inferiori)».

Con il progetto Co-Collecting le persone possono scegliere assieme a te il modo migliore di materializzare un tuo lavoro digitale. Dare una serie scelte al pubblico è qualcosa di consueto, per te. È importante, in tal senso, dare allo spettatore un ruolo nello sviluppo della tua arte? «I miei progetti si evolvono al di fuori dell’interazione con lo spettatore o i collezionisti. Il mio lavoro è stare online e vivere come una donna normale, mi piace che Co.Collecting sia un progetto aperto, le interazioni e le esperienze che faccio contribuiscono ai miei progetti presenti e futuri».

Info: http://leahschrager.com/http://sarahwhitetherapy.com/

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