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Intervista con Marta Roberti

Marta Roberti è un’artista bresciana classe 1977 che lavora principalmente con il disegno, inteso in tutte le sue declinazioni: «mi piace l’idea di portare il disegno a trasformarsi in fotografia, in pittura, in video, istallazione, parola». Tornata in Italia dopo la sua esperienza in Taiwan, ha da poco concluso la sua personale alla Galleria Doppelgaenger di Bari. In attesa della prossima partenza.

La prima cosa che ho letto su di te è “Marta Roberti vive e lavora tra Roma e Taipei”. Ci racconti qualcosa della tua lunga residenza in Taiwan?
«Dopo una residenza presso il Kuandu Contemperary Art Museum, durata un paio di mesi, ho deciso di rimanere a Taipei. Continuavo a rimandare il ritorno, anche perché ho fatto altre mostre. C’era qualcosa che mi tratteneva e che mi continua a richiamare. Ho cambiato varie case e zone della città. Ho conosciuto e sono diventata amica anche di molti artisti e artiste locali e andarmene è stato molto duro! Taipei è stata un’esperienza di una seduzione assoluta, un incantesimo forse. Sono rimasta lì per più di un anno, dove quasi tutto appariva diverso e nuovo, e infiammava la mia curiosità. Il paesaggio è esotico, le atmosfere sono esotiche, le persone sono così diverse ma allo stesso tempo così simili. Sto provando a esplorare queste sensazioni con dei nuovi lavori».

E che cosa hai scoperto?
«Ho archiviato centinaia di immagini e video di gesti, posture, movimenti di persone, atmosfere e paesaggi che entrerebbero nella categoria di “esotico”. Ci sono uomini che camminano all’indietro o ballano da soli. Donne che eseguono movimenti di tai-chi con un arco e le frecce. Donne che urlano nei boschi o fanno yoga. Ma vorrei saper descrivere anche la distanza temporale che caratterizza quelle terre. In Taiwan il passato sopravvive più nelle persone, nei loro gesti, nelle pratiche nei modi di stare insieme e di vivere le relazioni, che nelle architetture. Penso in particolare alle persone più grandi di età che ho frequentato per diversi mesi in un parco praticando arti marziali con loro. Nelle loro pratiche, nei loro modi di condividere le conoscenze gratuitamente, nella loro accoglienza nei miei confronti e nella conoscenza del corpo e della medicina tradizionale era come se trovassi dei frammenti magici fluttuanti, in un mondo che comunque è sempre più assorbito dal consumismo e da un capitalismo sfrenato, e dove i giovani seguono modelli occidentali».

Di formazione sei una filosofa. Questa matrice quanto è presente nella tua costruzione di senso?
«La filosofia è un po’ un fardello a volte! Scherzi a parte, non posso che farci i conti. Di solito mi piace che le mie opere abbiano un’immediatezza di espressione, ma allo stesso tempo spesso non riuscirei a fare un disegno se non ci fosse una questione filosofica da affrontare. Quella questione a volte è solo un motore per muovermi e sensibilizzarmi a guardare la realtà con il filtro che sono le concezioni filosofiche. A volte ci sono immagini che vedo per la strada, o nella mia interiorità, e capisco di sentirle familiari perché mi riportano a dei concetti filosofici su cui sto ragionando. Rare, magiche volte accade una specie di epifania: ciò che vedo è un’ immagine dove si mescola la poesia alla filosofia, e mi sento felice».

Che valore ha l’inserimento della parola all’interno dei tuoi lavori?
«Di solito sono parole provenienti da filosofi o filosofe che sto leggendo e di cui sto condividendo delle posizioni. In certi casi inserisco delle citazioni, ma non volendo essere troppo didascalica magari le scrivo al contrario e provo a trasformare le parole in disegno. Per alcuni video mi è capitato di scrivere io dei testi. Se penso alle mie prime esperienze creative hanno molto a che vedere con la scrittura: poesie, patetici romanzi inconclusi, brevi saggi filosofici. Ma il mio sogno è trasformare la filosofia in disegno!»

Il punto di partenza per i tuoi video, come in Sarà stato, è un’immagine fotografica che ha molto a che fare con il disegno.
«Sto continuando a ragionare sulla questione del medium. solo ora mi sento di prendere una posizione specifica: in passato ho creduto che il medium dovesse dipendere dal progetto, così mi era stato insegnato e molti artisti agiscono in questo modo. Ora mi rendo conto che il disegno è il mezzo che ho usato di più e che sento davvero mio. Quando ho delle idee che potrebbero essere espresse più facilmente con altri mezzi allora mi chiedo: come posso forzare il disegno a dire quello che voglio dire? mi piace l’idea di portare il disegno a trasformarsi in fotografia, in pittura, in video, istallazione, parola. Questa la mia scommessa: forzare il disegno, trovare il modo per snaturarlo. È una sfida senza la quale non sarei spinta a lavorare».

L’atmosfera risulta essere piuttosto cupa, come facesse riferimento a una stratificazione di ricordi. C’è una parte che ha a che fare con il tuo vissuto?
«Sarà stato è la mia ultima video animazione piuttosto lunga e narrativa del 2012. Il punto di partenza erano delle vecchie fotografie in bianco e nero di alcuni bambini travestiti da pierrot che avevo raccolto in alcuni mercatini. In quel periodo stavo leggendo i casi clinici di Freud e la critica femminista alla questione dell’invidia del pene di Freud. Allora mi sono immaginata questa specie di gara fallica tra bambini vestiti da Pierrot nella neve per vedere chi riesce a fare la pipì più lontano. La narrazione del video si dispiega mescolando suggestioni provenienti dai casi clinici di Freud e da me stessa (pensandomi come caso clinico! ) Ho costruito il video disegno animato mescolando le mie immagini interiori a quelle freudiane e poi nel finale ho immaginato che le bambine che fanno la pipì dall’albero non vogliono competere come i maschi, ma piuttosto, interagire per generare insieme qualcosa di nuovo».

Nella tua ultima personale alla galleria Doppelgaenger di Bari hai presentato il progetto Il fondo sale dalla superficie (senza smettere di essere fondo). La natura è molto presente nella tua produzione. Da cosa viene questo interesse?
«La natura non smette mai di presentarsi nei miei lavori, sarà perché ho voluto lasciare il piccolo paese in montagna dove sono nata e cresciuta fino a 18 anni e allora sono i paesaggi dell’infanzia ad inseguirmi e a raggiungermi trasfigurati nelle foreste di Taiwan!».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Andrò a Shanghai per una residenza di 6 mesi a partire dal prossimo luglio. Ora sto lavorando a video animazioni che nascono sempre da suggestioni taiwanesi e spero di trovare presto un luogo dove esporle».

 

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