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	<title>Wilhelm von Gloeden - INSIDEART</title>
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	<description>Magazine di arte contemporanea e cultura</description>
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		<title>La Genesi di Salgado</title>
		<link>https://insideart.eu/2013/05/14/la-genesi-di-salgado/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Angelucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 May 2013 16:20:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[ara pacis]]></category>
		<category><![CDATA[genesi]]></category>
		<category><![CDATA[Leila Wanick Salgado.]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastião Salgado]]></category>
		<category><![CDATA[Wilhelm von Gloeden]]></category>
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					<description><![CDATA[Roma, all'Ara pacis c'è il fotografo brasiliano, un viaggio accademico fra terre lontane]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.insideart.eu/wp-content/uploads/2013/05/31.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-51951 alignleft" title="Brasile, 2005 © Sebastião Salgado/Amazonas Images" src="http://www.insideart.eu/wp-content/uploads/2013/05/31-600x438.jpg" alt="" width="298" height="217" srcset="https://insideart.eu/wp-content/uploads/2013/05/31-600x438.jpg 600w, https://insideart.eu/wp-content/uploads/2013/05/31-1200x877.jpg 1200w, https://insideart.eu/wp-content/uploads/2013/05/31.jpg 1920w" sizes="(max-width: 298px) 100vw, 298px" /></a>Oltre duecento fotografie eccezionali ad opera di <strong>Sebastiao Salgado</strong> sono attaccate ai muri dell’<strong>Ara pacis</strong> per la mostra <strong>Genesi</strong> curata da <strong>Leila Wanick Salgado.</strong> In quelle eccezionali è riassunto tutto ciò che possiamo scrivere o dire su quest’ultimo lavoro del fotografo brasiliano. Composizioni perfette e stampe tirate da far invidia a <strong>Wilhelm von Gloeden</strong>. Fotografie bicromatiche impeccabili, senza macchia, che passano tutti i gradi del b/n, tanti quanti ne conosce l’uomo, dal bianco accecante al nero d’abisso. Sono fotografie fatte senza un grammo di polvere nell’obiettivo della sua 35 millimetri ed evidentemente sviluppate in un ambiente asettico. Sono lavori perfetti, veramente, come un disegno di Raffaello, come le copertine patinate di moda degli anni Ottanta.</p>
<p>L’idea di fondo è antica come l’espressione umana, nasce da una necessità di mettere ordine nel mondo, per catalogarlo, per studiarlo e infine capirlo. Un’idea bandiera dell’illuminismo, questa, che spiega perché, ai primordi, la fotografia era una tecnica indicata per le scienze e non per le belle arti. Un’idea, però, che contrasta con gli intenti dello stesso Salgado. Armato della sua sola macchinetta, il fotografo intraprende un viaggio lungo otto anni che si produce nei 200 scatti in mostra, ovvero in Genesi, suo ultimo lavoro.</p>
<p>Dice il reporter: «Sono andato alla ricerca di quei posti dove il rapporto fra uomo e natura non è ancora rovinato come il nostro, in quelle parti dove il pianeta si presenta ancora nel suo stato primordiale». Eppure tutta questa idea di selvaggio non compare in un solo scatto di Salgado. I soggetti dei suoi lavori che siano vegetali, minerali, animali o umani (è lui il primo a dire che non c’è differenza) sembravano proprio aspettare qualcuno che li fotografasse, detto altrimenti, sembrano in posa. Il fotografo è lì, dietro le dune del Sahara o fra le valli innevate dell’Antartide ad aspettare che il mondo si ordini, anche solo per un attimo, per poi scattare.</p>
<p>Tutto questo per dire che Salgado si dà da fare per prendere il bello della natura selvaggia e non la natura selvaggia. A conferma basta guardare i ritratti che fa degli indigeni, dove sono tutti perfetti e agghindati in attesa dello scatto o vedere cosa è diventato l’albatros ridotto a uno sguardo languido messo di profilo. Genesi, in questo senso, non si distacca di una virgola dalle fotografie del National geographic. «Lo scopo doveva essere – dice ancora Salgado – far vedere un modo nuovo di vivere il pianeta terra». L’intento documentaristico (anche se filtrato dal bello) sembra averla vinta su qualsiasi altra ricerca e l’unica pretesa di artisticità rimane nell’utilizzo esclusivo del bianco e nero, del resto così accademico da non aggiungere niente al mondo della fotografia.</p>
<p>Genesi, così, si pone in una via di mezzo, lontana dal reporter vero e proprio perché impostato su una forte selezione del reale (per dire: non c’è un solo animale che muore o un solo cristiano che dorme) e distante dall’arte nel riproporre idee fotografiche usate (vedi la teoria di Bresson sul momento decisivo) e tecniche, le quali, seppur usate alla perfezione, sono lontane da un’idea di ricerca. Insomma, al Salgado di Genesi preferiamo di gran lunga quello del fotoreporter vero e proprio impegnato in lavori come <strong>La mano dell’uomo</strong> o <strong>In cammino</strong>, perché alle balene e ai pinguini ci pensa National geographic.</p>
<p>Fino al 15 settembre; museo dell&#8217;Ara pacis, lungotevere in Augusta, Roma; info: <a href="http://www.museocomuneroma.it" target="_blank">www.museocomuneroma.it</a></p>
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		<title>I dodici capitoli del nudo</title>
		<link>https://insideart.eu/2013/02/02/i-dodici-capitoli-del-nudo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2013 12:14:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronache d'arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Wilhelm von Gloeden]]></category>
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					<description><![CDATA[Linz, al museo Lentos i protagonisti sono, ancora una volta, gli uomini senza veli]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.insideart.eu/2013/02/02/i-dodici-capitoli-del-nudo/blue-noses-group-vogue-of-labour/" rel="attachment wp-att-43471"><img decoding="async" class="alignleft  wp-image-43471" title="Blue Noses Group Vogue of Labour" src="http://www.insideart.eu/wp-content/uploads/2013/02/Blue-Noses-Group-Vogue-of-Labour-600x450.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a>Conclusasi con successo l&#8217;esposizione al Leopold Museum di Vienna, gli uomini nudi non abbandonano la scena museale austriaca. Fino al 17 febbraio, infatti, un&#8217;altra mostra dello stesso stampo prosegue <strong>Lentos Kunstmuseum</strong> di <strong>Linz</strong>. Intitolata anch&#8217;essa emblematicamente <strong>The Naked Man</strong>, a differenza della gemella viennese si concentra su un arco di tempo decisamente più raccolto. Gli oltre 300 pezzi in mostra, prodotti da circa 200 artisti europei e americani, sono databili a dopo il 1900 e, invece di essere classificati in ordine cronologico, questa volta vengono divisi in ben dodici capitoli tematici, volti ad indagare ogni singolo aspetto della virilità o della vulnerabilità maschile. Perché il corpo di un uomo, benché tenuto nascosto per secoli, può dire tanto quanto quello di una donna. Da qui nasce la necessità di questa mostra, come racconta <strong>Stella Rollig</strong>, direttrice del Lentos: «Il fatto impressionante che l&#8217;uomo nudo sia effettivamente invisibile nel mondo dell&#8217;arte ha portato avanti la necessità di questa mostra. Volevamo mostrare che esiste un&#8217;ampia gamma di lavori in tal senso, tenuti nei depositi dei musei a lungo, senza essere presentati al pubblico. Ma questa esibizione mostra più del semplice nudo maschile. Essa infatti dice come gli uomini hanno inventato se stessi dal secolo scorso, come hanno affrontato la loro nudità. Con coraggio, con dubbi, con la gioia di esplorare un nuovo modo di vivere. E come le donne artiste, attraverso la loro sicurezza, hanno conquistato una tematica di cui sono state private a lungo».</p>
<p>Per secoli la nudità dell&#8217;uomo non è uscita al di fuori dei canoni dell&#8217;eroe mitologico o del martire cristiano. Solo intorno al 1900 il corpo maschile, svestito di ruoli e imposizioni, è stato investito di nuovi significati non solo sessuali, ma spesso anche socio-politici. Una nuova concezione che, attraverso epoche e interpretazioni differenti, ha trasformato il maschio da simbolo erotico a vittima vulnerabile e viceversa. Un discorso che è stato sempre rivolto esclusivamente alla figura femminile, come ricorda Stella Rollig: «Le <strong>Guerrilla Girls</strong> avevano già postulato dalla metà degli anni &#8217;80 che le donne devono essere nude per poter entrare in un museo, e ciò non è cambiato fino ad oggi, a voler essere onesti. Però, durante la nostra triennale ricerca, ci siamo resi conto di quanti lavori sugli uomini nudi esistano. Le istituzioni pubbliche, le collezioni private ma anche il mercato non hanno voluto lavorare con queste opere, mentre nessuno si è mai fatto scrupoli nel mostrare lavori con donne nude, almeno per un lungo periodo di tempo». Oggi c’è dunque una rivincita che si tinge di rosa visto che, a detta della direttrice del Lentos, «la reazione alla mostra è stata piuttosto positiva e non è una sorpresa che la maggior parte dei visitatori fossero donne. Gli uomini potrebbero avere ancora qualche problema a guardare la loro nudità consensuale». Consensuale e soprattutto esibita in tutte le salse. Dodici capitoli non sono pochi, e stanno a significare un’analisi davvero attenta e scrupolosa.</p>
<p>La sezione Me si concentra sull’autoritratto, di cui <strong>Egon Schiele</strong> è stato maestro e pioniere, utilizzato dagli artisti del ventesimo secolo come medium di esplorazione del loro essere. La parte intitolata Nude raccoglie gli studi anatomici sul corpo, da sempre basi dell’insegnamento accademico e fondamento per ogni artista. La sezione Pose prende spunto da una frase di <strong>Etel Adnan</strong>: «Dipingere un uomo significa trasformarlo in una donna». Qui, infatti, viene descritto il corpo maschile come fonte di desiderio erotico, proprio come da secoli viene concepito quello femminile. Il capitolo Authority mostra come la dominazione, la violenza e la brutalità abbiano condizionato e strumentalizzato la forza maschile. Non sono rare, qui, immagini di tortura e di guerra, ma anche lo stereotipo del maschio sano e forte, voluto, ad esempio, dal prototipo razziale perfetto ideato dai nazisti. La parte intitolata Gay mostra quanto il corpo maschile visto come oggetto di desiderio fosse inizialmente appannaggio esclusivo dell&#8217;arte omosessuale, come dimostrano le fotografie di <strong>Guglielmo Plüschow</strong> e <strong>Wilhelm von Gloeden</strong>. Boy, invece, parla dell&#8217;innocenza, della vitalità e degli ideali sconfinati, privilegi di gioventù. <strong>Erwin Lang</strong> dipinge ragazzi nudi con le braccia erette verso il cielo, in completa armonia con la natura e con la propria esistenza. Molte delle opere di questa sezione ritraggono la gioia di vivere, la curiosità, l&#8217;entusiasmo dei più giovani, ma non solo. L&#8217;altra faccia della medaglia è rappresentata da artisti come <strong>Bernhard Prinz</strong> e <strong>Collier Schorr</strong> e si insinua nella sofferenza prematura, fatta di imposizioni, regole e ruoli da rispettare. Adam presenta uno dei cliché della nudità artistica, ovvero la storia di Adamo ed Eva. Uno stereotipo che poi ha subito varie declinazioni, dall&#8217;esposizione al peccato alla vergogna, dalla perdita dell&#8217;innocenza al bisogno di essere aiutati. Molti artisti, come <strong>Edvard Munch</strong>, <strong>Károly Ferenczy</strong>, <strong>Anton Kolig</strong> e <strong>Erich Heckel</strong>, hanno fatto della nudità un vero e proprio manifesto. Per i <strong>Gelatin</strong>, invece, si tratta di provocazione, perlopiù. In ogni caso l&#8217;uomo e la natura sono una cosa sola, possono mescolarsi ad essa, come presentano le varie scene di bagni liberi in laghi e ruscelli. La sezione Undressed comprende le opere di <strong>May</strong>, <strong>Siegfried Anzinger</strong> e <strong>Moni K. Huber</strong>, che hanno ritratto uomini non viziati da ruoli, ma sorpresi in momenti di grande intimità, senza vergogna, bensì avvolti da un alone di contemplazione. Qui si pone il problema dell&#8217;inespressività maschile, la mancanza di comunicazione da parte di questi corpi nudi, da secoli riservata alle donne. L&#8217;uomo, quindi, resta isolato e lasciato a se stesso, come dimostrano, ad esempio, i dipinti di <strong>Eric Fischl</strong>. Biceps, come dice il titolo stesso, evidenzia i muscoli, il culturista, l’atleta, soggetti indagati ad esempio da <strong>Eadweard Muybridge</strong> e <strong>Lovis Corinth</strong>. Age raccoglie ritratti di persone anziane, perché la vecchiaia è associata alla dignità, al rispetto e all&#8217;esperienza. <strong>Gustav Klimt</strong>, nel 1901, scandalizzò il pubblico e la critica rappresentando un uomo nudo, vecchio e fragile. Ma la terza età esprime anche il trionfo sulle convenzioni sociali, come nelle opere di <strong>Sepp Dreissinger</strong> e <strong>Josef Kern</strong>. Per la categoria Penis non c&#8217;è da aggiungere molto. Il femminismo aveva descritto il membro maschile come una minaccia, un&#8217;arma addirittura. <strong>Florentina Pakosta</strong> ha creato una serie di genitali maschili nel 1970, dimostrando quanto fossero simili e scambiabili tra loro, e dunque esorcizzandone la potenza. Il pene è simbolo, da sempre, di desiderio e ansia sessuale, ma anche della psiche maschile. Due facce complesse e articolate, che hanno prodotto opere incentrate sulla sia analisi multiforme, percorrendone le varie accezioni. Pain, l’ultima sezione, prende spunto dalla nota tematica del martirio di San Sebastiano in quanto ideale del corpo santo, cristiano, vulnerabile e fragile. Una devastazione della virilità che è dominante, ad esempio in artisti come <strong>Wiener Aktionismus</strong>.</p>
<p>Ma non è tutto. Per chi non fosse ancora saturo di tutto questo testosterone che si sprigiona ormai in lungo e largo, da una città all&#8217;altra, ecco che la mostra si sposta, in una versione riadattata. Dal 21 marzo al 30 giugno, infatti, sarà possibile ammirare, ancora una volta, gli uomini nudi dell&#8217;arte al Ludwig Museum di Budapest.</p>
<p>fino al 17 febbraio</p>
<p>Lentos Kunstmuseum Linz</p>
<p>Info: <a href="http://www.lentos.at/html/de/index.aspx">www.lentos.at</a></p>

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