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	<title>Mauro Cuppone - INSIDEART</title>
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	<description>Magazine di arte contemporanea e cultura</description>
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		<title>Mas, Fuori tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lori Adragna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2016 10:02:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ancora arte ai Magazzini allo Statuto, il 18 settembre appuntamento al primo piano dismesso per un happening lungo un giorno ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://insideart.eu/2016/09/16/mas-fuori-tutto/valentina-vannicola-oltre-mas-ph-landrascina/" rel="attachment wp-att-147053"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-147053" title="Valentina Vannicola, Oltre Mas, ph Landrascina" src="https://insideart.eu/wp-content/uploads/2016/09/Valentina-Vannicola-Oltre-Mas-ph-Landrascina.jpg" alt="" width="229" height="346" srcset="https://insideart.eu/wp-content/uploads/2016/09/Valentina-Vannicola-Oltre-Mas-ph-Landrascina.jpg 637w, https://insideart.eu/wp-content/uploads/2016/09/Valentina-Vannicola-Oltre-Mas-ph-Landrascina-398x600.jpg 398w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a>Un progetto espositivo di <strong>artisti§innocenti</strong> che celebra la storia di<strong> MAS, Magazzini allo Statuto</strong> di Piazza Vittorio, spazio mitico di Roma che presto chiuderà i battenti. Iniziata il 10 agosto e conclusasi l&#8217;11 settembre, l&#8217;iniziativa, c<span style="font-weight: 300;">urata fra gli altri da Anna Cestelli Guidi ed Helia Hamedani, era articolata in due mostre (Camerini e Nuovi Camerini) hanno invaso lo spazio esterno del negozio. Vetrine e bacheche si sono trasformate in insoliti “camerini” per accogliere la creatività degli artisti, tutti di diverse estrazioni e campi d’intervento. “La sovrapposizione, l’accumulo e l’incontro imprevisto &#8211; ha scritto la Hamedani &#8211; fanno da parallelo artistico di quello stupore che MAS ha sempre generato nei suoi visitatori con la inusuale varietà degli articoli in vendita”.  </span><span style="font-weight: 300;">Come gran finale, domenica 18 settembre è previsto un happening lungo un giorno, FUORI TUTTO / campionario estemporaneo d&#8217;arte, che occuperà l’interno del primo piano dismesso. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 300;">Gli storici Grandi magazzini della Capitale, inizialmente “Castelnuovo” dal nome del fondatore, nascono nei primi del Novecento come esercizio commerciale di lusso, luogo d’incontro per l’alta borghesia. </span><span style="font-weight: 300;">Recuperando questa memoria <strong>Iginio de Luca</strong> espone in vetrina lapidi in marmo nero, con scritte dorate, per “dare anima ai cartelli pubblicitari – spiega l’artista- e nobilitare i vestiti stessi rendendoli protagonisti di una storia che sta finendo”. </span><span style="font-weight: 300;">Di fatto l’idea della “fine” come parte del ciclo vita-morte-resurrezione in bilico tra sarcasmo e surrealtà, traspare da diverse opere in mostra; a partire dall’incisivo <em>The end</em> di <strong>Guendalina Salini</strong> fino all’intervento di <strong>Laboratorio Saccardi</strong>: angeli sumeri guardiani di un metaforico Regno dei morti, nell’ingresso principale. Ancora, la Teca nero/oro degli <strong>artisti§innocenti</strong>, le <em>Trasmutazione alchemiche</em> di <strong>Andrea Lanini</strong> e la simbolica presenza del nero corvo nel Principe di <strong>Myriam Laplante</strong>. Anche le coloratissime vetrinette di <strong>Veronica Montanino</strong>, zeppe di merci, ritagli e cineserie più o meno inutili, sono “frammenti di un mondo decadente”, che per l’artista formano quasi “uno sgargiante mazzo di fiori che si porta ad un funerale per celebrare il defunto”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 300;">Tornando alla storia, durante il fascismo i magazzini cambiano nome &#8211; quel “ Castelnuovo” tradiva infatti origini ebraiche &#8211; diventando i “Magazzini Roma”. Ed è un motto fascista &#8220;memento audere semper&#8221; ad ispirare l’opera di <strong>Marco Bernardi</strong> che oscilla tra spot consumistico pubblicitario e frase ideologica per “testare il confine tra la decadenza di un luogo, con tutto quel che significa un sistema culturale di vendita, e l&#8217;avvento di un ipotetico fascismo sfasciato” – afferma Bernardi. </span><span style="font-weight: 300;">Siamo alla fine della guerra e l’antesignano centro commerciale diventa MAS, cavalcando l’onda del boom anni Cinquanta. Con l&#8217;andare dei tempo però segue le sorti del quartiere Esquilino, sempre più degradato, popolare e multietnico, finché nei Novanta, gestito (non sempre in modo limpido) da un nucleo familiare che lo usa anche come residenza, si tramuta in quell’ineguagliabile melting pot dell’abbigliamento, tempio del kitsch e del “tutto ad un euro”. Ecco allora, con l’eloquente titolo “Affari di famiglia”, emergere da una bacheca il disegno a carboncino di <strong>Fabrizio Cicero</strong>, artista che esplora in metafora le neoplasie sociali. </span><span style="font-weight: 300;">È un imperdibile viaggio questa mostra, attraverso passato e il presente, splendori e miserie, sostanza e apparenza; tra estetica e logica economica, tra le pubblicità trash di Alvaro Vitali e il docu-film da Biennale di <strong>Ra di Martino</strong>. È un’immersione nei tempi scanditi da una crisi spietata. Una festosa e rutilante celebrazione corale, dove non mancano spunti di riflessione e acuti paradossi. Basti pensare ai due talebani (uomo e donna) meccanici che ballano e cantano in americano, sfoggiati da Giovanni Albanese o all’ironica sezione Vestire le ignude di Tomaso Binga. La consapevolezza di vivere in un mondo schiavo delle leggi di mercato e condizionato dai meccanismi della società dei consumi, è messa in scena con efficacia da <strong>Simone Bertugno</strong> nel peep show di una pornografica cena.</span></p>
<p>Ancora, sul binomio arte-vendita<strong> Lamberto Teotino</strong> espone le pagine di un catalogo, <span style="font-weight: 300;">dove le foto delle opere sono ricoperte da post-it con annotazioni relative sia la proprietà che la collocazione dell’opera, “dando così forma ad un archivio di rintracciabilità”. </span><span style="font-weight: 300;">Per finire, la vetrina red lights di<strong> Mauro Cuppone</strong> XXX art curators. Qui, la presenza di alcuni curatori offerti a turno allo sguardo del pubblico e dei passanti, sottolinea tra l’altro, il sistema dell’eccessiva esibizione di sé, quale perdita di sostanzialità. E lo stesso corpo, elemento costituente della soggettività, finisce per divenire luogo in cui si sovrappongono codici e pratiche culturali dai significati molteplici e contraddittori.</span></p>
<p>18 settembre 2016, ore 10-20; Info: <a href="https://www.facebook.com/MAS-Magazzini-allo-Statuto-328883520464372/" target="_blank">www.facebook.com/MAS-Magazzini-allo-Statuto</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Land art, per le case occupate, firmata Cuppone e de Finis</title>
		<link>https://insideart.eu/2014/07/01/land-art-per-le-case-occupate-firmata-cuppone-e-de-finisi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2014 08:02:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft  wp-image-103107" title="Maam" src="https://insideart.eu/wp-content/uploads/2014/06/Maam.png" alt="" width="343" height="164" srcset="https://insideart.eu/wp-content/uploads/2014/06/Maam.png 1588w, https://insideart.eu/wp-content/uploads/2014/06/Maam-600x286.png 600w, https://insideart.eu/wp-content/uploads/2014/06/Maam-1200x573.png 1200w" sizes="(max-width: 343px) 100vw, 343px" />Una croce gialla enorme studiata per essere vista dal satellite è l’intervento artistico di <strong>Mauro Cuppone</strong> con <strong>Giorgio de Finis</strong> curatore del <strong>Maam</strong>. All’incrocio delle due braccia, una scritta: <em>Not here</em>. Il segno giallo viene posto solo sulle case occupate, a partire dal Maam, per espandersi su Roma e, presto, anche su Torino. Lo standard è sempre lo stesso, che Cuppone non esita a <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #333333; text-decoration: underline;"><a href="http://video.repubblica.it/edizione/roma/qui-c-e-una-casa-occupata-disegnano-enormi-x-gialle-visibili-dai-satelliti/170909/169429" target="_blank"><span style="color: #333333; text-decoration: underline;">definire</span></a></span></span> land art: la croce è simbolo di assenza, di negazione. Pronto anche un kit &#8221;fai da te&#8221; per disegnarsi da soli il simbolo, se l’abitazione è occupata.</p>
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		<title>Le bare fashion di Mauro Cuppone</title>
		<link>https://insideart.eu/2014/04/07/le-bare-fashion-di-mauro-cuppone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2014 12:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A pensarci su, la moda non ha molto a che vedere con il profondo e macabro tema della morte. Eppure, Mauro Cuppone ci mostra che una connessione c&#8217;è. Attraverso un linguaggio che mescola design, grafica, fotografia e semiotica, l&#8217;artista non è nuovo all&#8217;analisi di questa unione antitetica e il titolo del suo ultimo progetto, Ahab’s [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A pensarci su, la moda non ha molto a che vedere con il profondo e macabro tema della morte. Eppure, <strong>Mauro Cuppone</strong> ci mostra che una connessione c&#8217;è. Attraverso un linguaggio che mescola design, grafica, fotografia e semiotica, l&#8217;artista non è nuovo all&#8217;analisi di questa unione antitetica e il titolo del suo ultimo progetto, <em>Ahab’s Syndrome</em>, comincia a dare un senso a questo strano binomio. <em>Ahab</em> è il famoso capitano di <strong>Herman Melville</strong> che insegue strenuamente <em>Moby Dick</em>, il simbolo per eccellenza di chi lotta ostinatamente per un obiettivo che gli permetterà di vivere gli agognati quindici minuti di celebrità. In quest&#8217;ottica, le bare griffate di Cuppone, quindi, sfoggiano gli elementi iconici di <em>maison</em> prestigiose come <strong>Valentino</strong>, <strong>Armani</strong>, <strong>Chanel</strong>, <strong>Moschino</strong>, <strong>Prada</strong>. Velate di un&#8217;estetica pop, conciliano la morte, elemento di certezza assoluta, irrevocabile, definitiva, con la moda: multiforme, effimera, transitoria, insomma, tutto tranne che necessaria o inevitabile.</p>

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		<title>Pistoletto al Maam</title>
		<link>https://insideart.eu/2013/12/23/pistoletto-al-maam/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessia Carlino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2013 10:59:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Seconda edizione per Re birth day al Metropolis, per l'occasione l'artista crea un site specific]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-79847" title="IMG_0074" src="http://www.insideart.eu/wp-content/uploads/2013/12/IMG_0074.jpg" alt="" width="288" height="421" srcset="https://insideart.eu/wp-content/uploads/2013/12/IMG_0074.jpg 800w, https://insideart.eu/wp-content/uploads/2013/12/IMG_0074-410x600.jpg 410w" sizes="auto, (max-width: 288px) 100vw, 288px" />«Il terzo paradiso è formato da tre cerchi che sottolineano l’importanza del concetto di durabilità. Il simbolo dell’infinito è la rappresentazione di una continua fuga, il presente che si trova nell’incrocio dei due cerchi è attorniato da questo dualismo che si innesca tra la vita e la morte. Ho inserito il terzo cerchio affinché possa unire il prima della vita e il dopo della vita, il terzo cerchio rappresenta la durata. Oggi scopro questo bisogno di fare, di costruire noi stessi».Le parole di <strong>Michelangelo Pistoletto</strong> raccolte dinnanzi all’installazione site specific dell’artista<strong> Micaela Lattanzio</strong> costituiscono il preludio per raccontare l’evento che ha celebrato negli ambienti del <strong>Metropoliz</strong>, un luogo fuori dall’ordinario, lo spirito della seconda edizione del re birth day.</p>
<p>Il <strong>Maam</strong>, acronimo del museo dell’altro e dell’altrove di Metropoliz, sotto la curatela di<strong> Giorgio de Finis</strong>, ideatore di questo contenitore artistico, ha accolto nei suoi suggestivi ambienti più di settanta artisti che con i loro apporti espressivi hanno dato vita a una giornata dedita alla genesi di una grande opera d’arte collettiva, frutto di condivisione di un luogo che è innanzitutto uno spazio di vita e di comunione grazie allo scambio che di volta in volta viene siglato tra gli abitanti dell’ex fabbrica occupata e gli artisti coinvolti in questo ambizioso progetto. Numerosi sono i contributi che hanno vitalizzato questa giornata eccezionale: le opere di <strong>Jacopo Mandich, Germano Serafini, Pasquale Altieri, Massimo Attardi, Sara Bernabucci, Giorgio Bevignani, Marco Casolino, Elio Castellana, Paolo Consorti, Corn79, Mauro Cuppone, Stefano D’Amadio, Massimo Festi, Giovanni Gaggia, James Graham, Susanne Kessler, Salvatore Mauro, Veronica Montanino, Mrfijodor, Mr. Klevra, Matteo Peretti, Francesca Romana Pinzari, Carlo Prati, Giulio Vesprini, Gio Pistone, Nicola Alessandrini, Francesco Petrone, Alessandro Ferraro, Claudia Quintieri, Lara Pacilio,</strong> solo per citarne alcuni, sono pietre incastonate all’interno di un tessuto post industriale in cui poter scovare una dimensione frutto di interazione creativa unita alla volontà di edificare uno spazio che sia in prima istanza l’essenza del concetto di comunione.</p>
<p>Partendo proprio dall’idea di comunione <strong>Franco Losvizzero</strong>, lo scorso ottobre, ha deciso di rinchiudersi per undici giorni all’interno di una stanza del Metropoliz tessendo in questo modo dei rapporti esclusivi con gli abitanti del luogo, la scelta di suggellare con due opere donate al Maam questa esperienza artistica e sociale è una delle immagini chiave dello spirito che anima questo museo dell’altro. Losvizzero, durante il re birth day, ha proposto al pubblico una sua performance accompagnato dalla suggestiva musica di <strong>Ottomano</strong> e<strong> Cristiano Petrucci</strong> in cui, grazie all’utilizzo del fuoco, ha dato vita a un dipinto costruendo la composizione attraverso il ritmo incalzante del suono, sotto lo sguardo delle persone che hanno assistito a questa avvincente esperienza.</p>
<p>Tra le installazioni proposte l’opera di Francesca Mariani è la sintesi di uno studio a metà tra antropologia e ispirazione artistica. Mana, questo il nome dell’intervento, nasce sotto l’auspicio di una stretta collaborazione tra gli abitanti dell’ex fabbrica occupata e l’artista. Numerose persone hanno donato un oggetto privato che la creativa ha racchiuso in barattoli di vetro, in questa dispensa della memoria, che si colloca vicino la mensa di Metropoliz, vi è un senso vitale poiché ogni oggetto raccolto testimonia l’esistenza di una simbolica mappa che narra le vicissitudini di una città nella città che si nutre della sua storia meticcia di preziosi e piccoli scrigni da conservare e custodire.</p>
<p>Nella genesi collettiva del linguaggio gli interventi di<strong> Maurizio Savini, Ottavio Celestino</strong> e<strong> Riika Vainio</strong> propongono una riflessione sulle dinamiche di gruppo e la comunicazione interpersonale. <em>Arena</em>, titolo del progetto artistico, diviene lo spunto per comprendere cosa si cela dietro l’identità e il conflitto. Un tavolo da ping pong separato da un muro di legno è la metafora esemplificativa di come le ostilità internazionali possano essere percepite come scontri linguistici. L’incomunicabilità genera incomprensione, diffidenza, sospetto, è nell’accesso al significato che i muri svaniscono innescando un processo di interazione reciproca. Nel tessuto dell’altrove l’unicità è il segno peculiare, la cifra stilistica predominante che accompagna ogni singolo intervento come ad esempio l’accensione di un focolare in terra cruda progettato dalla collettiva <strong>Geologika</strong>, in un contesto avulso da qualsiasi tipo di classificazione il fango diviene strumento e mezzo elettivo per generare luce simbolo di trionfo implacabile sulle tenebre.</p>
<p>Il Maam ha celebrato, nel giorno della rinascita proclamato da Pistoletto, l’eccezionalità di un organo connettivo di espressione veicolare. Nel 1927<strong> Fritz Lang</strong> presenta al pubblico la sua celebre e conclamata opera cinematografica intitolata Metropolis, ritornano alla memoria le parole del film che descrivono in modo perfetto il tessuto del Maam: “Tra la mente che crea e le mani che costruiscono ci deve essere qualcosa. E&#8217; il cuore che deve unire le due cose”. Metropoliz è il frutto di menti lucide e mani sapienti, il cuore è il fulcro portante di questo ambizioso progetto, l’organo vitale di un luogo che è dimensione pulsionale dove si struttura la realtà di un nuovo linguaggio in cui l’identità dei luoghi si intreccia a quella di chi li abita.</p>
<p>Foto Luca Carlino</p>
<p><a href="http://www.insideart.eu/2013/12/23/re-birth-day-al-maam/" target="_blank">Guarda la photogallery</a></p>
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