La furia iconoclasta dell’esercito talebano è un reale pericolo: anni di impegno per la conservazione del patrimonio culturale dell’Afghanistan potrebbero andare in fumo

In queste ore ci si trova di fronte ad una delle crisi internazionali e umanitarie più importanti degli ultimi anni. In Afghanistan guardiamo le pagine di un libro le cui prime righe sono state scritte al concludersi del vecchio secolo ma oggi siamo arrivati ad uno dei capitoli più critici che la trama della storia ha potuto riservarci.

I nostri occhi possono leggere nelle immagini che carpiamo da tutti i media ciò che sta accadendo in un mondo che per molti anni ci si è impegnati, senza successo, a plasmare a immagine e somiglianza di un occidente ideale, in cui democrazia e libertà sono i pilastri fondamentali a cui far riferimento per costruire un sistema socio economico teoricamente efficiente. 

Oggi siamo testimoni di una regressione e un disfacimento di un complesso intervento dimostratosi inefficace, inattuabile in alcuni casi. 

L’assedio della capitale afghana Kabul e delle altre più importanti città del paese da parte dell’esercito dei talebani ha un effetto disarmante. D’un tratto ci si proietta indietro nel tempo e ciò che dilania maggiormente è che ogni piccolo risultato faticosamente raggiunto si sbriciola in tanti insignificanti granelli. 

Afghanistan
Kabul , Afghanistan. Courtesy Unplash

L’occidente durante un intero ventennio è intervenuto con intenzioni variegate sul territorio afghano. Nonostante questo però cambiamenti positivi sono testimoniati dai tanti giovani afghani che sono nati e cresciuti in un mondo da cui la dittatura talebana, presente fino al tramonto del ‘900, sembrava essersi allontanata. Dal 2001 il lento cambiamento, supportato in parte dall’America e dagli stati occidentali alleati, ha visto aumentare i diritti e le libertà di un popolo che ha saputo trovare lo spazio per crescere i propri figli in maniera più libera, consentendogli uno studio e una nuova e più aperta possibilità di espressione. 

In questo scenario, troppo acerbo per essere stabile, è cresciuto il rispetto per la cultura e anche la consapevolezza che la storia e il proprio antico patrimonio culturale sono beni da custodire e proteggere affinché non venga perduta la memoria del passato.

La custodia dei manufatti archeologici del Museo Nazionale dell’Afghanistan è un virtuoso esempio di come le istituzioni del paese si siano impegnate per mantenere vivo il ricordo di un popolo dalla storia complessa e articolata ma anche altrettanto preziosa. Dal 2007 fino ad oggi, il museo ha aumentato di ben 1500 pezzi la sua collezione e ha portato avanti ricerche e studi per progredire dal punto di vista della valorizzazione. 

Non ha tardato da parte del mondo della cultura per queste ragioni il grido d’aiuto verso l’International Council of Museums (ICOM) al quale è stata richiesta una mobilitazione internazionale per proteggere i manufatti che rischiano di essere distrutte o trafugate dall’esercito talebano anche per fini di contrabbando. 

La prospettiva da cui osservare questa serie di eventi deve tenere conto di un dettaglio fondamentale, ovvero ciò che è contenuto nella Shariʿah, la legge del corano che viene seguita alla lettera dagli studenti islamici che si sono impadroniti senza difficoltà dell’Afghanistan.

Nella dottrina ha particolare rilevanza l’aniconismo, il quale deriva in parte dal divieto di idolatria e  dalla convinzione che la creazione di forme viventi possa essere una esclusiva prerogativa del divino. 

Il tragico spettacolo a cui si è dovuto assistere in Afghanistan venti anni fa con la quasi totale distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan, colossi alti quasi 50 metri, che si ergevano in una valle a circa 230 kilometri da Kabul, è solo l’esempio più impressionante della moltitudine di violenti interventi finalizzati a distruggere ogni traccia di ciò che non rispetta la lettura integralista della legge del Corano. 

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Nicchia dove era inserita una delle statue del Buddha di Bamiyan distrutta nel 2001. Courtesy Unplash

La furia iconoclasta già comincia a presentarsi per le vie della capitale in queste ore con la distruzione della statua di Abdul Hali Mazari, leader della minoranza etnica Sciita ucciso dai Talebani durante il 1996. 

Il fondamentalismo che impregna l’attività dell’esercito talebano pone un freno a quell’immaginario splendore tanto agognato. Reprimere ogni forma di progresso, inteso alla maniera occidentale, è l’obiettivo di una forza apparentemente inarrestabile. 

Il rigurgito di una cacciata, mai definitivamente compiuta, vede oggi ripercuotersi drammaticamente su coloro che hanno lavorato strenuamente per consentire la crescita di un mondo nuovo che ha impiegato troppo tempo per concretizzarsi.

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