Al via Hippocampus, il programma di residenze che ha aperto con l’installazione di Agnes? e Malù Dalla Piccola

Capalbio

Nasce nel cuore della Maremma Hippocampus Residency, tra le colline ed il mare, la nuova residenza fondata e curata da Veronica Siciliani Fendi, entrata fin da subito nel calendario di Hypermaremma come progetto collaterale.
Il progetto esordisce con Amnios, un organo che vive e respira all’interno delle antiche stalle del Casale Casagrande, che in tre mesi si sono trasformate nel laboratorio creativo delle due artiste Agnes? e Malù Dalla Piccola. L’installazione comunica con i visitatori che entrando in questo utero si sentono parte attiva della rinascita che l’opera sta a simboleggiare.

Agnes? e Malù Dalla Piccola, Amnios, 2021. Foto Giorgio Benni

Il cuore della ricerca di questo progetto ha le sue radici nella figura dell’Ippocampo, ibrido marino terrestre con la peculiarità di riuscirsi a plasmare ed adattarsi all’ambiente circostante compiendo un’inversione di genere al momento della riproduzione.
L’installazione site-specific realizzata durante i tre mesi di residenza dalle due artiste Agnes? e Malù Dalla Piccola, prende luce nell’autunno del 2020 per una volontà condivisa di reinterpretare i concetti di identità di genere e fertilità.
Unite dal loro interesse per la condizione intrauterina e la natura ciclica dell’acqua, le artiste hanno progettato, cucito e riempito una serie di cuscini facendo uso di materiali poveri reperiti nella natura circostante. Il profumo del fieno evoca la storia del paesaggio toscano, mentre i colori viscerali dei tessuti insieme al calore delle luci creano un ambiente “carnoso”, un ambiente vivo, protetto ed accogliente proprio come l’interno di un grembo materno.
Ad una settimana dall’apertura dell’esperimento studiato ed elaborato dalle due artiste romane, la curatrice del progetto Veronica Siciliani Fendi, ci racconta il percorso che l’ha portata verso questa sua nuova esperienza.

Hippocampus è tra i primi progetti di residenza che si svolge in Maremma, ed è stato curato e gestito da te, da dove nasce l’idea di aprire una residenza d’artista e destinarla a giovani artisti emergenti?
«Ho sempre pensato che le residenze d’artista siano una parte fondamentale nel processo di affermazione artistica. Sono luoghi di metamorfosi, di opportunità, di dialogo, di confronto e di ispirazione. I giovani artisti sono coloro che nel tempo andranno a costituire la nostra identità culturale, mi piace supportare e costruire progetti insieme ad artisti in cui credo, artisti della mia generazione che vedo crescere con me».

La bassa Maremma è il luogo che hai scelto per far interagire alcuni artisti con la natura, in un ambiente diverso dal classico studio chiuso, quanto è importante riuscire a far dialogare l’arte con la terra speciale in cui nasce l’idea di questa residenza?
«Volevo in qualche modo partecipare alle iniziative che la Maremma stava accogliendo, mi sono ispirata molto al lavoro di Niki de Saint Phalle, la quale aveva ricreato all’interno del territorio bucolico Toscano un laboratorio d’arte creando vere e proprie sculture abitabili, da qui l’idea di riproporre un laboratorio artistico. La stalla inizialmente era stata concepita come un incubatore di idee, invece in questa prima edizione le due artiste hanno deciso di realizzare l’installazione all’interno del luogo di residenza. L’origine del progetto è stata complessa, lasciar conversare la storia di un luogo come la Maremma e un tema così delicatamente contemporaneo come può essere quello dell’identità di genere promosso dalle artiste non era così facile. Il luogo, che di per sé ha già un base di comunità artistica, ha quindi svolto il ruolo di aggregatore di pensieri, è stata la radice primaria, il punto centrale della base culturale».

Agnes? e Malù Dalla Piccola, Amnios, 2021. Foto Giorgio Benni

Una delle caratteristiche più interessanti del programma è la produzione di opere collettive, qual è stato il percorso che ti ha portato a scegliere queste due artiste così diverse sia per la personalità sia per la loro espressione artistica?
«La mia idea di residenza non si limitava al perimetro di compiere un percorso di formazione e di produzione artistica, ma andava oltre. La novità infatti di questa residenza sta nella modalità, l’obiettivo di questa prima edizione era realizzare un’opera congiunta derivata da artiste di opposta espressione artistica, favorendo un’autorialità collettiva finalizzata ad una maturazione artistica, culturale e personale. L’opera collettiva impone la cooperazione obbligata di artisti, lavorare insieme è anche accettare di mettersi in discussione, rinunciando a qualcosa per raggiungere un’opera congiunta».

Quando è stato il momento in cui hai realizzato che l’obiettivo che ti eri prefissata era stato raggiunto e che cosa hai provato quando, all’interno della stalla, hai capito che stava prendendo forma un’opera che aveva effettivamente un’anima e che riusciva a sintetizzare due modelli artistici apparentemente molto distanti?
«Già dai disegni preparatori, dal materiale scelto, avevo capito che il lavoro stava funzionando, il sapore dello spazio stava cambiando. Poi c’è stato lo shock visivo, la trasformazione del luogo dell’installazione, abitualmente abitato, diventa un organo con un proprio scheletro di ferro che veniva accudito giorno e notte dalle due artiste. Hanno affidato a questo organo che piano piano iniziava a prendere vita il loro corpo e la loro anima, vivendo e lavorando all’interno di esso e diventandone inconsciamente parte».

In che modo pensi che l’ambiente esterno sia riuscito ad entrare dentro a un’installazione così intima?
«La paglia con la quale sono stati riempiti i cuscini ha sicuramente giocato un ruolo centrale in questa installazione, rappresenta da sempre uno dei materiali più poveri e primari dell’agricoltura, che avvolti all’interno della seta hanno creato questa membrana dell’organo considerata la parte più intima del corpo. I tessuti sono stati presi da una bottega di Tarquinia, nella Maremma laziale, mentre lo scheletro in ferro è stato progettato e realizzato con l’aiuto del mitico Ettore Kayta, fabbro locale coinvolto in molte installazioni promosse da HyperMaremma. Attraverso questa intima ricerca di materiali e di manodopera, l’ambiente esterno è riuscito ad entrare a tutti gli effetti all’interno dell’installazione assumendone un ruolo cruciale».

Quest’anno nasce Hippocampus ed entra a tutti gli effetti nel calendario di HyperMaremma, secondo te anche una terra con tradizioni così radicate può essere stimolata e sensibilizzata dalle installazioni che HyperMaremma sta innestando nel territorio?
«HyperMaremma si sta affermando come un modello innovativo, un progetto in grado di ridisegnare e reinterpretare con l’arte il territorio, non avrei mai potuto pensare di aprire una residenza d’artisti senza il supporto di HyperMaremma, iniziativa che da subito mi ha colpita, coinvolgendo linguaggi artistici diversi e ri-raccontando un territorio sotto diverse chiave di lettura».

Stai già pensando ai prossimi artisti con cui collaborare pensando magari di coinvolgerne di internazionali? Quali sono le caratteristiche che HippoCampus cerca in un’artista per coinvolgerlo nel progetto?
«Dopo il successo di questa prima edizione, vorrei dare più spina dorsale a questo progetto, più scheletro, magari partendo dal registrarla come organizzazione no profit e coinvolgere la Regione Toscana, in particolare le comunità di Pescia Fiorentina e di Valle Felciosa, le persone locali e le risorse della Maremma, per un supporto destinato a promuovere l’arte contemporanea e sostenere i prossimi progetti. Poi nel tempo vorrei iniziare ad aprire un bando aiutata anche da curatori esterni, selezionando degli artisti da invitare a partecipare alla residenza.
Penso che questo possa essere il punto di partenza per un progetto di più ampio respiro».

https://www.hypermaremma.com/it/

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