Maxxi L’Aquila, strategie per una ricostruzione. Come riscrivere il senso della memoria con i linguaggi multiformi del presente

L'Aquila

Dopo l’inaugurazione della scorsa settimana, a cui è seguita una quattro giorni di visite inaugurali, giovedì 3 giugno ha aperto le sue porte al pubblico il Maxxi L’Aquila, nuova sede del Museo nazionale delle arti del XXI secolo. La cornice architettonica è quella di Palazzo Ardinghelli, magnifico esempio del tardo barocco aquilano e simbolo splendente, grazie al nitore degli intonaci e degli stucchi, non solo della stratificazione storica del territorio urbano ma anche dei tempi sfidanti del presente.

Il manufatto architettonico, grazie un attento restauro conservativo a cura del MiBACT, è infatti nuovo emblema del consolidamento e della parziale ricostruzione del paesaggio antropico del capoluogo abruzzese. Una città così duramente colpita dal terremoto del 2009 da essere ancora oggi un cantiere a cielo aperto, movimentato dal lento girarsi delle gru edili che svettano oltre ogni intorno abitato.

William Kentridge

L’intuizione di coinvolgere l’arte contemporanea, con i suoi interpreti e le sue elettriche tensioni all’interno di un contesto ferito e sfibrato, nasce grazie a un proficuo dialogo interistituzionale, orientato a realizzare un polo di sperimentazione pluridisciplinare in grado di convogliare energie relazionali, pensiero critico e creativo. Uno spazio aperto e inclusivo a cui spetta anche il compito di riannodare quei legami identitari tragicamente andati perduti e al contempo di creare nuovi valori umani e sociali, oggi messi alla prova anche dalle minacce pandemiche.

La prima mostra che accompagna la scoperta degli spazi fluidi del museo è una sorta di dichiarazione d’intenti. Punto d’equilibrio. Pensiero spazio luce da Toyo Ito a Ettore Spalletti, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Margherita Guccione, è un percorso in cui le opere site-specific – Nunzio, Elisabetta Benassi, Alberto Garutti, Daniela de Lorenzo, Ettore Spalletti, Stefano Cerio, Paolo Pellegrin, Anastasia Potemkina – e oltre sessanta tra le più iconiche della collezione nazionale dialogano a filo di voce con il contesto che le circondano. Una postura critica oltre che uno spazio di pensiero fisico e mentale, per riflettere, come invita a fare Pietromarchi, “sul valore e il significato di equilibrio inteso come una pausa nella tensione, come energia in potenza”.

Ad accogliere il visitatore è il senso di permeabilità che attraversa il palazzo, aperto sui due prospetti opposti, l’ariosità della corte dove riecheggia l’installazione sonora Fischio 3/2018 di Liliana Moro, il gioco modulare degli assi combusti dell’opera Sospeso di Nunzio. Armonicamente disposti a sbalzo trasmutano il contrapporsi delle forze meccaniche in un ritmo visivo, predisponendo il visitatore ad uscire anticipatamente, almeno con l’immaginazione, dal portale secondario. Lo scalone monumentale che conduce al piano nobile, fulcro dell’allestimento, riverbera il bagliore del neon The Missing Poem is the Poem di Maurizio Nannucci. Un segno luminoso che smaterializza l’ideologia architettonica del potere e predispone a nuovi enigmi scintillati, già visibili prima di entrare nella prima delle sedici sale espositive disposte enfilade.

Lai, Viaggiatore astrale. Foto Giorgio Dettori

L’opera La città sale di Elisabetta Benassi è costituita da due blocchi di sale dai volumi molteplici posti su carrelli. Un equilibrio statico che è forza depositaria di memoria, un’offerta all’esperienza dello spazio e alla sublime visione della chiesa di Santa Maria Paganica. Gigante sbranato dal sisma, che diviene una presenza viva, immagine incorniciata che si scorge al di là della finestra. Nella sala che segue, il congegno a tempo Accadere al presente di Alberto Garutti, lunga tela che scorre impercettibilmente su cinque rulli, è un’astratta memoria del paesaggio. Un inno al divenire lento della natura e narrazione esistenziale. Dopo aver percorso la grande Sala della Voliera, abitata da una selezione di arazzi di William Kentridge, la luce ancora una volta impronta con la sua molteplice presenza lo spazio della vita e dell’arte.

Il ballatoio luminoso che corre lungo la corte lambisce l’abbagliante scultura Bent and Fused di Monica Bonvicini, per poi condurre all’ex cappella del palazzo. Qui si erge la Colonna nel vuoto, L’Aquila, opera postuma di Ettore Spalletti. Luogo geometrico dello spazio centrale è un invito ad esperire l’oltre distante e numinoso. Nelle sale successive sono accolti i lavori provenienti dalla collezione di architettura, un susseguirsi di visioni che indagano i possibili rapporti con il contesto e il paesaggio. Dall’utopia della città di Yona Friedman al progetto di Toyo Ito. Il percorso prosegue con una serie di ambienti dedicati alla fotografia. Stefano Cerio attraverso il progetto L’Aquila documenta il suo lavoro installativo, testimonianza ludica, dal sapore comunitario, di un lavoro di costruzione e di conquista dolce del paesaggio. Chiude questa sequenza il polittico di Paolo Pellegrin L’Aquila. Frammenti di città, con le sue ferite e le sue speranze.

Il Maxxi L’Aquila, come ha dichiarato Giovanna Melandri “non è una sede distaccata […] è più di un progetto per L’Aquila è un progetto con L’Aquila”. È un punto d’equilibrio tra il passato dai segni indelebili e un nuovo corso d’azione e di pensiero. Un costruire insieme.

Info: https://maxxilaquila.art/

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