Il mondo in un libro, tra scommesse, rappresentazioni e bestialità umane

Roma

Giorgio Fabretti e Claudia Quintieri – Raggiro del mondo in 80 anni (1936-2031) 170 culture e 50 guerre tra viaggi, amori e diplomazie di un antropologo.

Una lettura affascinante, come del resto il personaggio che, in questo libro (in più di settecento pagine per i tipi di Aracne/2020) si racconta autobiograficamente attraverso la penna sensibile ed attenta della testimone, la giornalista ed artista Claudia Quinteri.
Il primo interesse che questo libro può suscitare nei lettori è proprio il suo essere cronaca attenta di una “realtà mondiale” (dagli anni Sessanta ad oggi) nei suoi intrecci e nelle sue variabili, nella complessità di culture, etnie e caratteri umani, nelle forze in gioco evidenti e di quelle ipotizzate dietro le quinte dell’apparenza … non dimenticando opinioni sugli ultimi inquietanti fatti della pandemia; tutto questo ad uso e consumo di chi non c’era, ma anche di chi c’era e si è dimenticato, o si è voluto dimenticare quanto è successo.

Per chi invece fosse abituato ad una visione antropologica limitata e settoriale della realtà, la lettura di questa cronaca storica potrebbe rappresentare una specie di shock; sarà invece apprezzato pienamente dal lettori di gialli e di fantascienza, poiché la descrizione che se ne ricava è sempre al limite della credibilità, ma purtroppo talmente veritiera da essere a volte insopportabile. Mi riferisco soprattutto ai conflitti, le stragi, gli attentati, le persecuzioni, le violenze e le torture che gli esseri umani hanno attuato e/o subìto nel mondo, in un periodo relativamente breve e recente della storia, cioè dopo la seconda guerra mondiale. In particolare dal 1969, cioè da quando Giorgio Fabretti ha cominciato a viaggiare ed a testimoniare de visu per scriverne per importanti giornali come giornalista/antropologo … In fondo anche dall’epoca in cui forse pensavamo illusoriamente che il rapporto con i nostri simili fosse migliorato o almeno essere diventato più consapevolmente responsabile.

Tornando al titolo, fortemente evocativo, possiamo subito chiederci quanto il protagonista possa riferirsi al personaggio di Phileas Fogg del romanzo “Giro del mondo in 80 giorni” – oppure se il suo autore Jules Verne, si fosse ispirato nel 1872, anno di partenza del giro, a qualche forma di naturalismo druidico -. Apprezzando l’impostazione di Claudia Quinteri, che inserisce spesso frasi, pensieri e dialoghi diretti del protagonista, Giorgio ci racconta da dove tutto ha avuto inizio, cioè prima che lui nascesse nel 1951 a Roma da antica famiglia romana, come ultimo discendente diretto di Raffaele Fabretti (1618-1700) “Principe della Romana Antichità”, “Segretario de’ Memoriali”, scienziato fondatore di un’Accademia di Scienze (1674), dell’Arcadia (1691) e dell’Archeologia Romana (1699) che ispirarono il Neo-druidismo Stuart, la Gravitazione Universale, la Massoneria, l’Archeologia Britannica (per ammissione di Newton, Stukeley ed altri) quindi per diritto di nascita, divenendone erede e morale continuatore.
Ebbene nel lontano 9 maggio del 1936 – suo padre Marsilio si trovava al discorso sulla Dichiarazione dell’Impero con i suoi amici, alcuni appartenenti alla nobiltà nera papalina, alcuni appartenenti alla nobiltà bianca monarchica. E tutti consideravano il Duce secondo i loro schemi di uomini di gerarchia, uomini che avevano sangue aristocratico: vedevano in Mussolini un personaggio tra il dover essere temuto ed al contempo neutralizzato; e credevano che il fascismo fosse la soluzione “volgare” di una società che si evolveva troppo in fretta. Erano rimasti ancorati alla tradizione, mentre la società sfuggiva loro di mano. Ma soprattutto erano scettici sulle teorie di Marsilio. Allora il padre di Giorgio aveva formalmente e ritualmente scommesso con loro, in una riunione “goliardica” al Circolo della Caccia, che sarebbe avvenuto un completo “raggiro del mondo in ottant’anni”: il mondo sarebbe diventato il regno della finzione e dell’apparenza, partendo dal presupposto che il modello del “mandriano di bestie umane”, Mussolini, sarebbe diventato planetario, fino alla previsione di una possibile estinzione dell’uomo …

Lasciando al lettore la soddisfazione di scoprire, nelle conclusioni del libro, se tale scommessa (naturalmente attraverso le testimonianze dei figli degli scommettitori di allora) sia poi stata vinta o no dall’erede di Marsilio, segnaliamo un finale aperto a svariate ipotesi sul futuro dell’umanità, attraverso dialoghi complessi ed evocativi che è impossibile riassumere … Anticipiamo però che Giorgio Fabretti, deluso dal fatto di non essere stato ascoltato nelle sue svariate interessanti supposizioni (avveratesi nel tempo) ha seguito in anni più recenti l’ ammonimento del padre; “nemo profeta in patria”. Così, non potendo evitare di essere ancora un osservatore “profetico”, si sta impegnando a rimanere umilmente “nemo”, il signor Nessuno, in linea con quell’autoironia che ha sempre contestualizzato i limiti teorici delle sue affermazioni.



Ma è proprio osservando e scrivendo che l’autore ha raccolto in questo libro una testimonianza d’epoca, fedele nei ritmi, nei tempi e nelle atmosfere, riguardo al come si sia interpretata la realtà e su come si sia realizzato un cambiamento sostanziale e rapido negli anni e nelle persone, soprattutto di – come sia per loro più facile essere ingannati che capire di esserlo stati, di come in 80 anni insieme a tutto il mondo, siano passati dal credere in un mondo materiale esperito in prevalenza con i 5 sensi, al credere in un mondo virtuale rappresentato digitalmente nei vari media; un passaggio che secondo il protagonista del romanzo, rappresenterebbe un “raggiro della specie umana” ad opera di sé stessa e del proprio Dna, con la conseguenza di un pericoloso allontanamento dalla natura – Cogliendo alcuni altri passaggi – Lo chiamano “softpower”, perché non basta difendersi. Anche i grandi imperi decaddero, perché non sapevano mantenere un consenso diffuso – insieme all’osservazione de “I limiti di un illuminismo moderno ‘digitale in rete’, distraente e scientista, di fatto oscurantista come in un nuovo medioevo ipertecnologico, che si allontana dai limiti propri “dell’apparecchio biologico umano” – ma anche sottolineando che – il druidismo non può essere una religione, né pagana né new age, perché è un culto naturalistico divenuto scienza con il mio avo arcade Fabretti e con i druidi cristiani come Stukeley a Stonhenge, nel 1600 e 1700, per confluire con ‘l’ultimo druido Darwin’ nella scienza della natura indipendente ed etica in quanto tale. – Argomento quest’ultimo trattato estesamente nel suo Terrorismo, politica, antropologia biologia – nel quale spiega come il naturalista/scienziato Charles Darwin possa essere considerato l’ultimo Druido tradizionale/transizionale, essendo l’arcadico-druidismo dopo di lui Scienza di una Storia Naturale, Umana e Cosmologica (Editore Progetto Cultura 29/09/2020).

Manca ancora un aspetto da prendere in considerazione, forse il più interessante di tutti. Ebbene in questo libro Giorgio si racconta e confessa i più intimi dettagli umani di se stesso, dalle emozioni d’amore nelle sue tante convivenze, alle rinunce forzate alla paternità, non tacendo nemmeno delle sofferenze fisiche e morali che l’hanno portato più volte a vedere la morte in faccia, donando quindi a chi legge, una forte carica emotiva. Non trascura infine riflessioni ed intuizioni integrate alle sue esperienze innumerevoli, anche quelle al limite della sopportabilità, come l’orrore, la pietà, il disgusto per quello che chiama la bestialità umana, non evitando di citare spesso una celebre considerazione del Principe di Salina nel romanzo Il Gattopardo, denunciando il livello regressivo mantenuto di certe situazioni, “travestito da emancipazione”; un raggiro che sembri una soluzione dei problemi, un “cambiare” affinché tutto resti come prima.
Però Giorgio non può nascondere l’amore e l’ammirazione che prova non solo per le donne asiatiche, dotate secondo lui di un’innata eleganza e naturalezza, ma anche per le popolazioni rimaste indietro riguardo la cosiddetta civilizzazione tecnologica, cioè in conclusione rimaste più in contatto con la natura, un amore che in realtà lo sostiene nell’affrontare pericoli, ferimenti gravi, intossicazioni ed anche (lui quasi ascetico nel cibarsi e rifondatore nel 1972 del Fruttarismo di Gandi su basi scientifiche) la costrizione necessaria per la sopravvivenza a mangiare vermi e perfino carne umana, come nel Borneo, l’isola asiatica che ospita una delle maggiori biodiversità al mondo, in gruppi umani tribali.

Tutte queste condizioni di precarietà, quasi un’Odissea epocale dall’esito incerto ed imprevedibile, con continui colpi di scena, vengono affrontate con un coraggio ed uno sprezzo del pericolo che rasenta l’incoscienza, rimanendo però sempre fedele a se stesso ed agli stessi principi filantropici che sostenevano suo padre Marsilio e Raffaele Fabretti dal 1600 … Aiutando chi poteva e come poteva con donazioni o addirittura personalmente e fisicamente, Giorgio evitava nel contempo le offerte seduttive dei servizi segreti, mantenendo la sua posizione di neutralità. Neutralità idonea in quanto giornalista, laureato in filosofia ed antropologia con specializzazione a Berkeley (in chiave neodarwiniana nei campi della storia, del metodo scientifico e cognitivo) in Conflict Resolution, quindi applicando di fatto quanto appreso in centinaia di ricerche etniche in zone di guerra o di conflitto sociale. Poi in fondo vincendo altre “scommesse implicite” fatte con il padre, di mantenersi con il suo lavoro e scegliere la vita per la quale si sente più portato, pur mantenendo contatti con la sua famiglia d’origine e gli impegni ad essa dovuti.
Tutto questo è Giorgio, che confida alla donna amata, avere – un difetto che penso solo tu puoi sopportare: sono innamorato dell’Essere al mondo, dell’Esserci della vita, che gli esistenzialisti tedeschi chiamano il ‘Dasein’ e gli americani ‘To be in’. È una sensazione che mi guida e perseguita da quando ero un piccolo bambino. Volevo vedere tutto, capire cosa facevano gli adulti, imitare, giocare come loro. – Questa predisposizione in parte spiega il voler essere sempre in viaggio alla ricerca del proprio Sé, nella realtà delle cose, ovunque esse si trovino, e nel contatto fisico con le persone con le quali svilupperà anche solide amicizie, per poi sempre ritornare alla vecchia Roma dove curare anche l’insegnamento universitario e l’avita Fondazione “Raffaele Fabretti”.

In fondo questo si rivela quasi un’impossibilità di scelta tra il vivere al contatto con la Natura in senso biblico od occuparsi della famiglia e delle sue proprietà antiche e fragili. Un’eredità onerosa ed onorevole di un’ascendenza rispetto alla quale bisogna trovare una posizione, anche un compromesso pur sempre variabile, ma alla quale bisogna dimostrare un proprio valore.
Esemplare in tal senso il tentativo personale di far processare Pol Pot, per concludere degnamente il suo impegno politico, oramai finito verso la fine degli anni novanta, che gli aveva causato intense delusioni. Quindi essendo a conoscenza che l’Assemblea delle Nazioni Unite (ONU) aveva convocato a Roma per la fine del 1996 una conferenza decisiva per l’istituzione di una “Corte Penale Internazionale (CPI) per i crimini contro l’umanità”, con primi obiettivi Ruanda ed ex-Iugoslavia, ma non la Cambogia, l’idea di Giorgio era diventata quella di prelevare Pol Pot in elicottero (il tutto a sue proprie spese) e trasportarlo in un paese neutrale, con la promessa di salvagli la vita ma per essere processato e condannato per crimini contro l’umanità – … si era pensato di fare un “colpo giornalistico”, uno “scoop”, consegnando Pol Pot ad un’organizzazione vicina ai promotori di quel Tribunale, in modo che fosse il primo ad essere processato, per diritto di precedenza in ordine di tempo, ma anche per numero di vittime. Il problema era che non vi era chiarezza sulle procedure di arresto, ma ciò si superava con il fatto che Pol Pot si sarebbe consegnato volontariamente in un albergo di un paese aderente al Tribunale, che altrettanto volontariamente avrebbe concesso una scorta di polizia per vigilare su Pol Pot fino al processo; accelerando così, nell’opinione pubblica internazionale, l’urgenza dell’istituzione del Tribunale (CPI) …
Come sappiamo le cose andarono diversamente, però Giorgio volle lasciare un piccolo pezzetto di risarcimento ad un paese tanto colpito dal male, così scrive di questa vicenda Claudia Quintieri – E sempre per questa sua missione di adottare bambini, Giorgio era andato a Battanbang, ancora più povera di Phnom Penh, dove vi era un degrado enorme che gli creava una gran tormento interiore. Per fare adottare i bambini orfani dalle famiglie cambogiane di Battambang aveva escogitato un sistema, regalava 250 dollari a genitori adottivi cambogiani, se li prendevano con sé. Per loro era una cifra importante. In questo modo era riuscito a dare un aiuto, nel suo piccolo, anche grazie al parroco di Phnom Penh che lo aveva messo in contatto con la signora che gestiva l’orfanotrofio di Battambang.

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