E poi c’era Mitoraj, la solidità e chiarezza della sua poetica sono un segnale di speranza, che stimola a comprendere la nostra identità e il nostro futuro

Cracovia

Chi siamo e dove stiamo andando – questa domanda è particolarmente importante nell’anniversario di una pandemia, purtroppo infinita. Vi invito a partecipare a una conversazione che ricorda la magia del mondo dell’arte, bello e stimolante, con la partecipazione di grandi artisti. Ricordando le parole di Igor Mitoraj, scultore di fama mondiale, evoco la sua estetica e bellezza in ogni gesto. Un grande desiderio di gioia e una sincera volontà di condividere la felicità. Ricordo anche il momento straordinario, a Cracovia nel 2003, vale a dire l’apertura della mostra nella Piazza del Mercato e il programma radiotelevisivo in diretta con la partecipazione del maestro. In prima fila c’era Andrzej Wajda, il vincitore di un Oscar, una Palma d’Oro a Cannes e molti altri premi. Al pianoforte Grzegorz Turnau, il compositore e cantante di Cracovia. Nell’aula diverse centinaia di studenti. Tutti hanno creato un indimenticabile teatro d’immaginazione con Igor Mitoraj nel ruolo principale, che, come sempre, con una certa distanza e senso dell’umorismo, ha concluso le ovazioni e le espressioni di ammirazione nei suoi confronti. Spostiamoci nel tempo a Cracovia, nell’ottobre 2003. Ecco un “frammento” del programma, un vero banchetto artistico:

Tomasz Ziółkowski: Vi ricordo che ieri Igor Mitoraj ha ricevuto un dottorato honoris causa all’Accademia di Belle Arti di Cracovia. Congratulazioni (il pubblico si alza e applaude).

Igor Mitoraj: Infine mi hanno conferito una laurea a Cracovia, che non è una cosa da poco. Ora sono un amico pregiato di Andrzej Wajda.

Andrzej Wajda: Non ho una laurea, sono solo un professore onorario e non è la stessa cosa. Non ho mai avuto la forza di diventare un pittore o uno scultore, quindi sono diventato un regista.

Si può scolpire a tempo di musica? Proprio come si scrive il testo di un’opera musicale?
«Certo che si può. Recentemente ho lavorato molto su un’opera in Italia. Ho fatto la scenografia per la Manon Lescaut di Puccini. Sembrava impossibile fino ad ora perché il mondo dell’opera è dominato da decoratori e scenografi. Grandi talenti che non sono però scultori o pittori. In questo modo siamo tornati al bel tempo degli anni Venti e Trenta prima della guerra, dove c’erano artisti scultori che creavano scenografie per l’opera».

Igor Mitoraj, Valencia, 2006
Igor Mitoraj, Valencia, 2006

Come nascono le tue opere, i tuoi capolavori? Qual è il processo di creazione?
«Non so se sono dei capolavori. La storia lo dimostrerà. Nascono dall’atmosfera, dall’esperienza, da varie emozioni che non hanno niente a che vedere con la vita quotidiana degli scultori. Non nascono da un disegno o da un tavolo da disegno in uno studio. È qualcosa di completamente diverso. Io disegno accanto, oltre. È un’atmosfera diversa e le mie opere mi vengono in mente, attraverso l’ispirazione. Questa è la vita. La vita quotidiana, le emozioni di ogni giorno, ogni momento che accompagna la mia vita».

Dopo un periodo così emozionante, hai qualche problema a separarti dalla tua scultura?
«È molto difficile per me separarmi dalla mia scultura. Infatti, non me ne separo mai completamente. So dove si trova. A volte succede anche che posso riacquistare la mia opera da qualcuno dopo molti, molti anni. Allora sono molto felice. Questa scultura, riacquistata, rimane con me e non lascerà mai la mia casa. Purtroppo la vita di un artista può essere complicata, a volte devo vendere qualcosa per vivere e questo è un errore. Da un lato, l’artista ha bisogno di soldi per continuare a creare arte, e dall’altro, si libera del sua creatura artistica. Questa è sempre una decisione molto difficile per me».

In occasione della mostra a Cracovia, Andrzej Wajda ha cercato di documentare le opere di Igor Mitoraj. Cosa ha visto attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica quando il sole stava sorgendo a Cracovia?
Andrzej Wajda: «Volevo essere lì prima, all’alba, ma mentre uscivo per scattare le foto, mia moglie Krystyna Zachwatowicz mi ha detto: “Non hai motivo di andarci, è troppo tardi… c’è la consegna merci per i negozi e ti manderanno via…”. È quello che è successo davvero (ride). Ho pensato che è un bene che queste sculture ci siano. Sono lì in modo che tutti coloro che vengono nella piazza del mercato di Cracovia possano confrontarsi con loro. Osservare, come la gente guarda queste sculture di Igor sarà la cosa più interessante. La cosa più bella è che queste sculture esigono qualche tipo di risposta. Se c’è una grande statua in piedi. Se c’è un volto, o un bell’uomo, o un busto di donna, allora Mitoraj ci chiede di rispondere “chi siamo”. È una domanda molto interessante. Queste sculture, specialmente in tempi di mediocrità, quando la maggior parte degli artisti si concentra su come sopravvivere ancora un giorno in più, queste sculture contrastano l’eternità. Quest’opera accompagnerà le generazioni future esigendo una risposta: chi siamo».

Igor Mitoraj: «Era Andrzej Wajda a convincermi a fare la mostra nella Piazza del Mercato di Cracovia. È uno spazio espositivo meraviglioso. È stata una grande idea di Andrzej di andare lassù, sopra la folla, con le mie opere. Significa che le sculture contemplano questa folla frenetica che in certe ore occupa tutto lo spazio della piazza del mercato. E poi diventa una specie di teatro dal vivo. Siamo testimoni del dialogo tra le sculture e la folla che va in tutte le direzioni. Era una grande idea e sembra che Wajda avesse ragione» (ride, il pubblico applaude Andrzej Wajda).

Hai studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Cracovia. Da quando credi di essere uno scultore?
«Mi pongo questa domanda fino ad ora. Mi deludeva sempre la connessione tra le mie emozioni e la pittura, che è solo un tocco dell’occhio, dello sguardo. È la scultura che mi ha dato molto di più. Mi ha dato un vero e proprio tocco, uno spazio. Forse è legato alle mie origini. Sono cresciuto nella campagna polacca e ho sempre avuto uno stretto contatto con la natura. Oggi, il contatto mentale nell’arte non mi basta».

Nel 1968 lasciasti la Polonia per Parigi. Era un tentativo di fuga?
«A quel tempo non sapevo ancora chi ero e chi sarei diventato. Sarei diventato uno scrittore? Volevo molto occuparmi di cinema. Penso che il cinema sia un’arte molto bella. Nei nostri tempi è l’arte più importante. Ho sempre avuto molti contatti con persone del cinema. Wajda, Polański, Fellini, il contatto con loro è come un sogno che si realizza. Ecco perché penso che ogni giovane creatore dovrebbe credere fortemente in se stesso».

Centurione I in Bamberg
Centurione I in Bamberg

Nel 1972 ricevesti un biglietto di auguri per l’Anno Nuovo dal tuo Maestro. Tadeusz Kantor scrisse “…Le inviamo calorosi auguri di Buon Anno. Tadeusz e Maria Kantor”. E poi, alla fine, una frase importante: “Dovrebbe rimanere a Parigi finché ce la fa. Non si preoccupi dell’Accademia. Non ha nessuna importanza…”. Era questo il messaggio più importante?
«Era un messaggio che capii assolutamente molto bene. Perché da un lato siamo preparati per la tradizione, e dall’altro, dobbiamo staccarci dal mondo della tradizione e andare avanti, con tutto il nostro inconscio, nel mondo. E Kantor mi diede una lezione, un’ottima lezione per staccarmi dal sistema, dall’Accademia di Belle Arti e così via. L’Accademia era un ottimo posto per incontrare altri coetanei, per scambiare varie idee, opinioni, concetti, ma non è sufficiente. Non ci si può restare dentro. Bisogna essere attivo al di fuori dell’Accademia. I miei incontri con Kantor fuori dall’Accademia mi diedero molto di più. All’età di 22 anni questo era molto importante per me. Si facevano lunghe discussioni a Krzysztofory, molto personali, notturne, piene di fumo e di alcool, ma mi diedero molto anche tanti anni dopo».

Non avevi paura di sognare, ma non avevi nemmeno paura di lavorare. Quali professioni hai sperimentato dopo aver lasciato la Polonia?
«La vita di un artista all’estero diventa folklore. All’inizio lavoravo come facchino, cabarettista, barista, sempre in povertà, solo per sopravvivere ai tempi duri e trovare ciò che volevo fare nella vita».

A questo punto Grzegorz Turnau seduto dietro il pianoforte: Vorrei chiedere al Maestro come si chiama quella scultura che decora la piazza del mercato di Greve in Chianti?

Igor Mitoraj: «Non mi chiami Maestro, per favore…perché mi fa invecchiare un po’… Si chiama Torso alato ed è un augurio di fortuna a chi fa il vino. È come il bosco sacro nel giardino greco».

L’atto di creazione deve essere considerato arte dal destinatario?
«Non ho mai fatto arte per qualcuno. Se creo una scultura non penso a cosa succederà dopo. Purtroppo devo ammettere che sono un egoista. Penso a me stesso per dare il più possibile di me stesso. Il destinatario di un’opera d’arte deve meritarla. Bisogna fare lo sforzo di andare in Sicilia o in Turchia, per esempio, a vedere dei capolavori dell’arte. Non è che qualcuno vede qualcosa su internet e sa tutto sull’arte. Uno deve meritarsi l’opera d’arte. Sul concetto di una scultura lavoro sempre da solo, ma sono molto felice che durante la realizzazione tecnica in fonderia impiego persone con le quali posso condividere la felicità e i guadagni. A Pietrasanta do lavoro a circa 40 persone. È bello che dall’opera di Michelangelo vivano fino ad oggi persone, famiglie intere che fanno copie di sculture e le mandano in giro per il mondo. E questo Michelangelo vive tra la gente, fino ad ora».

Cerchi di trovare luoghi che ti ispirano. Una volta hai passato molto tempo in Messico.
«Non viaggio mai come turista. Vado sempre a vedere qualcosa di concreto, per esempio a Parigi vado spesso al Louvre, ma solo per vedere una cosa, un oggetto. Vado in Sicilia per vedere una cosa, e poi sto con quest’opera d’arte per un giorno o due. Questo mi dà molta energia».

Le tue opere sono state esposte a New York. Tuttavia, sei tornato dagli Stati Uniti più velocemente di quanto pensassi. Perché?
«Non riuscivo più a sopportarli (ride). Ho affittato un appartamento per un anno e dopo 4 mesi sono tornato a Parigi. Ho capito allora che sono un artista europeo e che appartengo all’Europa. Non ho niente a che vedere con la moda americana».

Qual è la cosa più bella di Pietrasanta, una città toscana dove crei, dove vivi, dove Michelangelo creava le sue opere?
«La più bella è l’Enoteca…(ride). Il vino è altrettanto importante quanto la creatività. Ha in sé un carattere culturale, assolutamente creativo per il beneficio del corpo e dello spirito. Il vino ha in sé lo spirito dell’antichità ed è legato alla profondità della cultura. Non è solo un trattamento superficiale del bere. Ha avuto origine nell’antica Grecia. Il posto più bello del mondo per me è il mio studio a Pietrasanta».

Dopo anni di creazione e un così grande riconoscimento nel mondo ti emozionano ancora le aste delle tue sculture?
«Cerco di fare in modo che le mie opere siano raramente messe all’asta. 2-3 volte all’anno in tutto il mondo. Chi li vende combina troppo. Non si sa mai dove sta la verità».

Il tuo lavoro è influenzato dalle opinioni degli esperti, dei critici, della moda?
«Assolutamente no. Non dimenticare che l’artista è un uomo solitario. E questa è la solitudine di un corridore di lunga distanza. Nessuno può aiutare nella scelta di come andare avanti nel futuro creativo. La solitudine. È una grande solitudine, ma è necessaria».

Andrzej Wajda si unisce alla conversazione: Forse aggiungerò una frase del nostro amico Jan Tarasin, professore all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, che una volta mi disse: “Sai, il miglior compagno e amico di un artista è l’artista stesso”.

Nelle tue sculture mostri una parte della bellezza. Sono parti di torsi, teste. Perché è una parte, non sempre completata?
«Mi sembra che un frammento sia sempre una concentrazione dell’attenzione su qualcosa di molto importante. È come i nostri frammenti di ricordi, anche quelli inconsci. È tutto il nostro passato scritto nei nostri geni e poi viene fuori. Questo tipo di frammento emerge».

Per te, nel tuo lavoro creativo, quando una scultura è finita?
«Credo che non sia mai finita. Se è finita è la fine della creazione. La creazione è come il viaggio di Ulisse verso Itaca. La cosa più importante è quello che succede durante. Perché Itaca da sola non può dare molto».

Qual è il tuo consiglio per gli altri che sono all’inizio del loro viaggio?
«Dirò qualcosa di molto banale, ma vero. Devi credere in te stesso e seguire la strada che hai scelto. Questa è la cosa più importante per un artista. Ma per credere in se stessi bisogna pazientemente lavorare molto su se stessi. È come costruire una muraglia cinese: mattone dopo mattone. È un lavoro duro. Se un artista può sopportare tre giorni senza creare, significa che non è la sua strada. Se qualcuno non è convinto del suo cammino non sarà felice».

Addio
Tomek

(Trascrizione del programma originale di Tomasz Ziółkowski “Scena Kariery” del 2003, il primo programma multimediale in Polonia che unisce televisione, radio, internet, giornale, teatro e musica).

Tomek Ziolkowski è giornalista, produttore, creatore di strategie di investimento nel mercato dei media.

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