Sol Invictus

Roma

Oggi alle 16.00 al Palatino di Roma Nora Lux portain scena l’ultima stanza del suo lavoro UNUS MUNDUS in 6 stanzeIl progetto, iniziato il 21 giugno nel giorno del solstizio d’estate, apre il semestre di Unus Mundus e del sole decrescente concludendosi proprio con il solstizio invernale quando l’astro ”morirà” per poi rinascere come sole nuovo. La sesta stanza dedicata al Sol Invictus è curata da Lori Adragna.  

Nora Lux, nella live performance site-specific Sol Invictus porta il culto del femminino sacro tra le rovine del Tempio di Eliogabalo sul colle Palatino. L’Azione vuole ridefinire le relazioni tra il culto di Eliogabalo e quello della Magna Mater, assegnando a quest’ultima una nuova centralità che respinge la tradizione storica dell’appropriazione delle sue reliquie. L’aerolite di Emesa, pietra meteorica sacra al Dio Sol, diviene qui simbolo di coniunctio oppositorum. L’Intera performance si svolge in presenza nel pieno rispetto delle norme anti covid davanti all’entrata della Chiesa di San Sebastiano Al Palatino in via di San Bonaventura proprio di fronte ai resti del tempio di Eliogabalo. L’imperatore romano Marco Aurelio Antonino Augusto, che prese il nome del Dio El-Gabal rendendo pubblico il suo culto col nome di Deus Sol Invictus. Per partecipare basta connettersi alle 16 al link: https://www.facebook.com/Nora-Lux-202773246402782/. 

A cura di Lori Adragna

Già nelle più antiche civiltà il Solstizio era insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Religioni, miti e leggende raccontano del Re Oscuro, il Vecchio Sole, che muore e rinasce nel ventre della Dea: all’alba la Grande Madre Terra avrebbe dato alla luce il nuovo Sole. La Magna Mater, rappresenta dunque in metafora, la vita dentro la morte, è regina del gelo e dell’oscurità, ma mette al mondo il figlio della Promessa, riportando calore e luce al suo regno. L’esistenza di un culto arcaico della Dea Madre è presente e riscontrabile sotto diverse forme in numerose popolazioni, poi soppiantato e rimosso dal trionfo storico delle religioni patriarcali. Le società matrilineari di fatto, prevedevano una cultura basata sui sentimenti di condivisione, relazione, eguaglianza, interdipendenza, pace oltre che su una profonda connessione con la natura e con il sacro che permeava ogni attività; ancora oggi, l’archetipo della Grande Madre vibra in noi oltre che con il suo carico simbolico ”classico” anche come Sophia, la Sapienza, la consapevolezza amorevole, il Divino Femminile – che stimola la Coscienza – e ci invita a sentire che il bene degli altri è anche il nostro bene.


Secondo una lettura psicologica e simbolica, la Grande Madre è l’archetipo base del femminile che ha funzioni centrali nell’inconscio di ognuno di noi, per contenere e mantenere la vita, sostenere, proteggere e nutrire. Per usare le parole di Jung, questo archetipo racchiude la ”magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione e della rinascita”. L’opera dell’ artista romana si fonda su tematiche concernenti il potere della creatività che nasce dalla connessione con le cose. Così come per Ana Mendieta, l’arte della Lux è cresciuta nella convinzione di un’energia universale che scorre attraverso ogni elemento, “dall’insetto all’uomo, dall’uomo al fantasma, dal fantasma alla pianta, dalla pianta alla galassia”, in mimetica compenetrazione con Madre Natura.

Le performance della artista romana dunque, come lei stessa afferma, si realizzano nelle grotte, nelle necropoli etrusche, nelle vie cave, ”nei luoghi del ritorno del tempo e di rispecchiamento di terra e cielo, di capovolgimento fisico degli elementi, una discesa agli inferi materni, in una riappropriazione delle profondità in chiave positiva, terricola”. Al fine di ripensare in modo nuovo temi arcaici e fondamentali del femminile, quali l’identità di genere, la differenza, il corpo e la soggettività, per sviluppare nuove modalità di esistenza, di creazione e di trasmissione del sapere come della pratica artistica, nel lavoro della Lux traspare la ricerca di alcune teoriche, che evidenzia l’atteggiamento femminista nei confronti del potere dominante. L’obiettivo è quello di proporre una teoria materialistica della soggettività, in altre parole di pratiche incarnate e di gesti e azioni, che riverberano nel contesto sociale e storico di quest’epoca di crisi e trasformazione.

Alla luce di ciò, la sfida del femminismo consiste anche nel trovare forme alternative di soggettività, che siano rispettose delle differenze senza abdicare al relativismo e che non rinuncino alla rilevanza del significante ”donna”, senza tuttavia legarlo a dimensioni essenzialistiche e normative: non si tratta di un ritorno indietro che glorifichi un ormai perduto potere femminile, autentico e arcaico o recuperare un’origine primordiale o una terra dimenticata, ma piuttosto ”determinare qui ed ora una modalità di rappresentazione che assuma il fatto di essere donna come forza positiva ed autoaffermativa”, scrive Rosi Braidotti. L’obiettivo è di scardinare le basi su cui si è eretta la pretesa di oggettività del sapere moderno, proponendo una ri-articolazione epistemologica secondo l’ottica della differenza di genere. Una tale prospettiva di cambiamento può avvenire solo attraverso l’esperienza delle donne che con la loro visione possono dar vita ad una sapere che sia in grado di raccogliere tutte le differenze. Donna Haraway propone la teoria dei ”saperi situati”, al fine di elaborare un sapere autocritico che sia in grado di tener conto dei soggetti, dei corpi, delle relazioni e delle differenze. Con questa teoria dimostra l’importanza del posizionamento dei soggetti in quanto categoria fondante per l’elaborazione di un sapere. Compito delle donne, nella vita come nell’arte, è dunque quello di portare in scena sempre e comunque i loro saperi.

 

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