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L’affaire GECO finisce sul New York Times

Da un post di facebook del sindaco di Roma Virginia Raggi a uno dei più grandi network editoriali del mondo, un passo che per compiersi ha impiegato appena pochi giorni. La vicenda è quella di GECO, il writer accusato di vandalismo e deturpazione dal sindaco per aver taggato il suo nome in molti luoghi della città. La polemica si è allargata a macchia d’olio, dividendo la comunità artistica in favorevoli e contrari. Il New York Times, che negli anni ha documentato l’epopea di nomi quali Keith Haring o Jean-Michel Basquiat, che iniziarono proprio come writers, si è incuriosito e sabato sul suo sito ha pubblicato un ampio servizio sul tema, ricostruendone tutte le tappe e rimarcando la contraddizione istituzionale che è emersa da questo dibattito, affidata alle parole di Andrea Cegna, scrittore esperto di Urban Art: ”Per lodare i Banksy o gli Haring – ha detto al NYT – bisogna accettare la parte contraddittoria, quella illegale. Perché quando si ha a che fare con l’estetica e il gusto, non c’è giusto o sbagliato”.
Il giornale newyorkese evidenzia anche il cuore del problema: il contrasto tra la street art di regime, quella che che istituzioni scambiano per riqualificazione urbana e che finanziano per ”addobbare” alcune zone delle città o per metterla al servizio della propaganda, e quella libera e pura, e proprio per questo illegale. Un argomento su cui si dibatte anche in Italia da tempo, ma che questa vicenda dimostra non essere stato ancora compreso del tutto. 

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