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L’opera di Baro d’evel al Romaeuropa Festival

Cosa resta quando tutto viene rimosso? Il bianco, sicuramente. E tutto ciò che deve essere ancora distrutto per raggiungere un minimo denominatore comune. Per raggiungere ciò che ostinatamente parla di Là, di Là, ancora e ancora. A qualunque costo. Qualunque cosa sfugga. Per l’incanto, per il passaggio o per la gioia. All’inizio ci sarebbe il gesto ridotto all’essenziale: due corpi, due generi, due colori, due dimensioni, due regni, la stessa solitudine, lo stesso persistente desiderio che continua e che ricomincia. Lo stesso desiderio profondo di essere trasformato dall’altro, di essere mosso dall’altro. Come se ogni cosa esistesse solo per essere turbata o attraversata. Ci sarebbero una donna, un uomo e una bambina che si impegnano in uno strano balletto, sensibile e poetico, dove ogni corpo lascia una traccia, dove ogni storia viene scritta. Prima parte di un dittico, il video del duo Baro d’evel, presentato al Romaeuropa Festival, dal titolo Là, è un prologo, un gesto crudo e nudo che circola tra corpi e voci, ritmi e danze consumate, cadute e slanci. Nulla si fissa, nulla rimane, tutto rotola via. Introduce un linguaggio ininterrotto e senza parole che avviene al di sotto della superficie delle nostre vite; capovolge il nostro spazio interiore, come un guanto, invitandoci ad osservare i nostri comportamenti nella superficie mutevole offerta dai nostri gesti. Zoomando sul presente, sul qui e ora, reinventa i nostri gesti ignorati, i nostri gesti impulsivi, i nostri sussulti, spasmi o urla, i gesti della vita in disordine, della vita a qualunque costo.

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