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Arkad a Manifesta 13

Manifesta 13, la Biennale nomade fondata da Hedwig Fijen, che quest’anno ha inaugurato a Marsiglia, si sta svolgendo durante un periodo straordinariamente complesso e critico segnato dalla pandemia, all’interno di un dibattito molto stratificato che coniuga diversi operatori culturali e vede impegnati artisti, curatori e organizzazioni relativamente allo sviluppo di produzioni, ricerche, distribuzioni e rapporto col pubblico. Arkad è uno dei progetti italiani selezionati da Manifesta 13, nella sezione Les Parallèles Du SudNe abbiamo parlato con Lori Adragna e Andrea Kantos, che seguono la direzione artistica di Dimora OZ, gruppo curatoriale-artistico che cura, insieme ad Analogique, tutta la programmazione di Arkad, progetto presentato da KAD Kalsa Art District. 

Per comprendere Arkad e il suo sviluppo dobbiamo intanto tracciarne la genesi procedendo in ordine cronologico. Durante Manifesta 12, che si è svolta a Palermo nel 2018, Dimora OZ in diversi ruoli ha operato all’interno di 5 eventi collaterali: KaOZ, Border Crossing, Art & Connectography, Liminaria e Collective Intelligence, quest’ultimo selezionato all’interno della programmazione 5x5x5. Durante il 2019 è stato avviato in partnership con Bridge Art Contemporary, un programma di residenze d’artista a KaOZ, un Festival di Performance e la seconda edizione di Border Crossing, diffuso su piazza Magione. L’operatività pregressa ha segnato punti di collaborazione e condivisione, che hanno portato in linea di continuità con l’idea di network, alla nascita di KAD Kalsa Art District. KAD è composto da Dimora OZ, Église, PUSH, MeNO, Giuseppe Veniero Project, Rizzuto Gallery, Arteria Mediterranea, L’Altro Artecontemporanea. Il progetto Arkad rientra nel programma ART – Art Rethinks Transformation – realizzato dall’associazione MeNO con il contributo del Dipartimento Turismo della Regione Siciliana e del Comune di Palermo.

Il termine ”condivisione” è denso di tutte le contraddizioni della contemporaneità e in particolare durante la pandemia ha subito diverse contrazioni di ordine culturale, politico ed economico. Potete specificare meglio come avviene questa condivisione? 
«
KAD è figlio di una condivisione di più operatori culturali che agiscono nella Kalsa, un’area di Palermo dove convivono in modo affascinante grandi complessi monumentali, giardini e dimore storiche con una dimensione popolare, dove nuovi e vecchi residenti si compenetrano. Poi c’è la condivisione fra Dimora OZ e Analogique, uno studio di architettura che però opera in modalità transdisciplinari simili a quelle che pratichiamo, infine, quella realizzata con spazi e progetti presenti su territori diversi». 

Come e quando si è sviluppato il programma di Arkad?
«È importante ribadire che gran parte del programma di Arkad è stato sviluppato prima della pandemia, e in gran parte già il progetto si era posto la questione di cosa significa fare produzione oggi. Quindi, abbiamo dato accesso ai progetti partner, agli artisti, curatori e organizzazioni a tre layer essenziali, il primo è l’online, dove attraverso il sito si possono offrire progetti e contributi. Il secondo livello è la Kin Line Legacy, un programma diffuso che accade negli stessi territori in cui sono presenti ricerche e operatori culturali. Questo per noi voleva dire rispondere all’idea di paralleli del Sud proposta da Manifesta, ma che trovava già terreno fertile nello sviluppo del network partito proprio all’interno dei progetti che abbiamo realizzato durante Manifesta 12. L’ultimo layer è quello che abbiamo chiamato device, ovvero un’installazione in cui far convergere fisicamente alcune produzioni artistiche che abbiamo selezionato per Arkad. Device che sarà sdoppiato e moltiplicato con una sua versione in realtà aumentata a Marsiglia e una fisicamente presente a Palermo, all’interno del teatro Garibaldi. Questo ultimo layer, Arkad Palermo, rientra nel programma ART – Art Rethinks Transformation – di cui sopra». 

Un progetto così articolato sicuramente si è sviluppato con un grande esercizio di energie e un concetto curatoriale specifico. 
Sì, certo! Arkad raccoglie diverse suggestioni che comprendono l’Arca come veicolo, l’arcata come modulo architettonico, ma anche AR (Augmented Reality), e CAD, come software di progettazione. Ci sono due autori specifici che hanno portato le riflessioni già in essere di Dimora OZ ad una maggiore definizione: Timothy Morton e Donna Haraway. Il tema di Arkad rappresenta l’architettura della prossimità, ovvero come la vera vicinanza non sia ascrivibile solo al mondo fisico e materiale, ma si realizza su geometrie sottili e non euclidee, oltre le coordinate spazio-temporali. Secondo le suggestioni di Timothy Morton la realtà è costituita da iperoggetti che trascendono la localizzazione e sono percepiti per fasi. L’Economia, il riscaldamento globale e le pandemie sono processi complessi la cui realtà supera il concetto di interconnessione e causa ed effetto. Il termine Arkad suggerisce l’elemento architettonico che crea passaggi e convergenze, oppure realtà aumentate e software di progettazione. Attraverso tutte queste suggestioni, Arkad dichiara che la dimensione del mondo si rivela nella sinergia e nella prassi, ovvero in una prospettiva capace di superare i limiti fisici attraverso – come suggerisce Donna Haraway – making Kin, la generazione di legami oltre i lignaggi, il prendersi cura degli altri, superando le divisioni di razza, sesso, nazione, genere, specie e morfologia. Se l’arca vedeva la costruzione di un futuro in un processo binario di copia e coppia, Arkad cerca una visione politica e democratica di gruppo basata sulle differenze e la molteplicità. Oltre Arkad Palermo abbiamo creato quindi una Kin Line Legacy, ovvero una pletora di progetti che attraversa tutta l’Italia e gira per Marsiglia e Atene. Territori diversi ma tutti connessi all’interno di Arkad e che porterà a nuove collaborazioni, e tutto partendo proprio dalla Sicilia, che stranamente pur nella sua condizione isolana e slegata da grandi economie, può essere quasi una metafora di commistione e incroci che sono l’emblema della storia del Mediterraneo». 

Il vostro programma molto esteso sembra quasi quello di una biennale nella biennale. Potete parlarci dei progetti che ospitate?
«Come già nel 2018 abbiamo avuto con Manifesta 12 un gran numero di adesioni e apporti, lo stesso vale per quest’anno. Cercando di non dare la preferenza a nessuno e per non sforare i limiti imposti dal format, possiamo solo fornire un elenco, invitando i lettori a consultare la nostra programmazione su https://www.kalsaartdistrict.com/arkad/program/Gli artisti e performer che partecipano ad ARKAD sono: Francesca Alberti, ANDRECO, Sonia Andresano, Andrea Aquilanti, Francesca Arri, Elena Bellantoni, Roberto Boccaccino, Peter Bracke, Stefan Bressel, Simone Cametti, Barbara Cammarata, Iole Carollo, Alessandro Chemie, Eleonora Chiesa, Carla Costanza, Coast Guard Girrls (Marjatta Oja and Riikka Kevo), Francesco Cucchiara, Gino D’Ugo, Daniele Di Luca, Gandolfo Gabriele David, Natascia Fenoglio, Mauro Filippi, Koen Fillet, Pietro Fortuna, Daniele Franzella, Giovanni Gaggia, Alberto Gandolfo, Andrea Kantos, Christian Parolari, Leandro Pisano, Giacomo Rizzo, Konrad Ross, Alberto Ruce, Isabella Pers, Tiziana Pers, Georges Salameh, Simona Scaduto, Daniela Spaletra, Matteo Spertini, Peppe Tornetta, Michele Tiberio, Michele Vaccaro, VacuaMoenia (Fabio R. Lattuca e Pietro Bonanno), Leena & Oula Valkeapää, Luigi Presicce, Tomasz Szrama, Mona Lisa Tina, Massimo Uberti, Virginia Zanetti. Poi continuiamo con diversi curatori e operatori culturali: Lori Adragna, Roberto Albergoni, Analogique (Claudia Cosentino, Modesta Di Paola, Dario Felice, Antonio Rizzo), Nicola Bravo, Rosa Cascone, Maria Letizia Cassata, Cristina Dinello Cobianchi, Gianluca D’Incà Levis, Église, Andrea Kantos, Vera Mormino, Santa Nastro, Leandro Pisano, Sasvati Santamaria, Pier Paolo Scelsi, Giuseppe Veniero. Chiaramente tutti i partecipanti si sono imbattuti nelle nostre stesse difficoltà nel dover superare la fase di confinamento, cercando di tornare a dinamiche di ricerca, produzione e partecipazione, fasi che non sono state ancora risolte e superate, e lo si può dire in un’accezione esteriore ma ancora di più interiore». 

Per chiudere: Arkad è anche il progetto selezionato dall’Italian Council edizione 2019, come vi muoverete per realizzare una residenza internazionale in un clima così avverso agli spostamenti? 
«Quest’ultima domanda è anche la più difficile. Il progetto dell’Italian Council inaugurerà durante il finissage di Manifesta, essendo appunto la residenza parte dell’evento collaterale e proseguirà nel 2021. Il condizionale è d’obbligo perché non sappiamo se si procederà verso un lockdown o quale misura simile, e stiamo valutando poi quello che proprio a partire dal finissage di Manifesta 13 sarà un tour di Arkad, che troverà ospitalità presso GAD, Giudecca Art District, all’interno della loro programmazione. Saremo onesti: le ultime tappe sono più critiche, perché prendere accordi a lunga distanza in un clima così mutevole mette tutti in difficoltà, il MIUR in primis, noi e tutti i programmi di residenza artistica internazionale. Però con Arkad vogliamo proprio cercare di pensare nuove dimensioni politiche di produzione culturale diffusa, basate però su network di valore e scambio concreto. Delocalizzazione, ricerche per fasi, non sempre leggibili all’interno di un’unica produzione o evento, collaborazioni concrete e sostenute, scambio di risorse, declinate con dinamiche online, pubblicazioni, cercando strumenti e direzioni in un mondo che speriamo possa mutare presto e noi con esso».

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