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Cioni Carpi e Gianni Melotti

Quella che la Fondazione Ragghianti presenta nei suoi spazi espositivi, fino al 6 gennaio, è una scommessa. Una mostra, inizialmente prevista per il periodo primaverile-estivo del 2020, che per ovvi motivi è stata posticipata, ma non rimandata, che nasce dall’unione di due progetti distinti ritenuti ugualmente validi e interessanti. La Fondazione, per la prima volta, mantenendo l’ingresso comune, ha suddiviso i suoi spazi, destinandoli a due esposizioni accomunate dalle inaspettate affinità elettive e dalla costante ricerca di nuove forme d’espressione dei due protagonisti: Cioni Carpi e Gianni Melotti.

L’obiettivo è indagare, tramite le opere dei due artisti, un periodo di grande fermento in Italia degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, riscoprendo personaggi poliedrici e innovativi. Da questa volontà nasce il titolo L’avventura dell’arte nuova | anni ’60 – ’80. La prima mostra, a cura di Angela Madesani, è dedicata alle sperimentazioni di Cioni Carpi ( Milano, 1923-2011), nome d’arte di Eugenio Carpi de’ Resmini, l’esposizione si occupa di soli due decenni del suo percorso artistico, gli anni Sessanta e Settanta.
La seconda mostra, a cura di Paolo Emilio Antognoli, presenta le opere di Gianni Melotti (Firenze, 1953) nel suo primo decennio di attività, dal 1974 al 1984.  

Sotto molti aspetti, possiamo dire che la ricerca di Melotti prosegue la ricerca di Carpi: dal punto di vista della sperimentazione, della poliedricità e del dialogo tra le diverse forme d’arte, i due artisti sembrano essere uno la conseguenza dell’altro. Essi si collocano in due periodi storici diversi, Melotti è interprete di un mondo che, posteriore al ’68, dopo gli anni di piombo e del terrore, si apre alla gioia di vivere e di rinascere che troverà il suo culmine negli anni Ottanta; un’approccio all’arte e alla sperimentazione meno drammatico di quello avuto da Carpi, il quale portava dietro di sé il bagaglio della tragica esperienza del campo di concentramento, luogo in cui era sopravvissuto grazie all’aiuto di un mendico polacco, ma in cui aveva perso il fratello minore, Paolo. «Non l’ho mai conosciuto e questo mi dispiace molto – spiega Melotti – ci siamo sfiorati molte volte, partecipando agli stessi eventi in contemporanea e ci siamo ritrovati pubblicati nelle stesse edizioni, senza mai incontrarci».  

La mostra dedicata a Cioni comprende circa quaranta opere di grandi dimensioni tra dipinti, installazioni, lavori fotografici, filmati, disegni, progetti e libri creati dall’artista in un’unica copia. Sono opere che provengono da collezioni private, in particolare dalla Collezione Panza di Biumo, collezionista che con Cioni faceva parte di una borghesia di giovani che voleva cambiare il mondo, accomunati tutti dal dolore della guerra e delle sue conseguenze e dalla voglia di riscatto e rinascita. Cioni è stato un uomo complesso, schivo e anticonformista, tanto da decidere, alla fine degli anni Ottanta, di ritirarsi dalle scene perché non gli interessava più fare alcun tipo di arte. Esso non è un’artista identificabile in un’unica categoria, è stato pittore, musicista, attore, regista, mimo, scrittore. Nel 1950 lascia Milano, per emanciparsi dalla figura paterna, Aldo Carpi, famoso e stimato pittore e direttore dell’Accademia di Brera; va a Parigi al seguito della Compagnia dei Gobbi, in cui suona in scena il piano ed inizia a dedicarsi pittura.

Sarà prima ad Haiti, poi a New York, dove conosce Maya Deren, etnologa e cineasta statunitense di origine ucraina, che lo spinge verso la sperimentazione cinematografica, arte in cui eccellerà, e infine Canada, dove vive fino alla metà degli anni Settanta, quando decide di tornare definitivamente a Milano. Così come la pittura, cosi anche il cinema e il teatro furono per lui terreno di sperimentazione. Sua è la prima scenografia costituita da un filmato realizzata per l’istruttoria di Peter Weiss, girato nel campo di concentramento in cui era stato ucciso il fratello Paolo. Carpi è stato, insieme a Franco Vaccari, l’unico artista a far parte della Narrative Art. Nei lavori legati a questa produzione, alcuni dei quali in mostra, immagine e parola sono posti sullo stesso piano, la fotografia diviene complementare o aggiuntiva alla narrazione.

La mostra di Melotti vuole documentare lo sviluppo dei primi dieci anni di attività del suo lavoro artistico, dalle sperimentazioni cameraless (senza uso della macchina fotografica) in bianco e nero alle sue coloratissime opere tridimensionali, realizzate con materiali cibachrome su tessuti decorati. Il lavoro di Melotti si sviluppa a Firenze, quando la città stava abbandonando la sua visione passatista dell’arte per aprirsi alle avanguardie dell’arte contemporanea. Nel 1974 accede ad ART/TAPES/22, studio dedito alla produzione di videotaps per artisti italiani ed internazionali, di cui Melotti diviene fotografo ufficiale. Qui ha modo di conoscere e collaborare con vari artisti tra cui Bill Viola, con il quale darà vita a progetti d’avanguardia e verrà invitato a realizzare una personale a Zona no profit est space, spazio gestito dagli artisti più innovativi del momento.

Art/tapes/22 video tape production, Zona non profit art space, la Galleria Schema, la Galleria Area e la Casa Editrice e Libreria Centro Di sono state centri-chiave per l’arte contemporanea in Italia, da cui sono transitati grandi nomi dell’avanguardia artistica internazionale come Vito Acconci, Chris Burden, Daniel Buren, Urs Lüthi, Joan Jonas, Joseph Kosuth, Jannis Kounellis, Nam June Paik, Giulio Paolini e Robert Rauschenberg.

È attorno a questi spazi che si sviluppa un nuovo circuito artistico e culturale, con la nascita di un clima generale favorevole alla sperimentazione, non si guardava più al singolo artista ma al dialogo tra le varie discipline, la parola chiave era interazione fra architettura e design, editoria e video, musica e i nuovi off-media artistici, e Melotti, che è stato uno dei protagonisti di questa stagione, seppe maturare un linguaggio concettuale personale, facendosi interprete di un nuovo mondo, giovanile e colorato.

Fino al 6 gennaio
Fondazione Ragghianti, via San Micheletto 3 – Lucca
Info: https://www.fondazioneragghianti.it/

 

 

 

 

 

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