Eventi

L’arte nell’era digitale

La Milano Digital Week che si è svolta a fine maggio quest’anno si è trovata a dover affrontare la questione digitale, in tutti i suoi aspetti, in un periodo in cui l’agenda digitale italiana ha fatto passi da gigante, ovviamente perché costretta dalle contingenze indotte dalla pandemia. Il lockdown ha infatti obbligato gli italiani a sperimentare in molti settori le potenzialità della rete, cambiandone, forse in modo irreversibile, le abitudini. Anche il settore culturale e artistico ha fatto i conti con la nuova metodologia e sono emerse realtà molto interessanti. Dalla riproducibilità delle opere all’organizzazione delle mostre, fino alla divulgazione di contenuti di approfondimento per l’apprendimento delle opere stesse, la trasformazione digitale rappresenta una grande opportunità, ma necessita di essere regolata.

Tra i tanti appuntamenti della Digital Week se n’è svolto uno di particolare attualità, un live talk dedicato all’impiego di tecnologie digitali per valorizzare i beni culturali, organizzato dall’avv. Daniela De Pasquale, partner dello studio Ughi e Nunziante, cui hanno partecipato, oltre a James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera di Milano, altri quattro ospiti, ciascuno dei quali è espressione di un diverso modo di impiegare la tecnologia digitale a beneficio dell’arte e dei beni culturali: Marco Cappellini delle società Centrica e Virtuitaly, Filippo Vergani di ETT spa, Jelena Jovanovic di Magister Art e Fabio Viola del collettivo Tuo Museo.

I TEMI
L’opera d’arte è sempre stata riprodotta e riproducibile (si pensi a litografia, fotografia, cinematografia) ma la riproduzione tecnica di alta qualità come quella digitale ad alta definizione può mettere in evidenza aspetti che non sono disponibili all’occhio umano oppure può introdurre la riproduzione dell’originale in situazioni che non sarebbero accessibili all’originale stesso. 
L’opera nella sua autenticità non può essere sostituita dalla sua versione digitale tuttavia la tecnologia può fare molto per valorizzare le opere nei musei e nelle città. La tecnologia digitale, quindi, semplicemente può supportare ed arricchire l’esperienza della visione di un’opera o un percorso museale, facilitarne la divulgazione per finalità didattiche o in certi casi portare i beni culturali dove diversamente essi non arriverebbero: si pensi alle mostre virtuali che non comportano cioè la necessità di trasportare l’opera da una città all’altra, ciò che costituisce evidentemente un vantaggio economico e un minor rischio per quanto riguarda la salvaguardia dell’opera.

Tutto questo ha un riflesso dal punto di vista legale. Per quanto riguarda la riproduzione di beni culturali di appartenenza pubblica essa deve essere autorizzata a fronte del pagamento di un canone corrisposto sulla base di alcuni parametri stabiliti dalla legge. Inoltre, sulla stessa opera possono coesistere diritti d’autore e diritti proprietari. Creando percorsi digitali i musei o i titolari di opere possono diventare creatori di nuovi materiali protetti da copyright. Oppure autorizzando la riproduzione di opere nella propria disponibilità a terzi essi possono permettere a terzi di creare nuovi contenuti protetti da copyright. Basti pensare ad una mostra dedicata ad un artista basata su opere situate in più musei. Ecco perché é opportuno l’adozione di policy e procedure per lo sfruttamento di opere che guardi anche al futuro ed alla digital transformation.

L’incontro si è concentrato sulle soluzioni tecnologiche che gli esperti del settore propongono per l’arte, i musei e la cultura nelle città. L’utilizzo di tecnologia digitale in un museo deve essere di volta in volta adeguato alla tipologia di opere custodite in quel luogo. Non sarebbe appropriato per un museo che conservi un’opera di Caravaggio, come la Pinacoteca di Brera, l’interposizione di un device tra il pubblico e l’opera perché l’attenzione finirebbe con l’essere impropriamente deviata su uno schermo anziché sull’opera stessa. Naturalmente questo ragionamento non vale per il Museo della Scienza e della Tecnica o di Storia Naturale dove avrebbe molto senso un coinvolgimento del pubblico facendo uso di linguaggi più attuali.

Si è discusso dell’importanza della digitalizzazione per finalità divulgative e didattiche, che oltretutto favorisce la conservazione dei beni culturali. Centrica ha presentato alcuni progetti di digitalizzazione museale, di piattaforme educational e di mostre svolte per istituzioni museali. Il digitale può dare luogo a un’esperienza complementare là dove consenta di godere di una prospettiva inedita. Esso non dovrebbe mai rappresentare la versione “povera”, la “brutta copia” dell’originale ma solo un nuovo linguaggio di cui è protagonista l’opera. Questo vale per l’utilizzo della realtà aumentata e virtuale, proposta da ETT (si vedano i progetti dedicati all’Ara Pacis ed al Cenacolo vinciano), fino a diventare un’esperienza di gaming dove il giocatore crea la storia e la tecnologia diventa solo un attivatore di un racconto che è creato dal giocatore. Fabio Viola ha raccontato che le numerose applications che ha creato (tra cui, “Father and Son” per il MANN di Napoli che ha avuto quattro milioni di utenti nel mondo) consentono di creare storie infinite a partire dalla visita in un museo. Magister Art ha presentato i suoi percorsi culturali immersivi dove di volta in volta diversi tipi di tecnologie sono integrate nel racconto di un artista, costruito col rigore della scienza (Canova, Raffaello).

Quanto all’insegnamento che si può trarre dall’esperienza del lockdown sotto il profilo del rapporto dei cittadini con i musei e con l’arte, si è detto che è stata una opportunità di cambiamento da non perdere. Si tratta di un momento di grande accelerazione dei processi già in corso da cui è emerso che la componente online deve costituire un arricchimento, la visita deve essere sostenuta da tutte le tecnologie. Di certo l’esperienza museale non può essere sostituita da un virtual tour, come quelli oggi offerti gratuitamente da tante piattaforme (tra cui Google Arts and Culture, Europeana) come testimoniato dalla circostanza che la ricerca di visite on line di musei su Google si sia impennata nei primi 4 giorni di lockdown per poi tornare a livelli pre-Covid 19 in maniera stabile. Mentre, invece, è auspicabile una integrazione delle risorse. L’esperienza inizia con una preparazione, perché oggi è necessario prenotare, e diventa magica: ad ogni visitatore dovrebbe essere consentito di creare il proprio percorso, portare propri oggetti e tornare fisicamente oppure in modo virtuale altre volte. Insomma, il digitale dovrebbe introdurre una esperienza circolare di visita dei musei, raggiungendo i visitatori ovunque si trovino e rendendoli partecipi dei cambiamenti per legarli alla istituzione culturale.

L’esperienza del lockdown ha anche ispirato nuove consapevolezze e nuove prospettive per il futuro di cui dovrebbero tenere conto le istituzioni pubbliche e private per facilitare una corretta Digital Transformation del patrimonio di beni culturali e la generazione di maggiori entrate per i musei. È stata suggerita l’opportunità di creare una infrastruttura digitale che metta in evidenza una caratteristica unica del nostro paese: vista la concentrazione di beni culturali sul territorio, l’Italia è un vero e proprio museo diffuso da valorizzare, nella sua complessa identità, e si potrebbe creare una sorta di brand collettivo da promuovere nel mondo.

Infine, per guardare al futuro, i musei dovrebbero tornare ad essere luoghi non di consumo culturale ma di produzione culturale e generare nuove forme di arte grazie alla tecnologia digitale. Il futuro, in linea con le previsioni di Mc Luhan, è il ritorno all’uomo magico ovvero ad uno spazio ancestrale percepibile con la totalità dei sensi, ed i musei dovrebbero assumere l’iniziativa di promuovere nuove forme espressive, attirando creativi, makers e facendo dei musei un luogo in cui si progetta il futuro e non si riciclano tecnologie già impiegate da anni in altri settori.

 

Commenti