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La Casa del Pane

Durante le restrizioni e il distanziamento sociale causati dal Covid-19, sono nati diversi progetti online che hanno permesso ad artisti, curatori, operatori culturali, biennali, istituzioni private e pubbliche di continuare ad esprimersi. La maggiore criticità di questi progetti a volte è stata dettata da vincoli tecnologici di espressione, distribuzione e fruizione che influiscono sempre sul messaggio stesso. Tra i tanti progetti ci siamo soffermati su La Casa del Pane Web che Gandolfo Gabriele David ha lanciato nel mese di maggio dalla Sicilia e che è stato ospitato anche dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. L’artista ha risposto ad alcune domande che oltre ad approfondire il progetto stesso, segnano anche una riflessione su alcune metodologie di ricerca artistica. 

La Casa del Pane è un progetto on-line accessibile e aperto a diversi contributi, puoi raccontarne la genesi? «La Casa del Pane nasce dalle suggestioni dei pani votivi della tradizione siciliana, ancora molto presente. Fin dalla sua prima edizione realizzata a Salemi ho pensato il progetto come dispositivo itinerante site-specific, che raccogliesse la ricchezza delle diverse comunità. Nel 2016 la Casa del Pane si è incastonata nel colonnato del palazzo Belmonte Riso, dove ha sede l’omonimo museo regionale, e dove il progetto ha fatto da ponte fra residenti e gli ospiti dei centri di accoglienza del luogo. Le successive edizioni a Torino alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e poi a Marsiglia, ospite della Fondazione Imera e del Mucem nel 2018, mi hanno permesso di approfondire la mia ricerca sulle produzioni partecipate e le dinamiche di comunità. Ogni edizione ha previsto diversi workshop e incontri con una partecipazione eterogenea sia per fasce di età che tipologia di fruitori. La formula laboratoriale è alla base di questa esperienza e di gran parte della mia ricerca artistica, una cifra costante dei percorsi installativo-partecipativi».

L’esperienza del laboratorio quanto da spazio alle sollecitazioni che provengono dai partecipanti? «I laboratori sono un luogo aperto alle sollecitazioni dei partecipanti, che contribuiscono attivamente alla formulazione delle performance/happening. Sebbene ogni edizione sia diversa l’una dall’altra uno degli elementi che risulta quasi sempre presente è il concetto di casa, che in forma fisica o astratta per me rappresenta il luogo dell’incontro e dell’accoglienza. L’altro elemento ovviamente è il pane, che ha una storia simbolica fortissima, che racchiude nell’intero processo della panificazione i quattro elementi: la terra, che genera il grano, l’acqua che impasta la farina, l’aria che favorisce la lievitazione, il fuoco che lo cuoce».

Parliamo adesso della Casa del Pane sul WEB. «Nel caso del progetto online ho semplicemente allargato le pratiche e metodologie laboratoriali usando alcuni canali e strumenti del web e dei social».

Come hanno risposto le persone? «Prima ho detto come il cuore del dispositivo sia raccogliere ed evolvere dinamiche di incontro e partecipazione; in tal senso il progetto sul web è diventata una modalità per attuare un dialogo tra l’artista e chi partecipa creando una comunità virtuale attorno a un tema di prima necessità come quello di ”fare il pane”. Durante questo tempo sospeso, tutto da inventare, tentativo dopo tentativo, giorno dopo giorno, mettere in pratica un’azione semplice e archetipale che ci ha spinti forse a trovare qualche risposta dentro di noi per quando il futuro tornerà a scorrere. La risposta è stata di grande entusiasmo e partecipazione. Mi hanno contattato in molti e l’adesione è stata occasione per uscire dalla solitudine del confinamento. La preparazione del pane è stata spesso preceduta da lunghe conversazioni e per molti il processo creativo è stato un modo per resistere, per stare vicini, per raccontarsi, per superare momenti di angoscia e trasformarli in altro. Parlo di trasformarli perché l’esperienza della panificazione è quanto di più rilassante ci possa essere. Il contatto prolungato con la pasta di pane è come una meditazione. Una partecipante mi raccontava che, nell’assenza di contatto fisico dei giorni di confinamento, affondare le mani nell’impasto le faceva affiorare ricordi di infanzia e di contatto con la madre, coi suoi abbracci protettivi. Qualcuno ha voluto partecipare panificando più volte: per loro questo appuntamento ha scandito le settimane».

A questo punto visto che parli di progetto come di un percorso, quali saranno le prossime tappe della casa del pane? «Non sono certo che La Casa del Pane Web sarà l’ultimo tassello del percorso, ma sicuramente ne segna un passaggio importante perché pone l’idea di continuità in una dimensione spazio-temporale totalmente inedita per la mia ricerca e allo stesso tempo rispetta proprio quell’idea di una produzione molto specifica e non occasionale che trova in diverse edizioni del pane dei fondamenti e dei paradigmi precisi. Ovviamente il periodo a livello di ricerca ma anche dal punto di vista progettuale e logistico pone diversi ostacoli o delle concrete impossibilità. Però alcuni progetti sono stati già programmati anche se in un calendario che oggettivamente deve essere ancora stabilizzato. Quindi ecco i prossimi progetti: un’opera di land art partecipata intitolata Paningenesi al Parco Archeologico di Selinunte che fa parte di un progetto di scambio tra il Museo Riso e il Mana Contemporary di Jersey City. La continuazione di una edizione della Casa del Pane avviata a inizio anno all’interno dello Spazio Flaccovio e per finire la pubblicazione del libro La Casa del Pane, che uscirà per Edizioni Dimora OZ, curato da Andrea Kantos, Valentina Gioia Levy, che raccoglie le tappe fondamentali con riflessioni aperte a studiosi di varie discipline».

Info: https://www.lacasadelpaneweb.it/

 

 

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