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È morto Germano Celant

Il suo nome era una garanzia di qualità e signorilità. Germano Celant è stato un grande storico dell’arte italiano. Se ne va all’età di ottant’anni, a causa di complicanze dovute al coronavirus, al San Raffaele di Milano, dove era ricoverato da un po’. Chi lo conosceva bene sapeva delle sue condizioni.
Germano Celant è conosciuto soprattutto per aver teorizzato l’Arte Povera alla fine degli anni Sessanta, una corrente i cui primi interpreti sono stati Alighieri Boetti, Luciano Fabio, Janis Kounellis, Giulio Paolini, Pino Pascali ed Emilio Prini, esposti nella prima mostra alla Galleria La Bertesca di Genova e destinati a riscuotere un grande successo internazionale.
Ma a Celant non piaceva essere definito il ”padre” dell’arte povera. «Non ho inventato niente» ripeteva. Eppure il suo contributo è stato fondamentale per lanciare un gruppo di artisti di grande genailità, che nel giro di poco tempo ha scavalcato le frontiere dell’Italia per associare concettualmente altri grandi interpreti a livello mondiale.
La ”seconda vita” di Celant si è svolta negli USA, dove è si è affermato come uno dei curatori più autorevoli. È stato senior curator al Guggenheim, dove nel 1994 realizzò la celebre mostra Italian Metamorphosis 1943-1968, nel tentativo di avvicinare l’arte italiana alla cultura americana. Negli anni Novanta divenne tra i più noti curatori del mondo e per questo ricevette la nomina di direttore della 47esima Biennale di Venezia. 

Dopo importanti mostre organizzate al Centre Pompidou e a Palazzo Grassi, nel 2015 si è parlato nuovamente di lui in occasione dell’edizione milanese di Expo, in cui ha organizzato una mostra sul rapporto tra arte e cibo. Una mission difficile e delicata, che rischiava di apparire banale, ma che lui seppe affrontare nel migliore dei modi.

Attualmente era il curatore della Fondazione Prada e della Fondazione Emilio Vedova. Tra le sue ultime mostre la magnifica retrospettiva su Jannis Kounellis alla Fondazione Prada di Venezia e quella su Vedova a Palazzo Reale a Milano.

Con lui se ne va un pezzo di storia dell’arte contemporanea italiana. Grazie per tutto Germano. Ci mancherai.

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