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La costante resistenziale

Sarà visitabile fino al 25 marzo 2020 la mostra La Costante Resistenziale – a guide tour of sardinian archaic and marvelous stone sculpture del collettivo Montecristo Project presso gli spazi di Pelagica a Milano. La mostra, curata da Laura Lecce, Valentina Bartalesi e Lidia Bianchi, rappresenta l’ultimo atto della ricerca del duo sardo, da tempo impegnato in una ricognizione delle forme artistiche e arcaiche del territorio, secondo una logica che li vede coinvolti come artisti e curatori nell’allestimento di mostre temporanee in luoghi istituzionali o direttamente in dialogo con il territorio. Dopo esser divenuti celebri per la realizzazione di una serie di mostre su un’isola deserta e segreta a largo delle coste di Cagliari, con La costante resistenziale, Enrico Piras e Alessandro Sau portano a Milano una serie di manufatti, documenti e opere raccolte nel corso degli anni e appartenenti ad artisti di diversa generazione nel tentativo di individuare un carattere immutabile di certe forme estetiche presenti nel panorama sardo. Lontani da facili esotismi, ma evidenziandone il potere narrativo, Montecristo Project ridefinisce le logiche allestitive riscoprendo nella cornice contestuale dello spazio espositivo una serie di dinamiche di legittimazione che spesso necessitano di essere ripensate dal punto di vista critico. Il nostro ultimo incontro professionale è avvenuto nel 2016 in occasione della mostra Models of Display – Tonino Casula (our most beloved techno-archaic artist) presso la galleria Colli Independent a Roma, questa intervista è il tentativo di inquadrare le fasi evolutive del percorso artistico del duo in questi 4 anni.

Son passati quattro anni dal nostro ultimo incontro professionale e alcune cose sono cambiate, si sono evolute. Intanto che fine ha fatto la nostra isola segreta?

In questi quattro anni l’isola è rimasta la sede centrale delle nostre attività: dalla mostra di Tonino Casula, che segna l’ultimo nostro incontro professionale, ha ospitato ad esempio la sua unica (finora) collettiva: I S L A N D (sculptural mirages / a psycho-exhibition). Questa è stata la prima mostra in cui abbiamo coinvolto artisti della nostra generazione (Carlos Fernandez-Pello, Karlos Gil, Alfredo Rodriguez, Alessandro Vizzini), presentando i loro lavori (tutte opere scultoree) nel contesto naturale dell’isola su particolari piedistalli progettati e realizzati da noi, intesi anche questi come opere oltre che come supporti.
Nel corso dell’ultima estate abbiamo poi allestito, ma senza dargli forma espositiva, una serie di opere di Antonio Tiddia legate all’ultimo progetto, ora in mostra da Pelagica. Allo stesso tempo abbiamo però ”moltiplicato” l’isola creando delle nuove piattaforme, ad esempio il Mountain Department di Montecristo che è uno spazio interamente realizzato in legno ubicato anch’esso in un luogo segreto, ma stavolta sulle montagne sarde. Questa struttura aperta a inglobare l’ambiente circostante nasce da un progetto mai realizzato dell’artista ed ex-direttore della Galleria Comunale d’Arte di Cagliari Ugo Ugo. Il nuovo spazio è servito a dar forma di mostra a UU – The artist as director, una nostra ricerca tuttora in corso, ospitando le opere di Sebastien Bonin, artista e fondatore dello spazio Island a Bruxelles.

Ognuna delle piattaforme fisiche, dei dipartimenti a cui stiamo lavorando, corrisponde a una ricerca inizialmente teorica; la scelta degli spazi, la loro costruzione e presentazione viene modellata appositamente per ospitare queste idee in forma fisica. L’isola sta diventando quindi sempre di più una tra diverse possibilità e piattaforme, ma continua a essere l’ambiente che ospita opere anche senza che queste vengano documentate e condivise. Continua così nel suo ruolo più concettuale e simbolico di segretezza e distanza, di isola del tesoro aperta a incontri fortuiti e soste silenziose.

La costante resistenziale è parte del titolo di questa mostra e la si ritrova nei vostri saggi. Nel testo che accompagna la mostra si legge: “allude a un carattere immutabile e “resistente” tipico della Sardegna”. Volete spiegarci meglio in cosa consiste questo carattere immutabile?

È necessaria una breve premessa: innanzitutto il concetto di ”costante resistenziale” non è nostro ma appartiene quale teorizzazione estetico-filosofica all’archeologo Giovanni Lilliu che sullo sfondo politico e culturale della fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta coniò il termine. Si tratta di un concetto in cui si ipotizza un carattere unico ed originario del popolo sardo, capace di sopravvivere e di ”resistere” immutato a secoli di dominio e colonizzazione straniera. Lilliu attribuiva alle produzioni artistiche sarde arcaiche una certa autonomia originaria e barbara che le rendeva uniche e peculiari. A nostro parere però questo carattere di immutabilità e di barbarica originalità delle forme non può essere presentato quale elemento unificante e determinante tutte le pratiche artistiche espresse dalla cultura sarda, tantomeno quella novecentesca; potremmo aggiungere che le forme ”costanti” e ”resistenti” non possono essere ricercate unicamente nella storia delle forme artistiche perché in tal modo non si terrebbe conto dell’origine antropologica dell’immagine stessa. Partendo dunque dall’assunto che questo concetto di immutabilità e originalità delle forme possa esistere e sia in un certo qual modo tipico di un ethos sardo, questo è da noi ricercato e indagato attraverso un tipo di rappresentazione mentale che prevede non solo lo studio delle forme intellettualizzate dell’arte, ma anche e soprattutto delle forme espressive minori. Naturalmente con questa definizione non intendiamo tutta quella produzione artigianale che si presenta sotto forma di sofisticazione intellettuale del primitivo o semplici immagini folcloristiche prive di qualsiasi interesse al di fuori del campo del kitsch. I prestiti consapevoli ed auto-esotizzanti di un repertorio formale poco più che turistico non ci interessano. Il nostro viaggio alla ricerca di questo carattere di immutabilità e di originarietà delle forme va verso invece tutto ciò che è oltre le logiche studiate e analizzate dalla storia dell’arte; si tratta di immagini latenti, che sopravvivono nel tempo, pronte a riemergere e nuovamente a scomparire senza però mai estinguersi.

Il vostro lavoro è sempre e certamente legato al territorio, come voi stessi affermate, ma è anche un modo per parlare di estetizzazione del prodotto artistico e di come essa spesso rappresenti la sua morte, da qui l’idea della gipsoteca appunto. Quanto conta questo aspetto nella vostra ricerca?

Questi due aspetti sono fondamentalmente legati tra loro per come li intendiamo. Il rapporto con il territorio sardo va avanti dal 2013, anno in cui abbiamo iniziato a collaborare con il progetto Occhio Riflesso, ambientando le nostre mostre in spazi totalmente desueti e limitandoci a documentarle, modalità ripresa ed ampliata poi con Montecristo. In questa metodologia l’estetizzazione è affidata puramente alla documentazione fotografica e alle ambientazioni, senza una connotazione ”funeraria”. Questa è invece estremamente presente nel progetto in mostra da Pelagica, sotto vari aspetti. Le opere che ci occupiamo di documentare, sia fotograficamente che con metodi diretti, come i calchi in gesso ad esempio, non hanno una codificazione ufficiale, sono oggetti incerti che si trovano all’intersezione di vari campi del fare umano: la scultura antropologica, l’oggetto cultuale, quello decorativo. Parliamo, per capirci, di opere plastiche realizzate da autori definibili ”outsider”, forme scolpite nella pietra o nel legno che hanno un che di irregolare, atipico, ma non folklorico o falsamente identitario. Abbiamo la sensazione che ciò che stiamo facendo possa essere letto per certi aspetti come un atto profanatorio e funerario nei confronti di queste forme, privarle della loro funzione spontanea e intuitiva per esporle. È la stessa sorte che l’avvento dei musei ha portato dal ’700 alle belle arti, trasformando oggetti cultuali in forme estetiche, o che l’archeologia ha imposto alle mummie egizie profanate ed esposte nei musei, strappate alla loro originaria dimora. In quest’ottica la scoperta, la presentazione, coincide con la profanazione. Nel nostro caso questo aspetto ha però finora coinciso con un allontanamento dell’opera dal pubblico, una distanza fondamentale che restituisce le immagini a una dimensione di ideale autonomia ontologica. Questo è un tema che ci sta particolarmente a cuore e ce ne occuperemo nuovamente in uno dei prossimi progetti, che riprenderà il rapporto tra nascita dell’estetica e morte dell’arte, intesa come linguaggio coincidente con il reale.

In occasione delle nostre precedenti collaborazioni, abbiamo riflettuto molto sul concetto di display, questo aspetto mi sembra essere sempre presente nella vostra ricerca. Attraverso la cornice contestuale siete in grado di raccontare una storia e un’archeologia in grado di attivare un inconscio collettivo, alla ricerca di quelle forme di vita resistenti a cui spesso alludete. Mi chiedo allora come vi ponete nei confronti della necessità di narrare in un’epoca di iperstimolazioni come quella attuale?

L’aspetto narrativo è sempre stato presente nei nostri progetti collaborativi, ma con Montecristo Project ci ha permesso di dare una cornice di senso, un ombrello generale ai nostri intenti. I display che costruiamo per ogni mostra hanno la pretesa di essere delle opere, forme trasversali di collaborazione con gli autori che presentiamo. Se non si tratta ancora di dispositivi narrativi veri e propri, il display ha però senso come strumento di amplificazione formale, di cornice e di creazione di senso. L’aspetto narrativo del progetto, per arrivare alla parte finale della tua domanda, non nasce in maniera studiata o adattata ai sistemi di narrazione convulsiva attuale, ma emerge in maniera frammentaria e spontanea. Non pianifichiamo insomma come raccontare il progetto o come divulgarlo, ma questo aspetto nasce secondo noi dall’unirsi di alcuni elementi: delle opere particolarmente cariche e ”autonome”, dei display creati per ospitarle e soprattutto l’inserimento di questi due elementi in un ulteriore catalizzatore visivo che è il paesaggio sardo. Quando questi elementi si sommano nelle immagini fotografiche che utilizziamo per documentare le mostre ed è così che si crea una stratificazione narrativa quasi automatica, che comprende la somma di questi elementi e quel surplus visivo che deriva dalla loro unione.

Se vi fosse concesso in questo momento di allestire un museo archeologico in Sardegna, come lo immaginereste e dove?

Le opere che stiamo raccogliendo hanno tutte una datazione molto recente, sono quasi tutte state realizzate negli ultimi trent’anni circa. Per rispondere alla domanda, in questo senso ci piacerebbe di più allestire un museo di arte contemporanea sarda che uno archeologico. Questo progetto è nato infatti come riflessione su una serie di mostre tenute dal Museo Man, sotto la direzione di Lorenzo Giusti, dal titolo ”La Costante Resistenziale” in cui si analizzava l’idea di un germe identitario sardo resistente alle forme coloniali attraverso opere (di artisti sardi) che andavano dal 1957 al 2017.  Visitando le tre mostre che hanno composto il progetto ci siamo resi conto che la gran parte dei lavori presentati simulava un tentativo di erosione o cancellazione della matrice identitaria stessa, guidata da un fattore antropologico ancor prima che artistico. La nostra idea è invece quella di proporre una lettura che che assimila la Sardegna moderna alla Roma antica. Come allora esistevano due correnti artistiche ben distinte per tecnica e per contenuti: arte patrizia (ufficiale, ricercata, importata dalla Grecia e non autoctona) e plebea (derivante dall’arte medio-italica, più semplice, rozza e spontanea). Crediamo che in Sardegna accada oggi qualcosa di simile. Esiste un’arte elevata, ”ufficiale”, intellettuale e moderna, e una popolare, rozza, più semplice e quasi non assimilabile a nozioni di artisticità. Chiunque conosca l’isola sa che in ogni paese, per quanto piccolo, esiste almeno uno scultore della pietra che realizza opere strane, arcaiche, spesso incomprensibili anche a un occhio ben affinato. Girando per le strade si incontrano manufatti anonimi, teste, figure, scolpite e posizionate come ornamento o semplicemente dimenticate. Se dovessimo quindi immaginare di lavorare a un ideale museo di arte contemporanea proveremmo a conciliare queste due facce opposte, integrando all’arte più teorica, raffinata ed autoriflessiva la libertà e l’esperienza artistica antropologica che stiamo catalogando e presentando con A guide-tour of Sardinian archaic, weird and marvelous stone sculpture.

Ultima domanda di rito: da quando vi conosco il vostro bisogno di ricerca ed esplorazione teorica non si è mai fermato. Quando siete usciti fuori con una ricerca, avevate già in mente il prossimo passo. Volete darci un’anteprima di cosa dobbiamo aspettarci nel futuro prossimo?

Purtroppo non possiamo violare la segretezza costante che circonda il progetto e la sua evoluzione, anzi forse sarebbe opportuno dare dei falsi indizi su futuri progetti in realtà inesistenti. A parte gli scherzi, abbiamo già in mente gli sviluppi dell’attuale progetto ma non preferiamo non parlarne ancora, altrimenti rovineremmo la sorpresa.

Info: Montecristo Project è uno spazio espositivo e un progetto artistico-curatoriale fondato da Enrico Piras e Alessandro Sau nel 2016. dal 25.01.2020 — 25.03.2020, La Costante Resistenziale – A Guide-tour Of Sardinian Archaic, Weird And Marvelous Stone SculptureUna ricerca di Montecristo Project. A cura di Laura Lecce, Valentina Bartalesi e Lidia Bianchi.

http://www.pelagica.org/https://aguidetourofsardiniansculpture.tumblr.com/

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