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Giulio Squillacciotti, la personale a Spazio Cordis sulla figura dell’interprete

Dal 13 febbraio al 04 aprile Giulio Squillacciotti è a Verona con la sua personale Euramis a Spazio Cordis, a cura di Jessica Bianchera. L’artista, regista e ricercatore italiano, già vincitore dell’ultima edizione del Talent Prize, dell’Italian Council 2019 e di Arte visione 2018, ha raccolto una serie eterogenea di materiali prodotti in relazione a un elemento specifico – la figura dell’interprete – di un ampio progetto di ricerca e studio nato a partire dall’installazione Friends, Indeed, realizzata alla Van Eyck Academie di Maastricht nel 2019 e soggetto della trasposizione cinematografica What has left since we left (film attualmente in produzione per Italian Council).

Il lavoro dell’artista si fonda da sempre sull’indagine di narrative possibili, che includono la sofisticazione di eventi reali di matrice storico-antropologica, la rielaborazione degli apici culturali e la maniera in cui le tradizioni assumono nuove forme cambiando contesto. Usando il film, il documentario, l’audio e la scenografia e attraverso una ricerca di stampo accademico, Squillacciotti produce indagini che rivisitano la storia, costruendo nuove narrative a partire da prospettive soggettive, racconti, reperti, credenze religiose e cultura popolare.

La mostra si concentra sul ruolo e la figura dell’interprete, di qui il titolo: Euramis, che deriva dal nome del Translator’s Workbench utilizzato dai servizi di traduzione del Parlamento europeo, un sistema di risorse informatiche che riducono il rischio di errore umano e accelerano la produzione dei testi, permettendo agli interpreti di riutilizzare selettivamente il contenuto delle memorie di traduzione. Significativamente il termine ”euramis” è composto dal prefisso ”eur”, che rimanda chiaramente a Europa, e dalla parola francese ”amis” (amici), assumendo così il significato di ”amici dell’Europa” in perfetta sintonia con il concept generale del progetto e in particolare con Friends, Indeed. Come in quel caso, il focus è sulla rielaborazione narrativa del fatto ‒ lo scioglimento dell’Unione Europea in un futuro immaginifico ‒ attraverso il filtro dell’interprete che, in completa contraddizione con il proprio ruolo, smette di essere una presenza assente, una figura da ”dietro le quinte” chiamata ad affrontare la propria funzione in maniera distaccata e asettica, per diventare invece mediatrice consapevole e testimone attiva. Lungi dall’essere un personaggio secondario di questa messa in scena, l’interprete assume così una posizione di importanza strategica, identificandosi come narratore interno che dà voce alla rielaborazione intellettuale del regista e incarna il pensiero dell’artista. La donna, infatti, racconta in un’intervista la sua esperienza e la descrive come se si fosse trattato di una seduta di terapia familiare in cui lei stessa avrebbe avuto parte attiva e in cui risulta evidente una profonda ambiguità tra il reale, il non reale e il possibile. Ciò che viene restituito allo spettatore è un racconto emozionale che, calando nell’esperienza comune i fatti, rende molto più comprensibile il dramma di una lenta deriva dell’Unione Europea, che ha come esito finale il definitivo scioglimento nel 2032, ma che era iniziata proprio nel momento in cui il suo paese di origine, il Regno Unito, aveva deciso di uscirne. Così, la traduzione delle parole dei rappresentanti dei paesi rimasti (significativamente tre come i tre Pilastri che regolavano le politiche dell’Unione Europea fino al trattato di Lisbona del 2009), diventa vera e propria interpretazione traslando dal contesto politico a quello delle relazioni personali (le lotte matrimoniali, l’orgoglio e il desiderio di un’eredità, l’identità e il sentimento di perdita, la tensione tra ciò che è considerato giusto e l’amore incondizionato che si suppone avere per la propria famiglia). Il significato stesso dei termini ”tradurre” e “interpretare” viene sottoposto a interrogazione, sottolineando quanto lontano possa essere dall’idea di un procedimento esatto e automatico per estremizzarne invece la componente affidata al libero esercizio del pensiero e alla scelta di significati che possono cambiare sostanzialmente l’esito finale di una trattativa. Ma se nel film la figura dell’interprete sfuma per lasciare che il mondo proiettato dal suo racconto prenda il controllo della realtà cinematografica, permettendo ai tre politici di confrontarsi finalmente con compassione e umanità, e se nell’installazione del 2019 di lei appariva solo una cabina vuota e un monitor su cui scorreva lentamente la trascrizione di quell’intervista immaginaria che è il cuore della metanarrazione di Squillaccioti, in Euramis la sua identità e il suo ruolo si moltiplicano, non solo facendosi suono e immagine, ma concretizzandosi in una proliferazione di oggetti relazionati alla sua figura che si trasformano in veri e propri feticci. 

Dal 13 febbraio al 4 aprile
Spazio Cordis, via Andrea Doria 21/a Verona
Info: https://www.facebook.com/pg/spaziocordis/about/?ref=page_internal

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