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Prison pit

I ragazzacci di Eris edizioni – casa editrice torinese che nasce «dal bisogno di un gruppo di amici di essere motore e ricettacolo di una cultura condivisa, slegata dal concetto industriale di libro solo come prodotto e mai come opera», si legge sul sito – portano (per la prima volta nel Belpaese) un volume atteso da tempo. Al pari del suo autore, Johnny Ryan, firma più che influente della scena del fumetto alternativo e indipendente americano – vive e lavora a Los Angeles – i cui lavori sono apparsi su molte riviste. Ed eccoci a parlare della sua ”creatura”, l’irriverente Prison pit (Eris edizioni, brossurato, 760 pagine in bianco e nero, 35 euro), tra i più sfacciati e significativi alternative comics rilasciati nelle ultime due decadi. Pubblicata al principio negli Stati Uniti da Fantagraphics booksal (sei volumi tra il 2009 e il 2018), questa saga ha reso Ryan uno dei comic artist più citati, imitati e (in qualche maniera) osannati, e oltre ad essere stata declinata in action figures, l’opera è stata anche trasposta in animazione. Tra le serie più apprezzate al mondo, il volume Prison pit – presentato in anteprima a Lucca comics con una sovracoperta realizzata dal fumettista Spugna, stampata in limited edition di 250 copie, mentre Adam Tempesta ha curato gli adattamenti grafici del lettering per la traduzione – viene per la prima volta tradotto completamente in italiano e pubblicato in versione integrale. Splatter, gore, black humor, cannibalismo, riferimenti sessuali non poco espliciti: Prison pit è una lettura fuori da qualsiasi schema – tra defecazioni e mutilazioni – dove l’eccesso spadroneggia, si siede comodo, ingrana direttamente la quinta e sgasa a più non posso. Sgombriamo il campo da qualsivoglia fraintendimento: Prison pit non è una saga per tutti. Ed è giusto così. Perché, appassionati a parte – e, come abbiamo scritto, Ryan non ne ha certo pochi – sta al ”nuovo” lettore (basta solo un po’ curioso) immergersi in questo mondo dell’assurdo, lasciandosi guidare senza farsi troppe domande né cercando risposte che non potrà mai avere. Ryan è così: prendere o lasciare. Ma nel primo caso i vantaggi sono di molto superiori al fatto di mollare dopo poche pagine, magari per cercare storie più confortanti e confortevoli. Dunque, come non patteggiare per il protagonista di Prison pit, Cannibal fuckface, guerriero wrestler intergalattico che, tra lande desolate e prigioni spaziali, massacra a più non posso – e senza sosta, è il caso di dirlo – un nugolo di nemici che hanno le sembianze di mostri. Il sangue scorre a fiotti (”ti credi tanto forte solo perché hai il muso intinto do sangue, eh?”), le budella e le ossa maciullate non si contano più (”ti fracasso tutte le ossa e poi mi bevo il succo che ci sta dentro”): è l’apoteosi di una violenza dell’assurdo, al pari dei combattimenti e degli scontri corpo a corpo che veicola. Brutalità, ma anche demenzialità e volgarità – senza dimenticare la volontà, neppure tanto implicita, di parodiare qualsivoglia stereotipo di machismo – in Prison pit Ryan è stato in grado di miscelare, al pari di un cocktail allucinato e allucinate, la sua passione per il wrestling con influenze che spaziano da ”Dungeons & Dragons” – gioco di ruolo fantasy creato da Gary Gygax e Dave Arneson – a Berserk, manga scritto e illustrato da Kentaro Miura fino ai lavori di Gary Panter, fumettista, illustratore, pittore, designer e musicista, che fa della versatilità la sua cifra stilistica.

Info: www.erisedizioni.org

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