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Andrea Chiesi a Montecarlo

È in corso alla NM contemporary fino al  29 ottobre, Eschatos, la prima personale di Andrea Chiesiartista emiliano, classe 1966  vincitore di numerosi premi tra cui il Premio Cairo nel 2004, il Premio Terna Megawatt nel 2008 e del Gotham Prize di New York nel 2012. In mostra una selezione di nuovi lavori eseguiti a olio su lino insieme ai disegni a china e pennarello su carta tutti incentrati sul tema del paesaggio. Sono i paesaggi ultimi, infatti, quelli che interessano ad Andrea Chiesi, quello che resta quando non resta più nessuno. Prospettive centrali che catapultano l’osservatore in architetture dismesse curate dalle piante, segni in olio su lino e disegni su carta che sembrano riecheggiare le parole di Gilles Clements e il suo terzo paesaggio. Una natura che ritorna come risultato di un percorso di ascesi che culmina con la luce appena accennata dei suoi lavori.

Chiesi si appresta a chiudere un anno intenso che lo ha visto protagonista tra le tante nei Luoghi Ultimi a Palazzo Rasponi delle Teste a Ravenna, nella collettiva L’arte del Gol nei Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia curata da Luca Beatrice e Take Care curata da Ilaria Bignotti al Cubo Unipol di Bologna. Quasi come a sancire questi 12 mesi di attività e 20 anni di carriera Silvana Editoriale pubblica una monografia dell’artista coprodotta da NM Contemporary, Galleria Guidi & Schoen di Genova, Galleria D406 di Modena e Alessandra Passera.

«Eschatos – racconta –  è una personale molto importante in cui dialogano i due aspetti principali della mia pittura ad olio su tela di lino: le strutture geometriche che tendono all’astrazione e il ritorno della natura nei luoghi lasciati dall’uomo. Si tratta di due approcci complementari, che sento entrambi necessari, uno più analitico e l’altro più emozionale. Apollo e Dioniso insieme. Completano l’allestimento una serie di disegni a pennarello e inchiostro di china, in cui riprendo molti dei luoghi che ho attraversato in questi anni, come un ritorno alle mie origini e ai primi taccuini di viaggio che disegnavo». 

Il titolo Eschatos sembra quasi apocalittico.

«Eschatos significa ultimo e può intendersi in diversi modi: come destino ultimo dell’uomo, come fine di una fase storica, come termine di un ciclo produttivo in cui gli edifici che dipingo erano protagonisti. Dell’escatologia mi interessa ciò che ci sarà dopo la fine, la dimensione salvifica, la vita ultramondana, la rinascita. Nei miei dipinti il tempo è cristallizzato, non ci sono figure umane, qualcosa è accaduto, qualcosa sta per accadere. La fine è solo un momento di passaggio, di trasformazione, un nuovo inizio».

Da oltre trent’anni utilizzi il disegno per declinare una realtà principalmente urbana. Quali sono i paesaggi che più ti colpiscono?

«Luoghi abbandonati, fabbriche, gasometri, centrali elettriche, uffici, case, scuole, ospedali, ville, periferie, porti, stazioni, archivi, biblioteche: i luoghi ultimi. Ho iniziato a disegnarli sin dagli anni ’80, rispondendo a una specie di chiamata. Li ho sempre trovati affascinanti, silenziosi, misteriosi, un paradigma del nostro tempo. I dipinti con le prospettive centrali e i riflessi sono l’accesso a un mondo mentale, una realtà sdoppiata in cui non è più possibile riconoscere il reale dal suo riflesso. L’osservatore varca la soglia del dipinto ed è spinto al suo interno dalla prospettiva centrale esasperata e dall’intreccio delle strutture. Le linee, come sinapsi del cervello, conducono sempre più in profondità, in un paesaggio matematico e analitico, come il mandala dipinto in una lunghissima meditazione».

 Qualche anno fa un gruppo di artisti ha realizzato un progetto che si è trasformato in un vero e proprio stile architettonico, quello dell’Incompiuto. I tuoi lavori per certi aspetti sembrano condividere questa estetica.

«Negli incompiuti appare con forza l’aspetto del tempo, sono come relitti di una altra era, decaduti prima di essere completati. Mi piace osservare come in pochi anni diventano rovine archeologiche, avvolte dalla vegetazione. Le piante considerate infestanti sono in realtà colonizzatrici, crescono in condizioni estreme, riportano la vita. Quando ho letto il manifesto del terzo paesaggio di Gilles Clement mi sono sentito a casa, ho ritrovato molto di ciò che avevo indagato nelle mie esplorazioni e in pittura. È come un percorso di ascesi, il ritorno della natura, la ricerca della luce attraverso le tribolazioni della vita, infine l’illuminazione».

 Da Antonio Sant’Elia passando per Superstudio fino ad arrivare a Renzo Piano, le tue opere sembrano inserirsi in un modo di disegnare tipico degli architetti. 

«L’architettura mi interessa perché è il segno che l’uomo lascia di se stesso nel mondo che lo circonda, ciò che resta di un’epoca, di una civiltà. Ma il mio non è l’approccio di un architetto o di un urbanista, cerco l’empatia con i luoghi, il mio sguardo resta quello di un pittore. Attraverso la pittura rifletto su due concetti centrali del buddhismo vajrayana, l’impermanenza e la vacuità; architettura mentale e giardino decadente si uniscono in una grande opera che simboleggia il superamento della concezione del dualismo e il ritorno all’Uno cosmico».

Mentre le tue tele sembrano più vicine a una ricerca mimetica della realtà, i tuoi disegni da vicino ricordano l’estetica delle incisioni, viene in mente Piranesi. Quali sono i tuoi riferimenti artistici?

«Ho realizzato molte incisioni, soprattutto puntasecca e acquaforte, grazie anche alla collaborazione con lo stampatore Roberto Gatti; il tratto intrecciato ossessivo e ripetitivo dei miei disegni a pennarello deriva proprio dalla calcografia. Amo le incisioni di Piranesi, quelle di Giorgio Morandi, i codici miniati medievali e i commentari del Beato di Liebana, la pittura a inchiostro nero ch’an cinese, i thangka tibetani che raffigurano il Bhavacakra la ruota dell’esistenza, le tavole dell’artista anonimo dell’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna edito da Aldo Manuzio, i disegni eleganti e decadenti di Aubrey Beardsley per la Salomè di Oscar Wilde, la saga manga dedicata a Buddha di Osamu Tezuka…»

Hai spesso affermato che la musica, in particolare la scena punk, ha avuto un forte ascendente su di te. In che modo si inserisce nei tuoi lavori?

«È stato il mondo in cui mi sono formato. Gli anni ’80 erano terribili, per non soccombere disegnavo, ascoltavo musica punk, industrial e leggevo fumetti underground. Mi sentivo fuori posto, ma per fortuna non ero solo. C’era un altro modo di esistere, l’arte poteva essere una resistenza contro-culturale, l’autoproduzione era un modo per vedere le cose da un altro punto di vista, alternativo. Il mio modo di dipingere quasi monocromatico nasce anche dalla passione per la grafica essenziale in bianco e nero di molti gruppi di allora, come i Joy Division, i Discharge e i Crass. Non era tanto una faccenda musicale, ma la scoperta di una profonda attitudine che mi avrebbe cambiato la vita. Grazie a quella scena ho imparato a essere libero, a pensare in modo indipendente e ad avere la mente aperta. Negli anni è stato naturale collaborare con molti musicisti, oltre a Officine Schwartz e C.S.I. ricordo Emidio Clementi dei Massimo Volume, Dario Parisini dei Disciplinatha, Gianni Maroccolo dei Litfiba, poi ho disegnato le venti copertine della collana Taccuini per il Consorzio Produttori Indipendenti, e recentemente la cover del nuovo album dei RevRevRev. Oggi ascolto molte cose diverse tra loro, mi piace la musica barocca, Giacinto Scelsi, Steve Reich, il suono che ha un movimento circolare, come in certi pezzi degli Swans, o come il suono che si produce durante la recitazione dei mantra».

Quali sono i tuoi nuovi progetti? Che mostre hai in cantiere?

«La mia ricerca prosegue, nella pittura e nel disegno, in particolare ho in mente di sviluppare alcuni lavori su carta di grande dimensioni, accompagnati da altri più piccoli e una serie di nuovi taccuini. Tra i vari momenti espositivi vorrei segnalare Dilettanti geniali, sperimentazioni artistiche degli anni Ottanta, a cura di Alessandro Jumbo Manfredini e Lorenza Pignatti, dal 19 ottobre al 5 gennaio 2020 nel Padiglione de l’Esprit Nouveau di Bologna, una mostra che indaga il fermento della scena underground di quel decennio. Partecipo con due lavori molto importanti per i miei esordi: Babilonia, una collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni nel periodo di passaggio tra CCCP Fedeli alla linea e C.S.I.; e L’Opificio con il gruppo industrial – folk Officine Schwartz, un disco a 33 giri che raccoglie le nove tavole di un mio racconto per immagini, una specie di graphic novel che segna il passaggio definitivo dalle origini a una ricerca più articolata e complessa».

Info: Eschatos fino al 29 ottobre (prorogata fino al al 15 novembre), NM Contemporary, Principato di Monaco.
http://www.andreachiesi.it/ - https://www.nmcontemporary.com/

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