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Seduzione e fotografia

A inizio ’900 la fotografia era vista con scetticismo, relegata ad arte minore, mentre oggi è proprio la fotografia di quel secolo che rimane impressa nell’immaginario visivo della cultura occidentale. Tra i principali fautori di tale costruzione si trova il genio di Man Ray (Philadelphia, 1980), che, adesso lungi dall’avere bisogno di presentazioni, ai tempi commentava: ”non ha senso continuare a chiedersi se la fotografia sia o meno una forma d’arte, perché l’arte è fuori moda e noi abbiamo bisogno di altro”.

A lui CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino dedica una mostra che comprenderà circa duecento fotografie, realizzate negli anni Venti e fino alla morte dell’artista, avvenuta nel 1976. In arrivo il 17 ottobre e fino al 19 gennaio 2020, wo /MAN RAY. Le seduzioni della fotografia gioca sullo scambio di significato tra l’arte fotografica e quella seduttiva, trovandone l’intersezione nella prima fonte di ispirazione della poetica dell’artista, la donna. Rispetto ai suoi ritratti femminili, André Breton scriveva che solo da Man Ray sarebbe stato possibile aspettarsi la Ballata delle donne del tempo presente. La mostra parte forse proprio da questo spunto, andando a creare una sfilata danzante delle donne che hanno influenzato l’artista americano naturalizzato francese, come Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar e ovviamente la compagna di vita Juliet. Muse ispiratrici, complici, assistenti, ma a loro volta artiste profonde, le cui opere realizzate negli anni Trenta e Quaranta saranno messe in stretta relazione con gli scatti di Man Ray, lasciando emergere il frutto delle frequentazioni  e degli stimolanti scambi della Parigi di quegli anni, tra avanguardia dada e surrealista. Diversi autoritratti e nudi di modelle e modelli sono per esempio al centro dell’indagine del corpo femminile condotta da Lee Miller, sia in sede investigativa che per la fotografia di moda. Berenice Abbott, sarà in esposizione con i ritratti scattati tra il 1926 e il 1938 a Parigi e a New York, come quelli di Eugene Aget e James Joyce. Dora Maar, alla quale il Centre Pompidou ha appena dedicato una prima importante retrospettiva, porterà opere riconducibili a un linguaggio di fotografia di strada e di paesaggio, come Gamin aux Chaussures Dépareillés del 1933.

In dialogo con queste opere, la capacità visiva di Man Ray reinventare il linguaggio della fotografia attraverso la ricodificazione della rappresentazione del corpo e del volto, insieme ai generi stessi del nudo e del ritratto, e viceversa. Basti pensare allo splendido portfolio The Fifty Faces of Juliet (1943 – 1944), sequenza che trasforma la figura della compagna di vita dell’artista in molte diverse, lungo un continuum di affetti, seduzioni, citazioni e provocazioni.

E poi ancora i rayographs, le solarizzazioni, le doppie esposizioni: il corpo femminile passa sotto il vaglio creativo di Man Ray e diventa altro, si fa forma astratta, oggetti di seduzione, memoria classica, ritratto realista, in una giocosa e raffinata riflessione sul tempo e sui modi della rappresentazione, fotografica e non solo.

A cura di Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, l’esposizione si presenta con questo accostamento biografico e artistico dei protagonisti di un certo contesto storico e sociale che la rende unica insieme alla qualità degli scatti in mostra. Da sottolineare anche lo sforzo sotto alla raccolta delle opere attraverso diverse istituzioni e gallerie nazionali e internazionali come lo CSAC di Parma all’ASAC di Venezia, il Lee Miller Archive del Sussex, il Mast di Bologna e la Fondazione Marconi di Milano. Realtà che hanno contribuito, tanto con i prestiti quanto con le proprie competenze scientifiche, a rendere il più esaustiva possibile tale ricognizione su uno dei periodi più innovativi del Novecento, con autentici capolavori dell’arte fotografica come i portfoli Electricitè (1931) e il rarissimo Les mannequins. Résurrection des mannequins (1938), testimonianza unica di uno degli eventi cruciali della storia del surrealismo e delle pratiche espositive del XX secolo, l’Exposition Internationale du Surréalisme di Parigi del 1938.

 

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