Personaggi

La NABA a Roma

Se ne parla da tempo, e il momento è arrivato. La NABA – Nuova Accademia di Belle Arti approda a Roma e inaugura domani 2 aprile. Situata all’interno di due edifici storici – primi del Novecento – nel quartiere della Garbatella, la nuova sede si sviluppa su 3700 metri quadrati di superficie e, già a partire dal prossimo autunno, offrirà corsi di studi nelle aree di Fashion Design, Graphic Design & Art Direction, Media Design e Arti Multimediali, Pittura e Arti Visive. La prestigiosa accademia di Belle Arti milanese nasceva nel 1980, con l’obbiettivo di rinnovare il sistema accademico, attraverso l’introduzione di linguaggi e pratiche più inerenti al mondo dell’arte contemporanea. Con la nuova apertura prosegue la volontà dei suoi fondatori, andando a completare la propria proposta formativa. Ne abbiamo parlato con Marco Scotini, direttore del Dipartimento di Arti Visive – di cui è anche ideatore – e Studi Curatoriali di NABA dal 2004, nonché curatore di esposizioni e Biennali in tutto il mondo e direttore artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea.

Qual è l’importanza di aprire una sede di NABA a Roma? «Negli ultimi anni NABA non è stata solo l’oggetto di un sostanziale ampliamento numerico di studenti, ma anche l’effetto di un consolidamento di struttura e d’immagine. Se è vero che le ragioni che stanno dietro la prossima apertura di una nuova sede a Roma sono molteplici, altrettanto vero è che solo ora questo progetto è diventato possibile. Per molti aspetti Roma è una città complementare a Milano, offre opportunità che il capoluogo lombardo non ha e viceversa. Per cui non sarebbe corretto parlare di una sede distaccata o di una succursale, piuttosto vedere l’apertura a Roma come l’origine di una coerente integrazione: un ulteriore motore di crescita, un arricchimento di prospettive e un incremento di occasioni che solo Roma può fornire».                            

Cosa porterà di nuovo? «Non leggerei la domanda come un quesito a senso unico. Se è vero che NABA potrà portare un certo livello di innovazione e professionalizzazione che deriva da un costante rapporto – e interagente – con i sistemi della produzione (aziende, comunicazione, marketing), credo che Roma, dall’altro lato, possa costituire una sfida costruttiva a questi stessi sistemi. In fondo è una città che continua a rappresentare una grande alternativa alla modernità come tale ed è questo motivo che non ha mai smesso di affascinare gli artisti e i creativi internazionali dal Settecento in poi. Perchè mai dovrebbe deluderli oggi? Mi viene in mente che una delle performance più anacronistiche e dirompenti è stata fatta proprio a Roma da Janis Kounellis quando portò veri cavallo all’interno della galleria l’Attico. Forse il tipo di pensiero, di segni e di immaginari che si può sviluppare a Roma è meno vincolato ad uno scopo immediato, meno teso ad un fine e dunque più spregiudicato».

Quali linguaggi saranno particolarmente sviluppati? «Nel prossimo anno accademico sarà attivato solo il corso triennale ma crediamo di far seguire immediatamente i bienni specialistici, insieme ai master. Le discipline coinvolte oltre alle arti visive saranno la grafica, i media e il fashion design. La scelta è stata fatta in rapporto a quelle che sono le vocazioni culturali romane. Basti pensare all’importanza che il cinema vi ha avuto, così come agli artisti internazionali che dai tempi del Grand Tour in poi si sono formati a Roma e all’ambito del costume e della moda».

In che modo NABA conta di inserirsi nello scenario contemporaneo romano? «Con la Scuola di Arti Visive abbiamo già contratto relazioni con alcune istituzioni fondamentali che si riveleranno molto feconde. Cito per adesso il MAXXI che è l’unico Museo nazionale dedicato all’arte contemporanea. Abbiamo già condiviso una giornata di performance, lo scorso 21 marzo, con artisti internazionali come Lin Yilin, Massimo Bartolini e Adrian Paci, questi ultimi due docenti in NABA. Ma credo che un obbiettivo sarà anche quello di collegarsi alle istituzioni accademiche internazionali come Villa Medici e Villa Massimo, oltre all’Istituto Svizzero, alla British School e all’American Academy per l’importanza storica e culturale che hanno ricoperto».

Quali sono i principi sui quali basate i vostri criteri di insegnamento? «In quanto Accademia NABA nasce negli anni Ottanta come rottura da Brera e dal mondo accademico tradizionale, proponendosi come alternativa multidisciplinare – oggi si direbbe cross disciplinary - che assume l’arte come metodologia, indipendentemente dal campo in cui essa viene applicata. Basta pensare a Gianni Colombo che è stato tra i suoi fondatori e che aveva come obiettivo quello di far sconfinare l’arte nel design, nell’architettura, ecc. Quello del superamento dei limiti disciplinari rimane ancora oggi la posta in gioco dell’arte contemporanea che cerca di integrare al suo interno non più discipline diverse ma quello che ora si definisce come extra-disciplinare. Fatta questa premessa, i criteri didattici di NABA sono rivolti tanto al problem solving quanto al problem setting, perchè riteniamo più importante alimentare lo sprito critico dello studente piuttosto che quello tecnicista. E questo è vero in tutte le aree di ricerca».

Quanto è importante l’aspetto formativo di giovani artisti e curatori oggi? «Nella scuola di Arti Visive gli studenti prendono parte attiva a grandi progetti che non vengono simulati ma che sono reali. Mi piace assimilare una scuola non solo ad un sito di formazione ma anche di produzione. Credo che sia l’unico modo per rendersi conto dei limiti contro cui urtano gli immaginari, in prospettiva del loro possibile superamento».

Di cosa ha bisogno la nuova generazione di creativi? «Nonostante l’insistenza che la realtà contemporanea fa del termine “creativi” quello che manca veramente è una vera ricerca sperimentale e senza preconcetti. Naturalmente l’effetto del sistema dell’arte oggi è molto forte e definisce limiti netti alle possibilità d’azione. Dunque la ricerca accademica dovrebbe cercare di contrastare questa visione egemonica e supportare delle potenziali alternative. Credo che il binomio Roma – Milano proposto da NABA possa aiutare i giovani in questa impresa».

Dal suo punto di vista, quali sono le principali difficoltà che devono affrontare? «Come ho già affermato le difficoltà dei giovani creativi consistono sopratutto nelle insidie che il sistema dell’arte crea per loro, si pensa da un lato di essere già immessi in un campo di espressione e liberazione che però finisce per rivelarsi un freno alla vera sperimentazione. Crediamo che le pratiche artistiche research-based e la Critica Istituzionale possano essere ancora due validi grimaldelli per potenziare l’azione delle soggettività singole e plurali».

A cosa sta lavorando al momento? Quali sono i suoi progetti futuri? «Ogni mio progetto espositivo ed editoriale nasce da un rapporto molto stretto con la ricerca e i programmi dell’accademia. La partecipazione degli studenti è parte imprescindibile dei processi formativi che sono chiamati a confrontarsi con la realtà in modo diretto. Per esempio, oltre venti studenti sono venuti in Cina e hanno collaborato alla realizzazione della Second Yinchuan Biennale, pubblicazioni dedicate all’ecologia saranno prodotte in Francia e a Berlino. La prossima esposizione presso FM Centro Arte Contemporanea, che aprirà il 4 aprile e sarà intitolata Il Soggetto Imprevisto, ricostruisce il rapporto tra arte e femminismo negli anni 70 in Italia, riflettendo differenti prospettive d’indagine sugli studi di genere avviate da molti anni nei nostri corsi. Infine, la presenza alla prossima Biennale di Venezia di Chiara Fumai, che aveva iniziato le sue ricerche sul femminismo proprio in NABA, non fa che confermare le nostre direzioni di ricerca».

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