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Lisa Grip e Danae Valenza in mostra all’ Istituto Italiano di cultura

La grande finestra progettata da Gio Ponti dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma diventa il palcoscenico e il dispositivo che gli artisti sono invitati ad attivare attraverso la produzione di nuovi lavori, riflettendo sulle nozioni di presenza pubblica e intimità, performatività e timidezza. Questo il senso del progetto Shoegaze curato da Vasco Forconi che vedrà per tutto l’anno artisti attivi in Italia e in Svezia confrontarsi con l’edificio progettato da Gio Ponti. Staserà inaugura il primo di quattro capitoli con una mostra di Lisa Grip e Danae Valenza in cui le due artiste occupano lo spazio che circonda la finestra con due lavori distinti, rispettivamente un paesaggio visivo e un paesaggio sonoro, nati da una lunga conversazione tra le due.

Lisa Grip, con la sua ricerca profondamente radicata nella fotografia e nel film analogico,  rielabora il progetto installando una grande struttura metallica che si trasforma in un supporto per stampe fotografiche di grande formato che riproducono un panorama naturale quasi astratto. L’uso di carta fotografica analogica permette alle stampe di continuare a svilupparsi durante il corso dell’intera mostra. In primo piano, aderente alla superfice del vetro, l’artista posiziona una stampa in negativo di due figure abbracciate e distese al suolo. Di fronte allo spettatore si apre così un panorama enigmatico, che ribalta e confonde sottilmente le distinzioni tra interno ed esterno, intimo e pubblico.

Nel piazzale antistante alla finestra arredata, Danae Valenza, invece, riproduce un lavoro audio realizzato unendo numerosi frammenti di canzoni e tracce musicali. Il risultato è un paesaggio sonoro che vuole attivare il potenziale politico contenuto nell’atto di ascoltare. I frammenti di suono, prelevati da un ampio spettro di fonti (da archivi etnografici a vecchie canzoni pop), sono pazientemente elaborati e mixati in una struttura compositiva non gerarchica. Ciò che Danae Valenza offre allo spettatore, dunque, è un momento astratto di ”canto collettivo intimo”, un esercizio ironico immaginato per aumentare la consapevolezza del potenziale politico che potrebbe scaturire dal semplice atto di ascoltare più attentamente.

 

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