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Come neve sulle piramidi

Si tratta semplicemente di forme geometriche o di puro virtuosismo della materia? Non è possibile rispondere in modo così poco esaustivo quando si viene in contatto con le opere di Sonia Kacem, che dopo diversi anni dal suo ultimo progetto romano, torna negli spazi della galleria T293 con un progetto intitolato Did snow fall on the pyramids? No, non è possibile pensare alle pure forme geometriche, in primo luogo perché davanti all’esplosione dei colori sono anche i confini stessi della materia ad esplodere a loro volta, come fossero posseduti da un’energia incontrollabile che tenta di superare i propri limiti intrinseci. Dopo il grande successo delle ultime due personali a Napoli (ottobre 2015 – gennaio 2016) – in cui omaggiava l’incedere lento tra la folla del flâneur – e Roma (gennaio – marzo 2013) – dedicata a quell’atmosfera post-catastrofica definita come dramaticule – l’artista svizzera torna a sviluppare delle figure ora materiche, ora leggerissime, la cui destrutturazione contribuisce a farle volare pur restando ben piantate a terra.

Ecco allora che quello a cui si assiste è un vero e proprio spettacolo, come se ogni installazione non potesse fare a meno di interagire con le altre senza soluzione di continuità. Le voci si incontrano, si mischiano, ognuna con la propria personalità legata al proprio colore caratteristico, come fossero i personaggi del teatro greco. Al centro le tre piramidi, messe lì come il coro della tragedia, che sono per un momento solo assemblaggi di tessuto, subito dopo trasfigurano in personaggi: sono figure nel mezzo, figure ‘intermedie’ e allusorie, come le immagini delle Piramidi innevate che avevano fatto il giro del mondo tramite canali social. Quella nevicata del 2013 non era altro che una grande fake news, come se ne sentono tante, eppure quegli scatti manipolati artificialmente erano riusciti in pochissimo tempo a trovare tale e tanta diffusione – e tale e tanta ne era stata di conseguenza la sovraesposizione mediatica – da renderla reale. Un evento improbabile e surreale come la caduta copiosa della neve in Egitto: è proprio lungo questa sottile linea di confine che si muove il lavoro della Kacem, in quella sensazione immediata che porta l’occhio a credere di riconoscere qualcosa di familiare, di conosciuto, subitamente ricacciata via nel rendersi conto di trovare nei suoi lavori altro se non la suggestione di qualcosa di reale.

Anche in questa occasione si riconferma l’attitudine dell’artista nella ricerca metodica dei materiali, studiati nell’espressione delle proprie proprietà fisiche di modo che la resa finale sia plastica oltre che contenutistica. Si tratta di materiali frutto delle diverse fasi del consumo: da oggetti di seconda mano ai materiali di scarto del legno che, una volta laccati, si trasformano in segni grafici, come lettere di un alfabeto che non appartengono però a nessun linguaggio, ma a qualcosa di nuovo che lo spettatore è invitato a leggere e interpretare. 

Fino al 5 maggio 2018, T293, Via Ripense 6, Roma; Info: www.t293.it

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